Risoluzione razionale del conflitto: quali sono gli ostacoli? (*) – Johan Galtung

Basel, Svizzera, World Peace Academy. Sei conflitti, quattro in corso, uno passato e uno futuro stanno plasmando la nostra realtà. Il conflitto è una relazione di incompatibilità tra le parti, non una proprietà di una di esse. Esso ci avverte del pericolo della violenza e della possibilità di creare nuove realtà. Pertanto, per comprendere la shoah sono indispensabili le narrazioni della indicibile atrocità della Germania e dell’infinita sofferenza degli Ebrei. Ma altrettanto lo sono le narrazioni delle relazioni tra Germania ed ebrei, della Germania con gli altri, degli Ebrei con gli altri. Fallire in questo compito blocca la razionalità: se il conflitto sta nella relazione, allora la soluzione sta in una nuova relazione. Questo non significa incolpare la vittima: ciò che importa di più è cambiare la relazione. Ne siamo capaci?

Primo caso: USA vs America Latina-Caraibi. Il recente convegno dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) è finito con 32 contro 1, gli USA. I 32 volevano riammettere Cuba e la decriminalizzazione della marjuana. Obama ha posto il veto su entrambe; la relazione è uno scandalo, superato da uno scandalo sessuale.

Soluzione: gli USA accettano la democrazia per entrambe le questioni, negoziano sui tempi per la transizione, e rivedono le clausole dopo 5 anni. Gli USA considerano benvenuta anche la CELAC – l’organizzazione degli stati dell’America Latina e dei Caraibi senza USA e Canada – con l’OSA come terreno di incontro per relazioni Sud-Nord eque e amichevoli. Gli USA verrebbero accolti con entusiasmo dalla CELAC e da tutto il mondo. Un sospiro di sollievo. E il mondo potrebbe continuare la sua lotta contro il ben più letale tabacco.

Quali sono gli ostacoli? Un impero decadente che si aggrappa al passato, paura di apparire debole, elezioni, immensi problemi come la crisi economica e la disintegrazione sociale: Charles Murray, Coming Apart e Timothy Noah, The Great Divergence. Trattamento da cortile di casa del cortile di casa USA.

Secondo caso: Israele vs Iran; la questione nucleare; guerra o no. Uri Avnery: “-nel nostro paese stiamo assistendo a una sollevazione verbale contro i politici eletti da parte di un gruppo di generali in sevizio e a riposo, servizi segreti /Dagan-Mossad/ e capi della sicurezza interna /Diskin Shin Beth- criticano la minaccia del governo di iniziare una guerra contro l’Iran, e alcuni di lro condannano il fallimento del governo nel negoziare con i Palestinesi per la pace.”

Diskin: “Attualmente, Israele è guidata da due politici incompetenti con delusioni messianiche e scarso senso della realtà. Il loro piano di attaccare l’Iran porterà a una catastrofe mondiale. Non solo fallirà nel prevenire la produzione di una bomba atomica iraniana, ma accelererà questo sforzo – con il supporto della comunità mondiale.

Uri Avnery con una risposta non propriamente dialogica, talmudica:

“Essi fanno ciò che gli Israeliani quasi sempre fanno quando si trovano davanti a seri problemi o seri argomenti; non affrontano la questione in se stessa ma selezionano qualche dettaglio minore e continuanao a ostinarsi su di esso. In pratica, nessuno tenta di contraddire le dichiarazioni degli ufficiali, neppure sulla proposta di attacco dell’Iran per la questione nucleare. Si focalizzano sulle persone non su ciò che dicono: Dagan e Diskin sono amareggiati perchè il loro mandato non è stato rinnovato. Si sentono umiliati, debbono sfogare la loro frustrazione personale.”

Secondo Avnery, Deskin descrive Netanyahu come “un ossessionato fanatico dell’olocausto, che ha perso il contatto con la realtà, distruggendo tutti i Goym (i gentili, i non ebrei, ndt), cercando di seguire le orme di un padre rigido ed estremista, insieme a persone pericolose alla guida di una nazione in crisi”.

Soluzione: una zona denuclearizzata del Medio Oriente con Iran e Israele; il 64 percento degli israeliani è favorevole, anche l’Iran è d’accordo purché sia incluso Israele. Potrebbe anche e ssere un modello per la penisola coreana. Cercare un accordo, un sospiro di sollievo dappertutto, entrambi i paesi si abbraccerebbero.

Ci sono dei problemi: sotto quale auspicio e con quale monitoraggio. Cosa dire del Pakistan e della “bomba islamica” di Ali Bhutto, impossibile senza l’India che pone come condizione la denuclearizzazione delle superpotenze?

Ci sono risposte, che meritano di essere discusse, in profonditò, seriamente.

Israele sta perdendo il suo tempo. Gli orrori del passato definiscono il suo discorso. Come alcuni irakeni che usano il massacro di Baghdad del 1258, anche alcuni israeliani usano l’olocausto come una struttura per gli eventi mondiali, senza vedere le differenze e che cosa si sarebbe potuto fare a quel tempo. E molti accettano questo stato di cose per non urtare la sensibilità degli israeliani-ebrei o per paura di essere tacciati di antisemitismo o di negazionismo. Non Dagan, Diskin e alcuni generali. Non gli amici reali che cercano delle soluzioni; né antisemiti, né negazionisti, né prigionieri del passato.

Terzo caso: Israele vs Palestina. Ho proposto sin dal 1971 una Comunità del Medio Oriente di Israele e i cinque paesi arabi confinanti, con la Palestina riconosciuta secondo la legge internazionale, i confini del 1967 con qualche scambio territoriale, cantoni israeliani nella Cisgiordania (West Bank) e cantoni palestinesi nella zona nordoccidentale di Israele.

Soluzione: un nucleo di due stati Israele-Palestina entro una comunità di sei stati a sua volta entro una Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Medio Oriente (o Asia Occidentale).

Modello: Germaina-Francia 1950, + CEE (Comunità Economica Europea) del 1 gennaio 1958, +

OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea), dal 1990 in poi. Confini aperti, un consiglio dei ministri, commissioni per acqua, controllo delle frontiere, economia; capitali nelle due Gerusalemme; diritto al ritorno, anche per i Palestinesi: i numeri da stabilire, come insisteva Arafat.

Quali sono gli ostacoli? Contro-argomenti chiave di Israele e dei paesi Arabi: “Circondati da paesi arabi ostili non possiamo stare con loro, essi ci sopravanzano numericamente, ci spingono nela mare” dicono gli uni; “Gli Ebrei ci invadono economicamente e governano le nostre economie”, dicono gli altri.

Ci sono delle risposte: le decisioni debbono essere prese consensualmente. Iniziare lentamente con la libera circolazione di merci, persone, servizi e idee; insediamenti e investimentui forse verranno dopo. Costruire fiducia. Cambiare una relazione interrotta negativamente dalla naqba in una relazione pacifica, in evoluzione.

Una ricetta per il disastro: minoranze, stranieri in nicchie chiave come economia-cultura: Turchi vs Armeni; Hutu vs Tutsi, Indonesiani vs Cinesi. Ma non Malesi vs Cinesi in seguito alla discriminazione di Mahathir a favore della maggioranza. Israele ci guadagnerebbe dal portare gli Arabi fuori dal loro rango sociale non in sintonia; un aspetto anche della Germania. Si aggiunga l’umiliazione del trattato di Versailles, Hitler e i volenterosi carnefici (è il titolo del libro di Goldhagen Daniel J. , Mondadori, Milano 1997, ndt).

Soluzione? Cancellare il trattato di Versailles nel 1924, portare verso l’eguaglianza la maggioranza della popolazione tedesca attraverso l’educazione e il lavoro e avremmo evitato la seconda guerra mondiale. Qual è la razionalità? Non giustificare, ma spiegare, comprendere, e poi rimuovere le cause.

Che cosa si trovava lungo la strada? Ben pochi di questi pensieri.

Tutto ciò per il quarto principale conflitto del passato.

Quinto caso: crescente antisemitismo negli USA, ora latente, utilizzando un capro espiatorio per spiegare il declino di USA e Israele; senza riuscire a cogliere la soluzione poiché i loro occhi sono entrambi persi nel passato, gli uni nella gloria, gli altri nel trauma.

Immaginate gli USA che perdono ancora di più: il supporto degli alleati, la magia di essere eccezionali-invincibili-indispensabili sparisce, lacerati tra la miseria in basso e una incredibile ricchezza al vertice, il dollaro non più riserva monetaria mondiale, ecc. Una paura vera immediata: crescente antisemitismo negli USA. Questo deve essere affrontato costruttivamente, non distribuendo certificati di antisemitismo, intimidendo i parlamentari USA dal criticare Israele, mettendo quindi in pericolo la stessa democrazia statunitense. Il punto di svolta dal cristianesimo sionista all’antisemitismo contro Israele, Wall Street e gli Ebrei americani in generale può essere vicino.

Soluzione: i media prevalenti USA diventano più pluralisti, meno monocromatici, si aprono a una gamma di discorsi e soluzioni. La critica di Israele e di Wall Street non basta, sono necessarie soluzioni costruttive. Una cultura orientata alla soluzione, non all’attribuire una colpa. Come l’idea presentata più sopra degli USA vs CELAC, Israele vs Iran, Israele vs paesi Arabi. Nulla di estremo, stravagante, e molto da discutere.

Ma le discussioni costruttive nei media dominanti negli USA sono poche. Ci sono centinaia di cose da fare, come quando l’Europa emerse dalle rovine della seconda guerra mondiale. Invece di degradare e umiliare la Germania, due brillanti Francesi la invitarono a entrare nella famiglia (che ora ha i suoi problemi). Lasciamo che migliaia di buone idee fioriscano! C’è troppo sullo scandalo sessuale di Cartagena (degli 007 di Obama, ndt) e troppo poco sulle nuove strade per portare i poveri degli USA a un livello dignitoso, riducendo ogni aumento di diseguaglianza che devasta l’economia statunitense.

Quali sono gli ostacoli? Attaccarsi al passato, interessi acquisiti, l’industria della guerra, una cultura della colpa invece di una cultura della soluzione. Ma grandi maggioranze e nuovi e vecchi media dovrebbero essere in grado di superare tali difficoltà.

Sesto caso, strettamente legato a questo: schiavitù da debito. Cina-Giappone-UE vs USA; Germania vs Grecia-Italia-Portogallo-Spagna-Irlanda (GIPSI), Banca Mondiale vs Terzo Mondo, con il libro di John Perkins, Confessioni di un sicario dell’economia (Minimumfax, Roma 2005) come esempio raccapricciante.

Sì, ho citato la costruzione della polizia segreta russa, i Protocolli di Sion come una cospirazione rivelata molto tempo fa. Ma come per Mein Kampf, la condanna non è sufficiente, meglio conoscere di cosa parlano. I Protocolli letti come un libro di testo su come ridurre altri nella schiavitù del debito, cominciando a far credere ai lavoratori che possono essere meglio pagati e come questi diritti, come sono chiamati nel dibattito USA, possono spingere un paese nella schiavitù. La prima reazione al credito è un sospiro di sollievo, la seconda è non conoscere come tagliare le spese o avere qualche reddito per pagare il servizio del debito. La terza è l’odio che mobilita vecchi traumi – si guardi alla Grecia e alla Germania.

Soluzione: cancellazione del debito, e contrarre meno debiti. L’orizzonte temporale può variare, e dev’essere accompagnato dalla mobilitazione di tutte le risorse interne per sollevare chi sta in basso dalla sofferenza verso una capacità di potere acquisitivo, ringiovanendo la campagna con cooperative agricole, commercio tra i paesi GIPSI. La minaccia all’UE oggi non è solo un’unica moneta senza tesoro – molto meglio sarebbe stato avere l’euro come valuta comune – ma un gradiente della schiavitù del debito in quella che dovrebbe essere una comunità più egualitaria. E’ la materia di cui sono fatte le aggressioni. Non solo cancellare ma anche stimolare sarebbe negli interessi della Germania rispetto alla periferia dell’UE, e lo stesso vale per la Cina rispetto agli USA (possibilmente insieme a una riduzione concordata del bilancio militare), e per la Banca Mondiale in generale.

Quali sono gli ostacoli? Troppa ideologia di mercato neoliberale, carenza di eclettismo, buoneidee, per alternative economiche.

Conclusione: l’umanità ha grandi esperienze positive e negative. Dovremmo unirci tutti quanti per costruire a partire da esse, ovunque possano essere trovate.

 

(*) Alcune recenti mie affermazioni, citate fuori contesto, hanno urtato delle sensibilità. Mi scuso molto sinceramente per questo, era totalmente non intenzionale. Uno di questi contesti era il caso di Breivik in Norvegia, con le molte sue ramificazioni. Un contesto più approfondito è quello dei sei conflitti esaminati in questa presentazione.

14 maggio 2012

Traduzione a cura del Centro Sereno Regis

Titolo originale: Rational Conflict Resolution: What Stands In the Way? (*)

http://www.transcend.org/tms/2012/05/rational-conflict-resolution-what-stands-in-the-way/


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