La politica dell’eguaglianza – Johan Galtung

Da Washingotn, DC, USA – La politica USA è stata per lungo tempo, dopo gli anni 1970, una politica della diseguaglianza. Non solo gli indicatori della diseguaglianza, come il rapporto tra il salario medio più alto e quello del 20% più in basso, o il rapporto tra il salario di un amministratore delegato e quello di un impiegato medio in una multinazionale (passato da 50 a 1100) sono cresciuti, ma il 10 o l’1 o lo 0,1 percento ha acquisito una ricchezza mai accumulata prima. E il 90, o il 99 o il 99,1 percento più in basso ha visto il reddito medio famigliare diminuire in termini reali. Per la parte più in basso al di sotto della linea di povertà, che sprofonda nella miseria e si deve preoccupare di come procurarsi il prossimo pasto (da una mensa per moltissime persone).

Con questi processi che avanzano allo stesso tempo – crescente accumulazione in alto, crescente diseguaglianza e crescente miseria in basso – anche se la media totale cresce, la cosiddetta crescita economica, perde di significato. E tuttavia gli economisti si nutrono dei dati della crescita, per l’economia reale e finanziaria, e molto meno delle misure della (dis)eguaglianza, locale globale.

C’è una ragione per questo: l’ottimismo legato alla crescita economica. La diseguaglianza è vista come un incentivo a investire, creare posti di lavoro, produrre; e i frutti di questa attività avranno un effetto a cascata. I malesseri sociali spariranno, e il commercio legherà i paesi e renderà le guerre irrazionali, controproduttive; qualcosa che appartiene al passato.

Oggi, questo ottimismo appartiene al passato. Molti dei “paesi più sviluppati, PPS” di ieri si trovano in un processo di de-sviluppo, “en via de subdesarrollo” in spagnolo; e alcuni dei “paesi meno sviluppati, PMS” stanno emergendo e superando quelli che un tempo erano i PPS. Anche Washington DC, WDC, sta subendo la grande recessione, e nessuno conosce il futuro (previsione: una grande depressione alimentata dalle contraddizioni tra finanza ed economia reale, servizio del debito e servizio della gente, e tra moneta stampata e realtà).

E qui viene il libro che sposta il discorso dalla crescita alla eguaglianza, scritto da due funzionari pubblici della sanità, non economisti: The Spirit Level, di Richard Wilkinson e Kate Pickett. Essi sostengono in maniera convincente che i mali sociali sono più correlati alla diseguaglianza che alla crescita: prosperità e miseria, omicidio e suicidio, tasso di incarcerazione, malesseri fisici e mentali, anche obesità, non solo in basso nella scala sociale ma anche in alto. Più sfiducia sociale, naturalmente, al crescere della disparità. Essi sostengono già nel sottotitolo che c’è molto da guadagnare da una “maggiore eguaglianza che renda le società più forti”, non per questo con una crescita zero.

Nella sua prefazione al libro, Robert Reich spiega la crescita della diseguaglianza in termini di competizione di mercato (vincere sugli altri per premiare alcuni sconsiderati amministratori delegati, e risparmiare sui salari di milioni di persone), e con la corsa per lo status sociale, la “classe”. A questo si può aggiungere cosa succede quando coloro che stanno più in basso cercano di sopravvivere: crimini per i ragazzi, e prostituzione per le ragazze con HIV e schiavitù.

E cosa succede quando quelli che stanno più in alto hanno più liquidità di quanto possono consumare e investire: speculazione, con una lunga catena di ulteriori commissioni quando i derivati cambiano di mano.

E inoltre bisogna aggiungere cosa fanno quelli che stanno in basso: una lunga catena di commissioni quando le droghe cambiano di mano. Il trucco è quello di essere il penultimo prima che l’economia finanziaria crolli trascinando con sé l’ultimo operatore, o prima dell’assassinio a Ciudad Juarez dell’ultimo e più ricco legame nella catena del triangulo blanco a sud.

Negli sudi per la pace, molti hanno sostenuto per decenni che l’eguaglianza locale e globale è una delle principali condizioni per la pace. Si immagini un conflitto lungo alcune linee di faglia, entro o tra paesi, come la corsa allo status o la classe, la nazione o il territorio (provincie, stati, regioni).

Minore la diseguaglianza, più facile sedersi e parlare, o accettare un mediatore che faccia la spola tra le parti.

Minore la deseguaglianza, più facile superare i traumi del passato, riconciliare; una ragione è che le parti possono essersi traumatizzate a vicenda, e avere una maggiore prospettiva simmetrica del passato.

Minore la diseguaglianza, più facile risolvere i conflitti con la negoziazione o il compromesso, o trascendendo gli obiettivi, trovando qualcosa di nuovo.

Minore la diseguaglianza, più facile trovare qualche forma di cooperazione per un beneficio mutuo e uguale.

Minore la diseguaglianza, più facile far crescere l’empatia, far sì che ognuna delle parti condivida la sofferenza e la gioia dell’altra.

Queste quattro condizioni – riconciliazione, risoluzione, eguaglianza, armonia – non sono condizioni per la pace. Esse sono la pace. Riconciliazione, empatia, cooperazione e risoluzione possono essere realizzate attraverso linee di faglia verticali, ma con maggiore difficoltà. Le possibilità sono maggiori per coloro che stanno in alto di imporre la loro “pace” su chi sta in basso: questi ultimi debbono chiedere scusa per ogni atto di aggressione diretta contro montagne di violenza strutturale, le soluzioni favoriscono chi sta in alto, la coperazione sarà asimmetrica, e l’empatia che essi vogliono è ammirazione ed emulazione. Basti pensare ai primi schiavi in Haiti che pagarono una compensazione agli schiavisti per avere chiesto di essere liberi.

Diseguaglianza significa disaccordo nella macchina sociale, traumi duraturi, conflitti irrisolti, scambio diseguale e odio attraverso le linee di faglia. Le piccole nazioni nordiche sono emerse nella scena globale non perché ricche come gli stati del Golfo ma perché hanno creato società forti.

Il libro The Spirit Level è focalizzato sulla diseguaglianza economica. Ma il monopolio militare della violenza è oggi sfidato in molte parti del mondo e così pure la dominazione culturale di una nazione in uno stato. E questo avviene anche per le dittaure degli autocrati, per una classe politica di partiti padrone, e per una maggioranza democraticamente eletta. Aggiungere più eguaglianza, e pace. E la violenza può diminuire; estinguersi a favore della risoluzione dei conflitti.

7 maggio 2012
Traduzione da cura del Centro Sereno Regis

Titolo originale:
The Politics of Equality
http://www.transcend.org/tms/2012/05/the-politics-of-equality/

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