La saggezza del modello olivettiano – Michele Fasano

«Nella millenaria civiltà della terra, il contadino guardando le stelle, poteva vedere Iddio, perché la terra, l’aria, l’acqua, esprimono in continuità uno slancio vitale… Per questo il mondo moderno, avendo rinchiuso l’uomo negli uffici, nelle fabbriche, vivendo nelle città tra l’asfalto delle strade e l’elevarsi delle gru e il rumore dei motori e il disordinato intrecciarsi dei veicoli, rassomiglia un poco ad una vasta, dinamica, assordante, ostile prigione dalla quale bisognerà, presto o tardi, evadere…» Adriano Olivetti, Città dell’Uomo

Nella fabbrica organizzata secondo le idee di Adriano Olivetti il lavoratore non era concepito come mera manualità esecutiva, ma incarnava il ruolo prezioso di terminale nervoso ultimo di un organismo cognitivo plurale: la comunità di fabbrica.

Questo per dire subito che la complessa realtà di attenzioni alla persona che fanno di quella vicenda industriale qualcosa di oramai proverbiale e talvolta mitologico (affine al mondo dell’utopia, se non a quello del sogno, a sentire i detrattori) non era esito solo di una vocazione all’umano, in Adriano Olivetti certo spiccata, quanto piuttosto di un differente e più inciso principio di realtà.

Per essere all’altezza del ruolo richiesto nell’ambito della rete cognitiva che la comunità di fabbrica costituiva, occorreva che i collaboratori (non più dipendenti) fossero in primo luogo competenti, ma anche e necessariamente motivati, consapevoli del processo in cui erano inseriti e riconoscenti per il fatto di farne parte. Occorreva cioè stimolare le motivazioni più profonde e autentiche dell’essere umano per farne entrare in tensione le facoltà cognitive: capacità di attenzione, d’analisi, di sintesi, di critica, di comunicazione.

Dal momento che i collaboratori della fabbrica di Adriano Olivetti erano riconoscenti, erano anche potentemente motivati. Ma perché erano riconoscenti?

Nel concetto di “comunità concreta”, come Adriano concepiva la fabbrica, l’aggettivo “concreta” fa la differenza. I collaboratori non venivano indottrinati ad aderire agli scopi dell’azienda in nome di un bene superiore, spesso futuro, che li avrebbe toccati molto indirettamente nello spazio o nel tempo, restando in realtà vittime di un ricatto occupazionale.

Il collaboratore della Olivetti di Adriano viveva un ambiente pedagogico meditato, che lo faceva sentire soggetto partecipe o, almeno, destinatario di tale opportunità, avendo tutto il tempo di maturarne la consapevolezza e i comportamenti più idonei agli scopi condivisi. Tale ambiente favoriva quella progressiva evoluzione personale che si rivelava necessaria sia alla vita del soggetto che, allo stesso tempo, alla comunità creativa e alla produzione. Il collaboratore della fabbrica di Adriano Olivetti era riconoscente perché riconosciuto come persona. Comprendeva che solo in un contesto di quel tipo, che superava gli spazi della fabbrica fino a includere l’ambiente urbano e naturale che la circondava, egli avrebbe potuto sperare di restare tal quale aveva preso coscienza  di essere, vale a dire capace di evoluzione spirituale e materiale al contempo, in cammino per la propria auto-realizzazione, fondata sul piano materiale, esperita quotidianamente.

Lo scoprirsi Persona, fin nelle più minute implicazioni pratiche del giorno di lavoro e dell’abitare, costituiva una presa di coscienza tramite esperienza: evoluzione qualitativa e quantitativa allo stesso tempo della presa di coscienza di classe, la quale non veniva sostituita, ma ampliata per dimensione in ampiezza e profondità.

La coscienza di classe, troppo spesso un ideologico concetto di appartenenza, assunto in buona fede e in modo dogmatico in un contesto di scontro frontale, sacrificando (in modo eroico) parte della propria sensibilità in nome di un altro e contrapposto bene superiore (ancora una volta futuro) che avrebbe riguardato di nuovo solo molto indirettamente (nello spazio o nel tempo) il soggetto maturato, era funzionale alla lotta di classe, ad una mentalità di guerra volta alla soluzione di ogni contraddizione nella finale vittoria rivoluzionaria. In fin dei conti un altro mito gerarchico e militarista dopo quello, analogo e opposto, di radice padronale, che insieme determinavano un’ellissi di feedback patologica irrisolvibile.

La politica industriale come dialettica di rapporti di forza poteva condurre nel migliore dei casi a dei “compromessi”, semplificazioni tattiche e astratte delle idee in gioco, insoddisfacenti per entrambe le controparti e alla lunga dannose per tutti. Adriano Olivetti cercava invece “sintesi creative”, esito di una concezione dialogica (non dialettica) delle relazioni industriali (e della politica in generale), in una pratica istituzionalizzata del dialogo, fino al punto di finanziare il Centro di Psicologia del Lavoro e quello di Ricerche sociologiche, discipline assenti nell’Università italiana del tempo, prima di tutto al servizio del Sindacato, spesso ingessato in teorie datate, per provocarne un protagonismo competente e aggiornato sulle concrete dinamiche di fabbrica, perché svolgesse il ruolo essenziale che nel modello industriale olivettiano era auspicato per l’organizzazione dei lavoratori: stimolare con le proprie istanze l’innovazione di quei processi e di quei prodotti che avrebbe permesso di mantenere alto il livello competitivo della fabbrica con salari più elevati e senza devastare il territorio.

La coscienza personalistica sviluppava in senso sferico quella visione circolare che nel concetto di “classe” certo faceva evolvere la coscienza individuale a dimensione più ampia, collettiva, ma in termini solo orizzontali, quelli del perimetro del gruppo in lotta, che imponeva altri rigidi confini, stabiliti di nuovo dall’alto, per ragioni di tattica militare.

La dimensione personalistica, invece, includeva l’appartenenza di classe, non la escludeva, ma la trascendeva in modo concretamente ed esistenzialmente sensato. Alla Olivetti si faceva l’esperienza di essere anche molto di più che solo parte di una classe sociale, più che solo parte di un gruppo in lotta, si scopriva di avere diritto ad una relazione vitale con il cielo, il bosco, la montagna, l’acqua dei fiumi, il mare, il corpo e la mente degli altri esseri umani, con i propri desideri personali, con la propria liberata e originale via di costruzione identitaria, con la creatività, con lo scorrere del tempo che è la vita stessa, spesso rubata prima ancora di averne consapevolizzato il valore. Qui e ora.

Elemento “terzo” nella “relazione industriale” (anche conflittuale, ma non più concepita nell’ottica della “lotta di classe” o dell’arbitrio padronale), l’idea di fabbrica come Comunità concreta, àncora di riferimento per una sintesi creativa da reperire in situazione, intendeva definire il superamento, nella concretezza del vivere sociale, sia della dialettica idealista, sia di quella materialista, destinate entrambe necessariamente a condurre alla naturalizzazione di uno solo dei contrapposti e speculari interessi di classe in gioco nelle relazioni industriali. Pertanto, in definitiva, l’idea di fabbrica come Comunità concreta, che comprendeva il territorio in cui essa sorgeva, creava un presupposto, materiale e trascendente allo stesso tempo, per il superamento di una condizione strutturale di guerra perenne, altrimenti autoalimentata dalle mentalità claniche in gioco, convertendo lo scontro in confronto e creatività, in un contesto di reciproco riconoscimento di responsabilità.

In tale contesto, il collaboratore/persona della Olivetti di Adriano era funzionalmente riconosciuto come un campo relazionale complesso (la persona) per andare incontro alle esigenze vitali dell’azienda; veniva magari aiutato, in principio, ma mai indottrinato, perché la sua apertura esistenziale era concepita come una risorsa. Quando finalmente egli trovava la propria capacità d’espressione personale nel lavoro, si scopriva quanto il “rispetto della persona” e una certa qual forma di “utilitarismo” indiretto, attinto ad una sapienza sistemica (un principio di realtà non superficiale), fossero le due facce della stessa medaglia.

Oltre l’aiuto (autentico e interessato allo stesso tempo), dunque, altro elemento di riconoscimento della persona era costituito dalla Libertà, garantita al management e da questo alla forza lavoro, nell’ambito di relazioni industriali molto dinamiche che costituivano il tratto di originalità dell’organizzazione olivettiana all’insegna dell’autonomia nell’azione.

Responsabilità sociale, libertà e socializzazione delle conoscenze determinavano insieme una capacità metamorfica dell’organizzazione della fabbrica inconcepibile altrimenti o altrove, che determinava innovazione di processi e di prodotti in tempi record con una frequenza impressionante.

E dunque, se il collaboratore doveva essere competente e adatto ad una comunità necessariamente più libera e solidale, creativa e critica, si spiegano meglio le proverbiali e numerose offerte di formazione tecnico-professionale accanto a quelle previste durante la giornata di lavoro: eventi culturali di elevatissimo livello che si svolgevano quotidianamente nelle 2 ore di pausa di metà giornata, un’ora per l’alimentazione del corpo, un’ora per quella dello spirito. Si capiscono ancora meglio la biblioteca, le migliaia di volumi e la grande quantità di riviste specializzate che vi si potevano trovare. Si comprende perché fosse strategico che il management fosse formato in azienda. Una strategia formativa peculiare dell’Olivetti riguardava la riunione di terne eterogenee di laureati (un tecnico, un economista, un umanista) coetanei assunti simultaneamente e avviati a un percorso comune d’introduzione ai vari ambiti aziendali, per consentire loro un confronto quotidiano sull’esperienza fatta secondo i loro differenti paradigmi di provenienza, in una contaminazione reciproca di accrescimento culturale, interpersonale e affettivo ricco. Allo stesso tempo il laureato assunto finiva per dei mesi alla linea di montaggio prima di assumere il ruolo di dirigente per cui era stato selezionato, mentre l’operaio continuava ad essere retribuito regolarmente durante lo sforzo di raggiungere la maturità scientifica, prima, e la laurea, poi, avendo conseguito la licenza della Scuola Formazione Meccanici aziendale in cui era entrato a 15 anni. Ogni opportunità di carriera era aperta a tutti, scevra da limitazioni di genere, fede religiosa o ideologia politica: anche questo scatenava la creatività e la collaborazione. Per far sì che chi assumeva ruoli di responsabilità direttive conoscesse la situazione di cui sarebbe stato responsabile, dalla base operaia si formavano tecnici e capi (capisquadra e capireparto); dal livello intermedio (operai promossi o diplomati assunti) si formavano persone atte al lavoro di dirigente. Si creavano condizioni di pari opportunità e si evitava di fratturare l’azienda in strati sociali connotati dal diverso livello di preparazione scolastica che, in quegli anni, significava anche diversa estrazione sociale, il che avrebbe riprodotto all’interno la frattura esistente all’esterno, avrebbe reso difficile il confronto e la condivisione di sensibilità e punti di vista differenti, avrebbe potuto impedire la comprensione delle reciproche responsabilità. Molto prima che si parlasse di learning organization, situated learning, learning by doing, l’Olivetti di Adriano fu una libera comunità d’apprendimento, che consentiva di confrontare conoscenze e riflessioni su esperienze vissute nel contesto di attività condivise: s’imparava sia dalle convergenze che dalle divergenze, si costruivano prospettive e significati, aperti a sperimentare il nuovo, un organismo cognitivo e creativo vivace.

Si può anche credere di vedere in queste pratiche l’encomiabile realizzazione di un’attenzione all’umano ahinoi economicamente dispendiosa, uno spreco che alla lunga Adriano Olivetti dovette pagare, come asseriscono i detrattori. E invece si trattò di un criterio di gestione delle persone consapevole che l’esperienza della complessità del processo produttivo fosse dote impossibile da acquisire all’Università, mentre d’altro canto l’esperienza del proprio modo di fare, anche sofisticato, aveva bisogno di continue iniezioni di novità teoriche per essere inquadrata in sempre nuove visioni globali e tecniche, che solo nell’ambito universitario potevano essere reperite. Teoria e prassi, discipline umanistiche e tecno-scientifiche, fini e mezzi dovevano continuamente essere monitorati nell’ambito di dinamiche retroattive complesse, interne ed esterne alla fabbrica. Occorrevano le menti aperte del maggior numero di persone possibile, non bastava sostenerle, tali intelligenze occorreva coltivarle, anche e soprattutto quelle di coloro che erano più in basso, ma che erano anche quelli più vicini ai prodotti e ai processi, più vicini ai momenti aurorali del nuovo, a quei semi di futuro, a quei segnali deboli che il presente offriva già carichi di tutto il potenziale (positivo o negativo) che si sarebbe potuto determinare o evitare, se solo si fosse stati capaci di avere occhi per vedere e orecchi per udire.

Un’informazione raccolta alla fonte, con capacità prospettica e ben motivato intuito competente, posta a disposizione del management che doveva processarla, permetteva di precedere le situazioni e di non esserne trascinati. Tale atteggiamento permetteva grandi ottimizzazioni, enormi risparmi, incredibili scoperte, profitti maggiori e vantaggi concorrenziali speciali, che ripagavano e di molto l’investimento economico sulle politiche volte alla persona e rivelavano la loro sensatezza. Un circolo virtuoso, concretamente funzionale; nessuna filantropia, ma un’intelligenza sistemica, informata non già da una logica lineare (omologa all’organizzazione gerarchica sostenuta da nessi causali di tipo prescrittivo cui dovevano corrispondere azioni esecutive e acritiche), ma da una logica che oggi definiremmo “a reti neurali” (omologa ad un’organizzazione democratica dialogante) che richiedeva un’intelligenza sincronica, solo apparentemente ineffabile, necessariamente corale, polifonica, condivisa, multiculturale. Una grande umiltà epistemologica entrava in risonanza con l’umiltà etica di rispettare tutti, soprattutto i più deboli, secondo i bisogni concreti di ciascuno.

Il ricco spettro di attenzioni alla persona della Olivetti fu dispendioso economicamente? Certo venivano fatti ingenti investimenti, ma ampiamente ripagati. Si stenta ad accettare che tale modello, oltre che a misura di essere umano, fosse al contempo maggiormente profittevole. Cosa evidente soprattutto nel confronto con la Fiat (che ha dettato il modello al Paese), famosa per l’abitudine di socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Chi ha mai calcolato, infatti, l’ammontare degli sprechi dovuti alla stupidità delle organizzazioni gerarchiche per poter davvero giudicare la Olivetti? Sprechi duplicati dai costi sostenuti dalla collettività per porre rimedio almeno ad una parte dei guasti arrecati sul piano sociale, ecologico, economico, politico e culturale? Per non dire dei costi volti a mantenere sistemi di controllo e di polizia interna, dei prezzi pagati volentieri pur di innescare conflitti ad arte, per creare il precedente al licenziamento selettivo; dei danni subiti per via delle crisi di rigetto, che talvolta giungevano al luddismo, o per una collaborazione minima, strettamente necessaria alla misura di un salario contenuto, o riluttante per via del dolore di una vita, anche solo psicologica, trascinata a denti stretti.

Ed allora non era sperpero garantire stipendi più alti del 40% sulla media nazionale. Tutto sommato pesavano meno delle paghe dei manager odierni, senza che questi oggi diano altrettante garanzie di risultati. Quale scandalo dunque? Semmai la politica di alti salari incentivava i consumi e l’economia del Paese. Non era sperpero filantropico l’assistenza sanitaria completa, totalmente a spese dell’azienda, nei controlli diagnostici costanti, nella prevenzione, nella cura, riguardo ai farmaci. Non erano frutto di un eccesso di slancio religioso i mutui agevolati per comprare casa a tasso d’interesse zero, le case operaie, gli asili nido per i figli dei lavoratori, la copertura delle spese per i libri di testo per gli studi dei genitori e dei figli, il dono di natale ai bimbi dei dipendenti, per giungere persino all’ombrello a fine giornata di lavoro, nel caso fosse sopraggiunta la pioggia quando si era già entrati in fabbrica, da restituire l’indomani; o il servizio gratuito di riparazione e manutenzione delle biciclette. Rendersi conto che si stava operando per qualcosa di utile a se stessi e agli altri liberava motivazioni profonde che sfociavano in un diffuso sentimento di riconoscenza per un senso di appartenenza ad una comunità di cui si poteva andare fieri. La potente spinta motivazionale a collaborare ad alta intensità, dunque non era comprata, in gioco era qualcosa di più profondo. Il salario dava conto dello scambio tra capitale e tempo/lavoro, una parte soltanto della vera relazione in atto. Tutto il resto dei benefici mirava a qualcosa di più, altrettanto concreto e vitale per i destini dell’azienda e al contempo della comunità.

Integrare in modo stringente l’impresa alla comunità non significava imporre un modello totalizzante, quanto piuttosto e al contrario (consapevoli della natura totalizzante del Capitalismo ab imis) significava provare a domarlo, a mettergli le briglie, a prevenirne gli effetti indesiderabili, tramite vincoli strutturali di ordine sociale, culturale, politico (creando quella che Adriano definiva “la democrazia industriale”), senza nutrire illusioni riguardo all’idea che il ruolo di regolatore potesse essere svolto unicamente dallo Stato, a meno che questo non fosse stato Federale, a sua volta composto di “comunità concrete”, coese attorno alle reali dinamiche che ne costituivano la ricchezza in un’ottica ecologico-sociale “socializzare senza statizzare” era il suo motto. Infatti  integrare impresa e comunità poneva anche le condizioni perché la stessa classe politica fosse poi scelta di necessità con maggiore attenzione (quanto a competenza e capacità, oltre che per affidabilità etica), perché sarebbe stata espressione di una comunità informata, vale a dire: radicata nel proprio luogo, maggiormente consapevole e, soprattutto, direttamente interessata al bene comune. Veniva così inibita alla radice, nelle ragioni profonde delle scelte della base elettorale, ogni sorta di impertinente fascinazione verso più o meno consapevoli deleghe in bianco a titolo di scambio finalizzate alla soddisfazione di troppi e diversi interessi particolari, in contrasto tra loro, lesivi dell’interesse collettivo. Si ponevano, anche qui, cause strutturali per la selezione di una classe dirigente pubblica funzionalmente creativa e per un sistema democratico che non fosse solo formale, finalmente necessario  agli interessi sia dell’impresa, che della stessa comunità umana che le si stringeva attorno. I partiti, infatti, per Adriano Olivetti, pur espressione della società civile, erano strutture troppo vecchie, abitate da pulsioni ideologiche totalizzanti, organizzate in modo gerarchico, di conseguenza lacerate da forme di competizione interna dispersive che determinavano una selezione di personale inadeguato, necessariamente povero di conoscenze specifiche, incapace di precedere le situazioni, fatalmente destinato ad esserne trascinato, fino a corrompersi, perché in tale contesto la deposizione tattica del proprio orizzonte morale, necessaria alla lotta interna ed esterna, da momentanea finiva per diventare costume. Esattamente come accade nelle imprese. La questione morale era per Adriano Olivetti inscritta nell’ordine delle cose già prima che se ne parlasse la prima volta nel 1981, secondo una linea di pensiero che a sua volta lo precedeva ulteriormente, cui poté attingere da giovanissimo. Ed allora, riconoscere la sfericità delle esigenze esistenziali della persona mirava ad innescare nella Olivetti, ma anche attorno ad essa, un circolo virtuoso di scambio retroattivo positivo, assolutamente propulsivo e profittevole, non distruttivo verso l’ambiente e le relazioni umane, interne ed esterne alla fabbrica, come invece accadeva nel caso dei modelli gerarchici e/o liberisti. Non la società doveva essere gestita come un’impresa, né evidentemente il controllo sociale poteva risolversi in lottizzazione dei partiti perché distorsione patologica di quel proposito, ma l’una e l’altra dovevano diventare “comunità concrete”, fondate su vincoli strutturali, ma dinamici, tesi a rendere le forze sociali avanzate espresse dalla società industriale tutte più adulte, corresponsabili delle linee strategiche sia dell’azienda, sia del governo del territorio, per l’immediato bene comune e per quello delle future generazioni. L’impresa era chiamata ad umanizzarsi e il governo della cosa pubblica, come la pubblica amministrazione, ad assumere criteri eco-sistemici di monitoraggio delle proprie azioni. Al centro anche qui la Persona e la sua ecologia.

Allo stesso tempo, riconoscere la sfericità delle esigenze esistenziali della persona innescava alla Olivetti un circolo virtuoso di scambio retroattivo positivo, assolutamente propulsivo e profittevole, non distruttivo verso l’ambiente e le relazioni umane come nel caso dei modelli gerarchici e/o liberisti.

Non apparteneva ad Adriano Olivetti un’idea riduzionista dell’essere umano che si adopererebbe solo per denaro, che si arruolerebbe solo in cambio dei privilegi del divide et impera, che si accontenterebbe di cose futili, segni però di status aziendale e/o contiguità con il vertice, con il potere. Si spiega sempre meglio, dunque, l’attenzione alla bellezza degli ambienti di lavoro; l’assunzione di responsabilità sociale da parte dell’azienda nell’attenzione alle ricadute sull’ambiente sociale e territoriale esterno di ciascuna scelta operata; la messa in discussione prima di tutto del management in caso di comportamenti anti produttivi, come errori di montaggio o scarti in eccesso, regolazioni fatte male, tempi persi, conflitti e assenteismo, perché tali fenomeni erano considerati segnali di disagio e messi in conto in prima istanza ad un ambiente divenuto ostile o percepito come meno accogliente, piuttosto che banalmente ridotti a segni di “fannullismo” e disonestà individuale.

La Olivetti di Adriano cercava di offrire un ambiente pedagogico il più fertile possibile e l’attenzione alla “bellezza” mirava a gratificare l’intera sfera della “persona”, i cui confini andavano continuamente allargati nella coscienza della comunità di fabbrica in una pratica critica costante, partecipata, dialogata. Etica, estetica, politica, economia in questo quadro paradigmatico sfumano i loro confini e senza soluzione di continuità definiscono un quadro unico, metamorfico, non solo bello, ma potentemente efficace.

Colpiscono, a riguardo, gli esiti “olivettiani” di una ricerca che per cinque anni (dal 2000 al 2004) un gruppo di tecnologi ed economisti del Massachusetts Institute of Technology ha condotto su circa 500 imprese statunitensi, europee e asiatiche. Ne risultò che le imprese multinazionali con duraturo successo nel mercato globale oggi siano quelle che “olivettianamente” investono sullo sviluppo delle proprie “competenze distintive”, mantenendole difficilmente imitabili dalla concorrenza, dandosi obiettivi a lungo termine. In altre parole, hanno successo oggi le imprese che investono nei talenti delle loro persone, che migliorano le condizioni del loro lavoro e del lavoro di chi usa i loro prodotti e si avvale dei loro servizi; mantiene e migliora il suo contributo l’impresa che intende evolvere ed innovare: sul piano tecnologico, ma anche sociale, organizzativo e psicologico; che sa adeguarsi alle variazioni di quantità o qualità della domanda, reagire al declino di certe aree di mercato o allo sviluppo di altre, rispondere ai mutamenti di scenari economici e politici, in modo non solo reattivo, ma anche propositivo, per prevedere e influenzare positivamente i cambiamenti. Ciò impegna nella ricerca, nello sviluppo, nell’aggiornamento di tutte le competenze, non solo tecnologiche, per progettare flessibilmente il futuro e non ristagnare, magari scaricando sulla precarietà della forza lavoro e la devastazione dei territori il suo passivo e precario adattamento all’ambiente.

Adriano Olivetti scriveva: “La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica. Occorre superare le divisioni fra capitale e lavoro, industria e agricoltura, produzione e cultura. A volte, quando lavoro fino a tardi, vedo le luci degli operai che fanno il doppio turno, degli impiegati, degli ingegneri, e mi viene voglia di andare a porgere un saluto pieno di riconoscenza. (…) Abbiamo portato in tutti i paesi della comunità le nostre armi segrete. I libri, i corsi culturali, l’assistenza tecnica nel campo della agricoltura. In fabbrica si tengono continuamente concerti, mostre, dibattiti. La biblioteca ha decine di migliaia di volumi e riviste di tutto il mondo. Alla Olivetti lavorano intellettuali, scrittori, artisti, alcuni con ruoli di vertice. La cultura qui ha molto valore”.

Una sorta di keynesismo cognitivo, il sostegno mirato a ricerca scientifica continua e cultura, in un bilanciamento reciproco che tenga l’economia di prodotto radicata al territorio e ai bisogni reali dell’essere umano, oggi potrebbe aiutare a costruire strategie di lunghissimo termine capaci di resistere all’urto della capacità concorrenziale del capitalismo post-comunista (lo schiavismo) e alla distruttività del finanzcapitalismo (una sorta di neofeudalesimo delocalizzato). La Olivetti di Adriano non avrebbe temuto la concorrenza cinese nell’offerta di forza lavoro a bassissimo costo, perché avanti di almeno due decenni su gli altri, sia per via dei brevetti assicurati dalla ricerca scientifica, sia per via della sua abitudine ad assumersi responsabilità sociali nell’esercizio di una sensibilità di tipo sistemico, ecosofico, che le avrebbe fatto trovare poco attraente il vantaggio a breve termine della delocalizzazione, per proiettare l’impresa nello scenario storico successivo.

La figura di Adriano Olivetti pensatore politico, non solo imprenditore, padre spirituale di un’Italia auspicabile, ma mai esistita se non nella piccola grande enclave olivettiana, risulta ancor più netta se confrontata con la strisciante tentazione, oggi dilagante e quasi rassegnata, di pensare che le lotte per l’affermazione e il consolidamento dei diritti umani, di quelli dei lavoratori come delle donne, dei principi di cittadinanza, pari opportunità,  meritocrazia, democrazia reale, ecologia e sostenibilità, siano incompatibili con la contingenza economica globale, la quale sembrerebbe imporre semplificazioni politiche inquietanti, che si vorrebbero fatalmente necessarie, piuttosto che il rilancio del desiderio di continua evoluzione, spirituale e materiale insieme, dell’essere umano.

10 aprile 2012

http://www.inchiestaonline.it/economia/fasano-rizziato-e-ancora-attuale-il-modello-di-adriano-olivetti/

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