I falsi barbari. Con una postilla: Dopo i barbari – Pietro Polito

Il Capo padano è caduto il 6 aprile 2012, giorno del ventesimo anniversario della prima calata a Roma di ottanta barbari, con il compito di fare “piazza pulita” e di moralizzare la Capitale reale del Paese, rendendola più simile alla Capitale morale.

A distanza di quattro lustri, di calata in calata, i barbari sono diventati sempre meno barbari, si sono allontanati dalle origini, smarrendo il legame con la propria terra.

Eppure, no, non sono d’accordo con Giovanni Cerruti (L’inizio della fine, in “La Stampa”, venerdì 6 aprile 2012): le “lacrime padane” che i barbari versano oggi, dopo la caduta ignominiosa del loro Capo, non sono lacrime vere, sono lacrime false.

Come falsi erano i barbari partiti alla volta di Roma ladrona.

Se un barbaro incontra una banda di ladroni, non sono i ladroni che corrompono i barbari, è il barbaro che porta con sé i ladroni nel regno dei cieli (o più mondanamente gli apre le porte di una cella). In realtà i (presunti) barbari avevano i ladroni in casa, anzi nella casa del Capo. Le “lacrime padane” saranno pure dure ma non sono pure.

Il passaggio più sconcertante delle intercettazioni rivelatorie si incontra quando “la nera” (Rosy Mauro, vicepresidente del Senato, nonché fondatrice di un fantomatico sindacato padano), avverte il tesoriere – faccendiere Francesco Belsito di “guardarsi bene le spalle”. Bene, ci si guarda le spalle tra banditi, mafiosi, criminali, intenti a tenere ferme le mani sul bottino.

Ma, giova ripeterlo, la triste storia del partito che vantava la propria diversità incorrotta e moralizzatrice, dal punto di vista etico non aggiunge nulla alla storia recente di questo Paese, se non che la Lega è divenuta, ma lo era già divenuta da tempo, un partito come gli altri, se mai era stata un partito diverso.

Come si suol dire, la sua miserevole fine, l’essersi rivelato un partito – famiglia, che ha gestito il partito come una proprietà privata e che “progettava il proprio futuro e realizzava il proprio presente”, pone un problema politico.

Il crepuscolo degli dei non ha niente di eroico.

Anche se resto interdetto quando apprendo che il sindaco di Varese Attilio Fontana crede a Umberto Bossi “in modo fideistico”. E rimango letteralmente senza parole quando leggo che il Presidente del Consiglio regionale della Lombardia Davide Boni, ha dichiarato: “Se Bossi mi dice di raccontare che la mia giacca bianca è nera, io vi dico che è nera”.

Il fideismo (non la fede) è l’anticamera della rinuncia all’intelligenza.

Con la caduta del partito – famiglia finisce un’era, l’era dei partiti personali, iniziatasi con lo sfaldamento del sistema dei partiti che ha retto (dominato) l’Italia dal 1946 al 1992. Tramonta il sistema dei partiti personali che si è plasmato dopo “mani pulite” e su cui si è strutturata la cosiddetta Seconda Repubblica (1992 – 2012).

La fine ingloriosa di Bossi segue a cinque mesi di distanza quella del Sultano. Di questi si è già detto fin troppo e l’auspicio è che la sua vicenda cessi di essere un problema politico per diventare quanto prima un problema degli storici.

Sul piano politico, va registrato che i due sodali, nonostante gli apparenti contrasti di stagione, escono di scena da sconfitti e non da vincitori. Anche qui dissento dall’analisi del giornale di Torino che riconosce ad entrambi l’onore delle armi, perché i due hanno fatto un passo indietro o di lato non per nobiltà politica o d’animo, ma perché costretti dagli avvenimenti. Il primo travolto dal generale discredito internazionale e dalla sua insipienza nel contrastare il declino di un paese ridotto in ginocchio di fronte a una crisi finanziaria ed economica epocale; il secondo rivelatosi alla fine incapace di moralizzare Roma ladrona e di tenere in ordine la propria casa.

Postilla

Dopo i barbari

Guardando gli avvenimenti odierni, con gli occhi dell’analista politico e non del moralista, ciò che sconcerta è che si chiude un trentennio dove le ombre prevalgono sulle luci e si apre una fase priva di certezze e densa di incognite.

Dove va il Paese? Nessuno è in grado di dirlo. Personalmente mi sento di dire dove auspico che non vada il Paese. Il passaggio dalle “coalizioni negative” di centro destra e di centro sinistra che si sono alternate al governo dal 1994 alla “grande coalizione” (PDL, PDI, UDC) non mi parrebbe un gran guadagno. Mi sembra preferibile il passaggio da coalizioni negative, espressione di una coabitazione subita e coatta, che si formano con lo scopo primario di conquistare e mantenere il monopolio del governo, a coalizioni positive che si vengono costituendo sulla base di una reciproca compatibilità programmatica e ideologica.

In un tale processo di rinnovamento della politica la sinistra si distingue per una sostanziale e perdurante afasia.

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