Di chi è la terra? – Recensione di Cinzia Picchioni

Francoise de Guibert, Di chi è la terra?, zoolibri, Reggio Emilia 2008, pp. 48, € 11,00, illustrato a colori da Raphael Hadid, con un racconto di Eéric Sanvoisin

Realizzato in collaborazione con Greenpeace (www.greenpeace.it), su carta 100% riciclata, completamente priva di cloro, il bel libro che presentiamo questa settimana fa parte della collezione «Società contemporanea» , che raccoglie titoli quali Che cos’ha? (che abbiamo già recensito), L’hanno detto alla tele, Perché la guerra, Perché la povertà, Non è giusto! Giustizia e ingiustizia, La droga e altri (www.zoolibri.com).

La Presentazione è stata affidata al famosissimo Michele Salvemini… come chi è? Non sapete che questo è il vero nome del cantautore Caparezza (nome d’arte che gli deriva dalla forma dei suoi capelli «Testa riccia», in dialetto pugliese).

Ricominciamo: nella Presentazione, Caparezza narra di un contadino che

«[…] lo sa. Sa che non basterà […] lavare la frutta, sa che non basterà elogiare l’efficacia degli inceneritori da un televisore, sa che non basterà scagionare i colpevoli del lento genocidio tumorale di questo pianeta, sa che non basteranno tutti gli artifici del mondo per inventarsi un lieto fine che non c’è. Ma tu puoi ancora chiuderti in casa e far finta di niente, col viso innocente da Biancaneve, almeno fino a quando la mela avvelenata non ti entrerà in casa, e sarà troppo tardi. Credimi, non abbiamo bisogno di un principe per svegliarci, abbiamo bisogno di un contadino. O almeno di questo libro.» (p. 3)

Ecco, così capiamo subito il carattere del libro: carta riciclata, Caparezza e il contadino, Greenpeace che, a p. 12, dichiara – dati alla mano – che l’uso indiscriminato dell’aereo – anche in tratte per cui il treno sarebbe molto più comodo – è una minacca per il clima. Nel capitolo dedicato ai rifiuti ho trovato con piacere una piccola tabella sui tempi di decomposizione dei rifiuti (carta: 3 mesi; chewing-gum: 5 anni; sacchetto di plastica da 100 a 1000 anni) e l’indicazione che sarebbe meglio non produrre le 27 bottiglie di plastica necessarie per fare un maglione di pile, preferendo comprare «alla spina» nei molti punti-vendita che lo permettono (p. 22).

Tutto nel libro cerca di rispondere alla domanda del titolo: «Di chi è la terra?» di tutti! Anche la frase del sottotitolo: «L’ambiente e l’uomo», suggerisce che la terra è di tutti, e che tutti possiamo fare qualcosa, con le nostre scelte di ogni giorno. E per rispondere alla domanda del capitolo «Che cosa possiamo fare?», in cui si tratta dell’uso della scienza (e segnatamente degli organismi geneticamente modificati), troviamo l’indicazione di Hans Jonas, secondo cui occorre una «etica della responsabilità», affinché l’uomo prenda in considerazione le conseguenze future delle sue azioni; altrimenti succede come con la clonazione: a p. 28 scopriamo che, dopo il successo della clonazione, la famosa pecora Dolly mostrava un invecchiamento precoce, le cellule del suo corpo cioè mostravano l’eta di quelle della «madre». La povera Dolly è morta nel 2003, lasciando così aperta la discussione sui rischi legati alla clonazione (che invece sembrava risolvere un mucchio di problemi, no?). Invece la natura è l’unica che sa il fatto suo (come scriveva Gary Snyder nel bellissimo Ecologia profonda).

Di chi è la terra?

Non dico di riuscire a rispondere come gli Indiani d’America (p. 30) quando i bianchi chiesero loro di coltivare e scavare la terra:

«Devo forse prendere un coltello e ferire il seno di mia madre? Allora, quando morirà, lei non vorrà più accogliermi per farmi riposare. Voi mi chiedete di scavare la terra per trovare la pietra. Devo forse scavare sotto la sua pelle per prendere le sue ossa? […] mi chiedete di tagliare l’erba, di fare del fieno e dei venderlo per essere ricco come gli uomini bianchi. Ma come posso pensare di tagliare i capelli di mia madre?»

ma almeno di seguire le indicazioni di Greenpeace, sì, sempre Greenpeace, che a p. 35 propone al mondo intero (cioè a tutti, perché la terra è di tutti) di ridurre le emissioni di gas serra del 30% entro il 2030, e di almeno il 50% a livello globale per il 2050. Serve una vera e propria «Rivoluzione energetica»: cambiare radicalmente il modo di produrre, distribuire e usare l’energia.

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