Benvenuti nel nuovo terzo mondo dell’energia, gli Stati Uniti – Michael T Klare

Come le grandi compagnie dell’energia pianificano la trasformazione degli Stati Uniti in un Petro-Stato del Terzo Mondo.

La “maledizione” della ricchezza di petrolio è un fenomeno ben noto nei petro-stati del Terzo Mondo, dove milioni di vite si consumano nella povertà e l’ambiente viene devastato, mentre esigue élite intascano dollari ricavati dal settore energetico e la corruzione governa il territorio. Recentemente, il Nord America è stato più volte acclamato (1) come la “nuova Arabia Saudita” del pianeta del XXI secolo per le “energie difficili” (2)– petrolio estratto dal profondo oceano (3), sabbie bituminose del Canada (4), e il petrolio e il gas naturale ottenuto attraverso la fratturazione idraulica. Ecco però una domanda che nessuno prende in considerazione: ma la maledizione del petrolio diventerà così familiare per questo continente sulla scia della nuova ondata dell’energia americana così come lo è per l’Africa e altrove? Il Nord America diventerà non solo il prossimo continente che vede il boom di fonti di guadagno derivanti dall’energia, come già avviene, ma anche il nuovo Terzo Mondo dell’energia?
Una volta, le grandi compagnie petrolifere statunitensi – Chevron, Exxon, Mobil e Texaco – conobbero il loro inizio in Nord America, lanciando un boom petrolifero che durò un secolo e rese gli USA i produttori di energia dominanti in tutto il pianeta.
Intenzionati ad evitare restrizioni ambientali ancora più forti e l’esaurimento di giacimenti di petroliferi nel proprio paese, i giganti dell’energia erano naturalmente attratti dalle aree produttivamente aperte, dal punto di vista economico e ambientale, del Medio Oriente, Africa e America Latina – il Terzo Mondo – dove i depositi di petrolio erano abbondanti, i governi compiacenti e le regolamentazioni ambientali poche o inesistenti.
Ecco, allora, la sorpresa dell’energia del XXI secolo: con le condizioni operative che diventano sempre più difficili nel Sud del mondo, le grandi imprese stanno affluendo di nuovo verso il Nord America. Per sfruttare le riserve in precedenza trascurate su questo continente, comunque, Big Oil dovrà superare una serie di ostacoli normativi e ambientali. Dovrà, in altre parole, utilizzare la sua versione di profonda persuasione per convertire gli Stati Uniti nell’equivalente funzionale di un petro-stato del Terzo Mondo.
Osservatori ben informati hanno già notato i primi segni rivelatori della “Terzo Mondificazione” dell’industria petrolifera degli Stati Uniti. Le aree naturali dalle quali le compagnie petrolifere erano una volta escluse, sono state aperte allo sfruttamento energetico e le altre restrizioni sulle operazioni di trivellazione invasiva sono state smantellate. Le aspettative sono che, sulla scia del periodo delle elezioni del 2012, le regolamentazioni ambientali saranno ridotte ancora di più e altre aree protette verranno rese disponibili per lo sviluppo. Nel processo, come spesso è avvenuto nel caso dei petro-stati del Terzo Mondo, i diritti e il benessere dei cittadini locali saranno calpestati sotto i piedi.
Benvenuti nel Terzo Mondo dell’energia
Fino al 1950, gli Stati Uniti erano i principali produttori di petrolio al mondo, l’Arabia Saudita dei giorni nostri. In quell’anno, gli Stati Uniti producevano approssimativamente 270 milioni di tonnellate di petrolio, o circa il 55% dell’intero output mondiale. Ma con la ripresa post-bellica allora in pieno svolgimento, il mondo aveva bisogno di molta più energia mentre i giacimenti petroliferi americani maggiormente accessibili – sebbene ancora capaci di crescere – si stavano avvicinando ai loro massimi livelli di produzione sostenibile. Il netto della produzione di petrolio greggio americano raggiunse un picco (5) di circa 9,2 milioni di barili al giorno nel 1970 per poi declinare (fino a poco tempo fa).
Ciò indusse le grandi compagnie petrolifere, che avevano già sviluppato significativi punti d’appoggio in Indonesia, Iran, Arabia Saudita e Venezuela, a perlustrare il Sud del mondo in cerca di nuove riserve da sfruttare – una saga raccontata con grande entusiasmo in
The Prize (6), epica storia dell’industria petrolifera, di Daniel Yergin. Particolare attenzione venne riservata alla regione del Golfo Persico, dove nel 1948 un consorzio di compagnie americane – Chevron, Exxon, Mobil e Texaco – scoprì il più grande giacimento di petrolio del mondo, Ghawar, in Arabia Saudita. Nel 1975 i paesi del Terzo Mondo producevano (7) il 58% dell’approvvigionamento di petrolio mondiale, mentre la quota degli Stati Uniti era scesa al 18%.
Anche le preoccupazioni ambientali guidarono la ricerca di nuovi giacimenti nel Sud del mondo. Il 28 Gennaio del 1969 una perdita (8) dalla Piattaforma A della Union Oil Company, del giacimento offshore nel Canale di Santa Barbara in California, produsse un’enorme dispersione di petrolio che coprì gran parte dell’area e devastò la fauna locale. Giungendo in un momento di crescente consapevolezza dal punto di vista ambientale, la marea nera provocò un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica, contribuendo a ispirare la creazione dell’Earth Day, tenutosi la prima volta l’anno seguente. Altrettanto importante, contribuì a incoraggiare il passaggio di varie restrizioni legislative sulle attività di trivellazione, incluso il National Environmental Policy Act (9) (legge nazionale sulla politica ambientale, ndt) del 1970, il Clean Water Act (10) (legge sull’acqua pulita, ndt) del 1972 e il Safe Drinking Water Act (11) (legge sulla sicurezza dell’acqua potabile, ndt) del 1974. In più, il Congresso vietò nuove trivellazioni nelle acque al largo delle coste dell’Atlantico e del Pacifico e nella parte orientale del Golfo del Messico nei pressi della Florida.
Durante questi anni, Washington inoltre ha ampliato le aree designate come riserve di flora o fauna, proteggendole dall’estrazione di risorse. Nel 1952, per esempio, il presidente Eisenhower creò l’Arctic National Wildlife Range (12) (Area Nazionale della Fauna dell’Artico, ndt) e nel 1980, questa area remota del nord-est dell’Alaska è stata designata nuovamente dal Congresso come ANWR, Arctic National Wildlife Refuge (13) (Rifugio Nazionale della Fauna dell’Artico). Sin dalla scoperta del petrolio nella zona adiacente alla Baia di Prudhoe, le industrie dell’energia hanno iniziato a invocare il diritto di trivellare nell’ANWR, unicamente per essere bloccate da un altro presidente o da una camera del Congresso.
Nella maggior parte dei casi, la produzione nei paesi del Terzo Mondo non ha posto simili condizioni. Il governo nigeriano, per esempio, ha accettato per molto tempo investimenti stranieri per giacimenti petroliferi sia vicini alla riva che in mare aperto, pur mostrando una minima preoccupazione sulla spoliazione della costa meridionale, dove le operazioni delle compagnie petrolifere avevano prodotto un enorme disastro ambientale. Ecco come Adam Nossiter del New York Times descriveva (14) la situazione conseguente: “Il Delta del Niger, dove la ricchezza di petrolio del sottosuolo è del tutto sproporzionata alla povertà della superficie, ha subito ogni anno per 50 anni l’equivalente della fuoriuscita della Exxon Valdez, secondo alcune stime.”
Come è stato chiaramente mostrato da Peter Maass in Crude World (15), un modello simile è evidente in molti altri petro-stati del Terzo Mondo, dove ogni cosa va secondo le intenzioni di compiacenti funzionari di governo – spesso destinatari di considerevoli tangenti o di altri favori da parte delle compagnie petrolifere – che regolarmente guardano dall’altra parte. Le compagnie, a loro volta, non si curano delle violazioni dei diritti umani perpetrati dai governi stranieri loro “partner” – molti di loro dittatori, signori della guerra, o potentati feudali.
Ma i tempi cambiano. Il Terzo Mondo in maniera crescente non è più quello che era una volta. Molti paesi nel Sud del mondo stanno diventando maggiormente protettivi nei confronti dell’ambiente, anche molto inclinati ad effettuare tagli più cospicui alla ricchezza petrolifera nei loro stessi paesi, e a punire le compagnie estere che eludono le loro leggi. Nel Febbraio 2011, per esempio, un giudice della città di Lago Agrio nell’Amazzonia Equatoriale ordinò (16) alla Chevron di pagare 9 miliardi di dollari di risarcimento per danni ambientali causati nella regione nel 1970 dalla Texaco (che la compagnia acquisì più tardi). Anche se è improbabile che gli equadoregni ricevano un solo dollaro dalla Chevron, il caso è indicativo del fatto che ora esiste un più difficile contesto normativo nei confronti di queste compagnie nel mondo in via di sviluppo. Più recentemente, in un caso derivante da uno sversamento di petrolio da un giacimento offshore, un giudice in Brasile ha sequestrato i passaporti (17) di 17 impiegati della Chevron e di un operatore americano della torre di trivellazione della Transocean, impedendo loro di lasciare il paese.
In più, la produzione è in declino in alcuni paesi in via di sviluppo come Indonesia e Gabon, mentre altri hanno nazionalizzato i loro giacimenti o chiuso gli spazi nei quali private imprese internazionali potevano operare. Durante la presidenza di Hugo Chavez, per esempio, il Venezuela ha obbligato tutte le imprese straniere ad assegnare una quota di maggioranza nelle loro operazioni alla compagnia petrolifera di stato, Pétroleos de Venezuela S.A. (18) Allo stesso modo, il governo brasiliano, sotto il precedente presidente Luiz Inácio Lula da Silva, ha istituito una regola, cioè che tutte le operazioni di trivellazione nel nuovo giacimento “pre-salt” nell’Oceano Atlantico – ampiamente considerato come la più grande scoperta di petrolio del XXI secolo – devono essere eseguite da un’impresa controllata dallo stato, la Petróleo de Brasil (Petrobras). (19)
Fratturazione idraulica, la nostra strada verso un pianeta tossico
Simili pressioni nel Terzo Mondo hanno forzato le maggiori imprese statunitensi ed europee – BP, Chevron, ConocoPhillips, ExxonMobil, Royal Dutch Shell e la francese Total – a guardare altrove per nuove fonti di petrolio e gas naturale. Sfortunatamente per loro, non ci sono molti posti nel mondo che posseggano promettenti risorse di idrocarburi e che accolgano investimenti dai giganti privati dell’energia. Ecco perché alcuni dei nuovi mercati dell’energia più allettanti risiedono in Canada e negli Stati Uniti, o nelle acque al largo delle loro coste. Di conseguenza, entrambi i paesi stanno vivendo un notevole miglioramento in nuovi investimenti da parte delle maggiori aziende internazionali.
Entrambi i paesi posseggono ancora consistenti giacimenti di petrolio e gas, ma non di una “facile” varietà (giacimenti vicini alla superficie, vicini alla costa, o facilmente accessibili per l’estrazione). Tutto ciò che rimane sono “difficili” riserve di energia (nel profondo sottosuolo, lontano dalla costa, difficili da estrarre e da trattare). Per sfruttare queste riserve, le compagnie energetiche devono dispiegare tecnologie aggressive che potenzialmente possono causare danni estensivi all’ambiente e in molti casi anche alla salute umana. Devono inoltre trovare le modalità per guadagnarsi l’approvazione del governo per entrare in aree protette dal punto di vista ambientale che sono ora off limits.
La formula per rendere il Canada e gli Stati Uniti l’ “Arabia Saudita” del XXI secolo è sinistra ma relativamente semplice: le protezioni ambientali saranno sventrate e a tutti coloro che sono contrari a intensificare la trivellazione, dai proprietari terrieri ai gruppi locali di protezione ambientale, verrà imposto con la forza di farsi da parte. Per dirla in altro modo, il Nord America dovrà essere “Terzo Mondificato”. La presa in considerazione dell’estrazione di petrolio e di gas di scisto è ampiamente ritenuta l’aspetto più cruciale dell’attuale spinta di Big Oil nel mercato nordamericano. Si ritiene che le formazioni di scisto in Canada e negli Stati Uniti ospitino enormi quantità di petrolio e gas naturale, e la loro affrettata estrazione stia già contribuendo a ridurre la dipendenza della regione dall’importazione di petrolio.
Entrambe le risorse energetiche, tuttavia, possono essere estratte soltanto attraverso un processo definito “fratturazione idraulica” (idro-fratturazione o semplicemente fracking) che utilizza potentissimi getti d’acqua in enormi quantità per frantumare le formazioni di scisto nel sottosuolo, creando delle fessure attraverso le quali l’idrocarburo possa fuoriuscire. Inoltre, per allargare queste fessure e per facilitare la fuoriuscita di petrolio e gas in esse contenuti, l’acqua usata per la fratturazione deve essere mischiata con una varietà di solventi e acidi spesso velenosi. Questa tecnica produce enormi quantità di acqua di scarico tossica (20), che non può né essere restituita all’ambiente senza il pericolo per la fornitura di acqua potabile né può essere immagazzinata e decontaminata.
La rapida espansione della fratturazione idraulica sarebbe problematica nelle migliori circostanze, ma non è questo il caso. Molte delle più ricche fonti di petrolio e gas di scisto, per esempio, sono situate in zone popolate del Texas, Arkansas, Ohio, Pennsylvania e New York. Infatti, uno dei siti più promettenti, la formazione di Marcellus, è contigua all’area spartiacque (21) della zona settentrionale di New York City. In queste circostanze, preoccuparsi riguardo alla sicurezza dell’acqua potabile dovrebbe essere fondamentale, e la legislazione federale, specialmente il Safe Drinking Water Act del 1974, teoricamente dovrebbe affidare all’Agenzia di Protezione Ambientale (EPA) il potere di supervisionare (e potenzialmente vietare) ogni procedura che metta in pericolo le risorse idriche.
Tuttavia, le compagnie petrolifere cercando di aumentare i profitti massimizzando l’utilizzo della fratturazione idraulica, associatesi, hanno fatto pressione sul Congresso e sono riuscite a ottenere delle esenzioni dalle disposizioni della legge del 1974. Nel 2005, sotto una pesante azione di lobbying da parte dell’allora vice presidente Dick Cheney – ex amministratore delegato della Halliburton, appaltatrice di servizi petroliferi – il Congresso approvò (22) l’Energy Policy Act (legge sulla politica energetica, ndt), che vietava all’EPA di regolare la fratturazione idraulica attraverso il Safe Drinking Water Act, eliminando così un significativo impedimento a un più largo uso di questa tecnica.
Terzo Mondificazione
Fino ad allora, c’è stata una fuga virtuale verso le regioni di scisto da parte delle grandi compagnie petrolifere, che hanno in molti casi divorato le piccole aziende che sperimentarono lo sviluppo della fratturazione idraulica (nel 2009 per esempio la Exxon Mobil pagò (23) 31 miliardi di dollari per acquisire la XTO Energy, uno dei principali produttori di gas di scisto). Da quando l’estrazione di petrolio e gas di scisto è aumentata, l’industria ha affrontato altri problemi. Per sfruttare con successo le promettenti formazioni di scisto, per esempio, le aziende devono creare diversi pozzi, poiché ogni operazione di fratturazione idraulica può estendersi soltanto per poche centinaia di metri in ogni direzione, richiedendo la creazione di operazioni di trivellazione rumorose (24), inquinanti e potenzialmente pericolose nelle zone rurali e periferiche densamente popolate.
Mentre la trivellazione è stata accolta da alcune di queste comunità come una fonte di reddito addizionale, molte invece si sono fortemente opposte (25) all’invasione, giudicandola come un assalto alla pace, alla salute e alla sicurezza del vicinato. Nello sforzo di proteggere la loro qualità della vita, alcune comunità della Pennsylvania, per esempio, hanno adottato leggi locali che vietano la fratturazione idraulica tra le loro terre. Vedendo ciò ancora come un ulteriore ostacolo intollerabile, l’industria ha messo sotto pressione (26) i fidati membri della legislatura dello stato per far loro adottare una legge che privi la gran parte delle giurisdizioni locali del diritto di escludere le operazioni di fratturazione idraulica. “Siamo stati venduti al settore del gas, puro e semplice”, disse Todd Miller (27), commissario cittadino di South Fayette Township che si oppose alla legislazione.
Se l’industria dell’energia fa la sua strada in Nord America, ci saranno molti altri Todd Miller a lamentarsi riguardo al modo in cui le loro vite e i loro territori sono stati “venduti” ai baroni dell’energia. Si stanno già combattendo lotte simili (28) in America, in quanto le imprese energetiche cercano di superare la resistenza all’espandersi della trivellazione in aree una volta protette da tale attività.
In Alaska, per esempio, l’industria sta combattendo nelle corti e al Congresso per permettere la trivellazione nelle zone costiere, nonostante l’opposizione (29) delle comunità di Nativi Americani che sono preoccupati che gli animali marini vulnerabili e il loro tradizionale modo di vita possa essere messo a rischio. Questa estate la Royal Dutch Shell si aspettava di iniziare (30) i test di trivellazione nel Mare Chukchi, un’area importante per molte di queste comunità.
E questo è solo l’inizio. Per guadagnare l’accesso a riserve addizionali di petrolio e gas, l’industria sta cercando di eliminare virtualmente tutte le restrizioni ambientali imposte dagli anni ’60 e aprire vasti tratti di aree costiere e naturali, compreso l’ANWR, alla trivellazione intensiva. Cerca inoltre di costruire il molto discusso (31) oleodotto Keystone XL, che serve per il trasporto di petrolio greggio sintetico realizzato dalle sabbie bituminose del Canada – una particolarmente “sporca” e devastante, dal punto di vista ambientale, forma di energia che ha attratto sostanziosi investimenti statunitensi – al Texas e alla Louisiana per ulteriori processi. Secondo Jack Gerard (32), presidente dell’American Petroleum Institute (API), la strategia energetica prediletta dagli Stati Uniti “includerebbe maggiori accessi alle aree che sono attualmente off limits, un processo regolatore e permissivo che supporti scadenze ragionevoli per lo sviluppo, e l’approvazione immediata dell’oleodotto Keystone XL.”
Per raggiungere questi obiettivi, l’API, che dichiara di rappresentare più di 490 compagnie di petrolio e gas naturale, ha lanciato una multi-milionaria (33) campagna per influenzare le elezioni del 2012, soprannominata “Vote 4 Energy” (vota per l’energia, ndt). Mentre descrive se stessa come imparziale, la campagna finanziata dall’API cerca di screditare e marginalizzare ogni candidato, incluso il presidente Obama, che si oppone anchedaniel yergin petrolio nella più mite delle modalità al programma “drill-everywhere” (trivellare ovunque, ndt). “Ci sono due strade che possiamo prendere” riguardo alla politica energetica, proclama il sito web di Vote 4 Energy. (34) “Una strada porta a più lavoro, entrate del governo più alte, maggiore sicurezza per gli Stati Uniti – che può essere raggiunta aumentando lo sviluppo di petrolio e gas naturale qui in patria. L’altra strada metterebbe il lavoro, le entrate e la sicurezza energetica a rischio”. Questo messaggio sarà trasmesso con frequenza crescente con l’avvicinarsi del giorno delle elezioni.
Secondo l’industria energetica, siamo ad un bivio e possiamo scegliere o una strada che conduce a una maggiore indipendenza energetica o una che conduce a una ancora più pericolosa insicurezza energetica. Ma esiste un altro modo per rappresentare questa “scelta”: su una strada, gli Stati Uniti assomiglieranno sempre di più a un petro-stato del Terzo Mondo, con leader di governo accomodanti, con un sistema sempre più guidato dai soldi e politicamente corrotto, e un’irrisoria tutela su ambiente e salute; sull’altra, che dovrebbe comprendere anche investimenti di gran lunga maggiori nello sviluppo di fonti di energia alternative e rinnovabili, rimarrebbe la prima nazione al mondo con forti regolamentazioni su salute e ambiente e robuste istituzioni democratiche.
Il modo in cui rappresenteremo la difficile situazione dell’energia nei prossimi decenni e quale strada alla fine selezioneremo sarà in larga misura determinata dal destino di questa nazione.


NOTE
1)
http://www.washingtonpost.com/opinions/daniel-yergin-for-the-future-of-oil-look-to-the-americas-not-the-middle-east/2011/10/18/gIQAxdDw7L_story.html
2)
http://www.tomdispatch.com/blog/175264/michael_klare_the_coming_era_of_energy_disasters
3)
http://www.tomdispatch.com/blog/175264/michael_klare_the_coming_era_of_energy_disasters
4)
http://www.tomdispatch.com/post/175376
5)
http://www.eia.gov/totalenergy/data/annual/showtext.cfm?t=ptb0502
6)
http://www.amazon.com/dp/1439110123/ref=nosim/?tag=tomdispatch-20 . (Trad. it.: Il premio: l’epica corsa al petrolio, al potere e al denaro, Sperling & Kupfer, Milano 1991, ndt.) 7)http://www.bp.com/sectiongenericarticle800.do?categoryId=9037130&contentId=7068669
8)
http://en.wikipedia.org/wiki/1969_Santa_Barbara_oil_spill
9)
http://en.wikipedia.org/wiki/National_Environmental_Policy_Act
10)
http://en.wikipedia.org/wiki/Clean_Water_Act
11)
http://en.wikipedia.org/wiki/Safe_Drinking_Water_Act
12)
http://arctic.fws.gov/plo2214.htm
13)
http://arctic.fws.gov/index.htm
14)
http://www.nytimes.com/2010/06/17/world/africa/17nigeria.html?_r=1
15)
http://www.amazon.com/dp/1400075459/ref=nosim/?tag=tomdispatch-20
16)
http://online.wsj.com/article/SB10001424052748703584804576144464044068664.html
17)
http://www.bloomberg.com/news/2012-03-22/brazil-tries-to-lay-down-the-law-with-chevron.html
18)
http://www.pdvsa.com/
19)
http://www.petrobras.com/en/home.htm
20)
http://www.nytimes.com/2011/02/27/us/27gas.html
21)
http://www.guardian.co.uk/environment/2012/jan/05/fracking-new-york-poison-claim
22)
http://www.nytimes.com/2012/03/23/business/energy-environment/inching-toward-energy-independence-in-america.html
23)
http://www.nytimes.com/2009/12/15/business/energy-environment/15exxon.html
24)
http://www.nytimes.com/2011/11/20/magazine/fracking-amwell-township.html
25)
http://www.tomdispatch.com/archive/175492/ellen_cantarow_shale-shocked
26)
http://truth-out.org/index.php?option=com_k2&view=item&id=6675:fracking-industry-colludes-with-pennsylvania-legislature-to-create-dangerous-new-law
27)
http://www.nytimes.com/2012/02/08/us/pennsylvania-senate-passes-compromise-bill-on-gas-drilling.html
28)
http://www.businessweek.com/news/2012-03-30/anschutz-files-appeal-notice-in-fracking-case-lawyer-says
29)
http://www.petroleumnews.com/newsbulletin/121640719.html
30)
http://www.chron.com/business/article/Shell-inches-closer-to-drilling-in-Chukchi-Sea-3340573.php
31)
http://www.tomdispatch.com/archive/175468/bill_mckibben_puncturing_the_pipeline
32)
http://www.ogj.com/articles/2012/03/api-raising-us-oil-supplies-key-to-lowering-gasoline-prices.html
33)
http://money.cnn.com/2012/01/04/news/economy/oil_industry_2012/index.htm
34)
http://vote4energy.org/about /

Michal. T Klare Link: http://www.tomdispatch.com/post/175523/tomgram%3A_michael_klare%2C_welcome_to_the_new_third_world_of_energy%2C_the_u.s./ 2.4.2012
6 aprile 2012
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=print&sid=10132

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *