La «riforma» dell’Articolo 11 – Manlio Dinucci

Una «riforma strutturale profonda»: così il ministro Di Paola definisce la revisione dello strumento militare, presentata dal governo Monti su sua proposta. Che sia profonda non c’è dubbio. Da oltre vent’anni talpe bipartisan stanno scavando sotto l’art. 11 della Costituzione, che «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». I lavori in galleria iniziano nel 1991, dopo che la Repubblica italiana ha combattuto la sua prima guerra, quella lanciata dagli Usa in Iraq. Sotto dettatura del Pentagono, il governo Andreotti redige il «nuovo modello di difesa» che stabilisce, quale compito delle forze armate, non solo la difesa della patria (art. 52), ma la «tutela degli interessi nazionali ovunque sia necessario». Nel 1993 – mentre l’Italia partecipa all’operazione militare lanciata dagli Usa in Somalia, e al governo Amato subentra quello Ciampi – si dichiara che «occorre essere pronti a proiettarsi a lungo raggio» al fine di «garantire il benessere nazionale mantenendo la disponibilità delle fonti e vie di rifornimento dei prodotti energetici e strategici». Nel 1995, durante il governo Dini, si afferma che «la funzione delle forze armate trascende lo stretto ambito militare per assurgere a misura dello status del paese nel contesto internazionale». Nel 1996, durante il governo Prodi, si sostiene che quello militare deve essere «uno strumento della politica estera». Nel 1999 – dopo che il governo D’Alema ha fatto partecipare l’Italia, sotto comando Usa, alla guerra contro la Jugoslavia – si enuncia «la necessità di trasformare lo strumento militare dalla sua configurazione statica ad una più dinamica di proiezione esterna», compito per cui è adatto «il modello interamente volontario», ossia l’esercito di professionisti della guerra. Che si rivela prezioso per gli interventi militari in Afghanistan e Iraq, sotto il governo Berlusconi. Qui si innesta il concetto strategico pentagoniano enunciato nel 2005 da Di Paola, in veste di capo di stato maggiore. Di fronte alla «minaccia globale del terrorismo», occorre «sviluppare capacità di intervento efficace e tempestivo anche a grande distanza dalla madrepatria». Le forze armate italiane devono operare nelle zone di «interesse strategico» che comprendono i Balcani, l’Europa orientale, il Caucaso, l’Africa settentrionale, il Corno d’Africa, il vicino e medio Oriente e il Golfo persico. La guerra contro la Libia, di cui Di Paola è nel 2011 uno degli artefici quale presidente del comitato militare Nato, conferma la necessità che l’Italia costruisca uno «strumento proiettabile», con spiccata capacità «expeditionary», attraverso una organica pianificazione. Quella che Di Paola vuole ora istituzionalizzare con il decreto legge, per creare forze armate più piccole ma più efficienti, con mezzi tecnologicamente più avanzati (tra cui l’F-35) e più risorse per l’operatività. Ciò è dovuto non alla «necessità di contenere i costi» a causa della crisi finanziaria, ma, come per l’art. 18, alla necessità delle oligarchie economiche e finanziarie, artefici della crisi, di rafforzare i loro strumenti di dominio. Con l’aggravante che si vuole smantellare, insieme a uno dei cardini dello Statuto dei lavoratori, uno dei principi fondamentali della Costituzione.

Fonte: “il manifesto”, 10 aprile 2012,

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