Pillole alfabetiche. R come rümenta

Ecco così svelate le mie origini milanesi.

Rümenta ovvero spazzatura nel dialetto della città dove sono nata e vissuta fino ai miei 28 anni (e poi sono stata «adottata» da Torino).

Ma R è anche l’iniziale delle famose «cinque R» relative al problema «rifuti»:

riduzione, raccolta differenziata, riuso, riciclaggio, recupero energetico.

Ma siccome questa storia forse già la conoscete, siccome «il rifiuto migliore è quello non prodotto» e siccome io non sono tanto «d’accordo» nemmeno con il riciclaggio (perché con la storia che «poi si ricicla» si continua a comprare e utilizzare – per esempio – le stoviglie di plastica o i fazzoletti di carta (magari già riciclata), vorrei usare la parola «rifiuto» in un altro senso: come prima persona singolare del presente indicativo del verbo rifiutare.

Applicando il verbo «rifiuto» eviteremo anche di produrre il «rifiuto» come sostantivo. Ecco qua:

rifiuto l’ennesimo sacchetto di plastica (quant’è bello – ironizzo – il modo di chiamarlo «shopper», per ammantarlo di un’aura «cool» oltreché internazionale, così ci dimentichiamo che è uno schifo di prodotto plastico, derivante dagli scarti di lavorazione del petrolio e che uccide animali a centinaia – prima – e esseri umani – dopo, quando produce diossina bruciando);

rifiuto i volantini pubblicitari (possibilmente scrivendo a chi me li manda, per farmi cancellare dalle liste), anche quelli che mi offrono per strada, ma anche le brochure, i pieghevoli e tutto il materiale cartaceo che non mi interessa se non per pochi minuti;

rifiuto di stampare dal computer, tutte le volte che posso (esempio: vengo a sapere di una conferenza… perché, invece di stampare il volantino, non scrivo con una biro sulla mia agenda la data e l’ora?);

rifiuto di acquistare indumenti che non possano essere lavati a mano, a casa, nella lavatrice (sapete quelle etichette che riportano il simbolino e/o la scritta «lavare a secco» o «washing dry only»? Bene, semplicemente lascio nel negozio quell’indumento/coperta o «quello che è»;

rifiuto di comprare il quotidiano (magari solo per leggere la cronaca di Torino e la pagina dei film!), preferendo andare a leggerlo in biblioteca, soprattutto quando ci sono degli inserti che mi incuriosiscono, ma che poi, dopo averli guardati, quasi sempre non risultano essere così interessanti;

rifiuto il sacchetto di carta per la brioche che mangerò dopo cinque minuti, chiedendo semmai un tovagliolino per tenerla mentre la mangiucchio passeggiando (o per portarla fino a casa o in ufficio);

rifiuto di comprare qualsiasi cosa non appena credo di averne bisogno, preferendo prima provare a cercarla nei circuiti dell’usato, poi indagando fra amici e conoscenti se ce l’hanno e non la usano e solo come ultima spiaggia acquistandola, chiedendomi subito (e questo vale per tutto ciò che decidiamo di comprare) «dove la butterò quando sarà un rifiuto?» (è facile da smaltire? Produce veleni nello smaltimento? Può diventare un’altra cosa, prima di diventare rifiuto, così da allungare la sua vita? Un tipico esempio è l’accendino che svolge la sua funzione finché c’è la fiamma e poi, quando finisce la benzina ma c’è ancora la scintilla è un comodo accendigas per i fornelli; o lo spazzolino da denti che, quando è consumato, è utile per piccole pulizie, tipo la griglietta per non intasare lo scarico dell’acquaio); un’altra domanda da porsi di fronte all’oggetto che stiamo per comprare è: «ha solo questo utilizzo o può averne altri?» Esempio: qualunque ciotola di plastica (se si rovina, se è rigata, se abbiamo perso il coperchio, se non ci piace più…) può diventare un sottovaso, è inutile comprare appositi sottovasi che possono fare solo i sottovasi…

e via rifiutando. Perché non continuiamo insieme questo elenco? Quali cose rifiutate, o voi che leggete, per evitare che diventino rifiuto?

 

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