Il nostro Capitini 2. Religione aperta – Pietro Polito

Con una piccola antologia di pensieri religiosi dal libro Religione aperta di Aldo Capitini

I due più grandi pensatori religiosi del Novecento italiano sono Aldo Capitini e Piero Martinetti. Per il filosofo italiano della nonviolenza Martinetti non è stato solo un protagonista della storia della filosofia e della cultura: è stato “un orientamento”. A mio parere il giudizio può essere esteso al “nostro” Capitini. Chi vuole rendersene conto non ha che da scorrere anche solo qualche pagina di Religione aperta (1955), il libro che Mario Martini e l’editore Laterza hanno lodevolmente di recente riportato nelle librerie, con una introduzione di Martini e una prefazione di Goffredo Fofi. Si tratta di un libro straordinario che si può leggere così come liberamente si pesca in un forziere lasciandosi attrarre da ciò che più colpisce la nostra osservazione.

Poiché il libro s’inserisce perfettamente nei tempi attuali segnati in vario modo da un ritorno delle religioni, occorre avvertire il lettore, ignaro della storia del libro, che Religione aperta non è da scambiare con un altro esempio della “teologia narrativa” corrente (contro cui giustamente si irrita Gian Enrico Rusconi). Le pagine di Capitini non sono un vademecum personale per la ricerca della felicità individuale e non offrono alcuna ricetta allusiva, metaforica, letteraria per il buon uso della religione.

Per capire il messaggio dirompente di Capitini, anzitutto bisogna collocare la sua sfida nel panorama etico-politico dell’Italia degli anni Cinquanta e considerare la proposta della religione aperta come il cuore di una visione filosofica e politica.

Dal punto di vista storico, il libro è stato un sasso gettato nelle acque stagnanti di una Italia segnata dalla contrapposizione tra le tre grandi fedi: la fede dei laici, quella dei cattolici e quella dei comunisti. In quel contesto l’idea di una religione, che oggi si direbbe inclusiva e non esclusiva e che, come diceva allora Capitini, unisce ma non divide, è stata e rimane un richiamo ad aprire la fede, non chiudendosi nel recinto delle proprie convinzioni.

Un richiamo allora e per molti versi ancora oggi non ascoltato, né compreso. Se da parte comunista Capitini è stato considerato un compagno di strada, se da parte cattolica la reazione fu quella di mettere Religione aperta all’Indice, solo pochi laici (Norberto Bobbio, Danilo Dolci) si confrontarono con lui, trascurandone però la centralità dell’elemento religioso.

Un errore: Capitini non è un politico-religioso ma un religioso-politico. La religione aperta, che non è una religione del Libro, come si è anticipato, si fonda su una filosofia (elaborata da Capitini), la teoria della compresenza, e si prolunga in una politica (che Capitini eredita da Gandhi), la nonviolenza, a cui è dedicato il capitolo centrale del libro. In breve, la compresenza è il fondamento della religione aperta, la nonviolenza ne è lo svolgimento pratico. Ma, vale la pena riferire questa connessione tra teoria e prassi con le parole di Capitini.

Nell’apertura religiosa le persone “si aggiungono via via e aumentano di numero, senza cancellare le altre; così come ad una bella musica succede un’altra e la seconda non annulla la prima”. Muovendosi nell’orizzonte della compresenza che collega i morti e i viventi, i sani e i malati, i buoni e i cattivi, le persone e le cose, la religione è “iniziativa assoluta”, “apertura appassionata a una realtà liberata”.

Fondamentalmente la religione è il rifiuto della “realtà dei fatti”, dove il pesce più grande mangia il pesce più piccolo; la religione è “servizio dell’impossibile, rifiutando di accettare i modi attuali di realizzarsi della vita e del mondo come se fossero assoluti e gli unici possibili”.

Un’utopia? Una predica? Né l’una né l’altra: una profezia, se si vuole, lo si è detto spesso, un’utopia concreta. Il metodo di Gandhi permette di far vivere qui ed ora, a partire da se stessi, i modi religiosi. Ebbene, passando dalla teoria alla prassi, dal pensiero all’azione (Mazzini), richiamandosi a Francesco, trasportando Gandhi dall’Oriente in Occidente, agire religiosamente vuol dire agire nonviolentemente, significa considerare l’altro “come possibilità infinita”.

Qual è la specificità del contributo religioso? Per rispondere a questa domanda suggerisco di accostare Capitini a Gobetti. Il filosofo della nonviolenza apprezza il giovane teorico della rivoluzione liberale perché anch’egli nell’agone politico si pone dalla parte di chi sta più in basso e non di chi sta più in altro, dalla parte della società che ha più spirito religioso.

Il contributo religioso non viene dall’alto, non si esprime – dice Capitini – in “una lingua che non è capita dal popolo”, non si fonda sulla distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male, non deriva dall’osservanza di dogmi o dalla credenza in cose discutibili o leggende, non si manifesta nel recinto di una parrocchia totalitaria o di una Chiesa.

Diversamente, alternativamente, la religione aperta non ha bisogno di essere costituita in un’istituzione, “usa con tutti e in tutte le occasioni la lingua comune, da tutti capita”, si richiama all’osservazione dell’esperienza e alla voce della ragione e della coscienza, è “libera aggiunta” e rispetto delle opinioni di tutti, “non si organizza in parrocchie totalitarie ma in centri di fede”.

Pensieri religiosi

Antologia da Religione aperta di Aldo Capitini

Persuasione

Quando incontro una persona, e anche un semplice animale, non posso ammettere che poi quell’essere vivente se ne vada nel nulla, muoia e si spenga, prima o poi, come una fiamma. Mi vengono a dire che la realtà è fatta così, ma io non accetto. E se guardo meglio, trovo anche altre ragioni per non accettare la realtà così come è ora, perché non posso approvare che la bestia più grande divori la bestia più piccola, che dappertutto la forza, la potenza, la prepotenza prevalgano: una realtà fatta così non merita di durare. È una realtà provvisoria, insufficiente, ed io mi apro ad una sua trasformazione profonda, ad una sua liberazione dal male nelle forme del peccato, del dolore, della morte.

Apertura è amore

Quando l’apertura del tu non si arresta ad una sola persona, ad un solo essere, ma è tale che si volgerebbe a tutti, l’amore è religioso. Questa non è che una disposizione di apertura a tutti […]. La disposizione può esserci, anche dicendo il tu di unità amore ad un solo essere, se io incontro un solo essere: ti amo, mi rallegro per te, che tu ci sia, e l’infinito significa che ti amerò mi rallegrerò per te anche domani e in séguito, costantemente, e poi se accanto a te, spunta un altro, anche a lui sono certo che volgerò il tu di unità amore. In questo modo la persona incontrata, amata, salutata con un sorriso mattinale, non è una persona con cui io faccia una lega chiusa, con cui stabilisca un «egoismo di due persone», come se mi fossi aperto un po’ e subito richiuso: l’apertura continua; a quella persona è rivolto l’atto che ha la disposizione di accrescersi, non di cessare. Tale è l’apertura religiosa a tutti.

Iniziativa

La religione è iniziativa, e noi prendiamo l’iniziativa dell’appassionato superamento dei limiti.

Aggiunta

L’atteggiamento fondamentale religioso deve essere di libera aggiunta. Tutte le volte che la religione si fa pretesa unica e autoritaria, sottomette l’unità di tutti a sé stessa, obbliga tutti a passare per sé stessa e perciò divide, è guerra e non pace, e capovolge la sana impostazione; invece di porre la pace con le persone e la guerra con le chiusure del mondo, fa la pace col mondo e assume chiusure da esso, e conduce guerra alle persone, le fa schiave o uccide, al modo antico.

Il nostro lavoro

La religione si costituisce quotidianamente, è il nostro lavoro raccolto e serio di ogni giorno: esso arriva a punti fondamentali, li approfondisce, tiene presenti i contributi altrui, dando e ricevendo la vita religiosa ha un carattere attivo e attuale, serio e creativo, e in essa l’interiorità è impegnata a dare i suoi contributi incessanti. L’attenzione a ciò che è altro, nulla toglie alla fermezza di cui siamo persuasi.

Coscienza

Ciò soltanto che noi dobbiamo chiedere alla coscienza è di lavorare seriamente, di tener conto dei problemi di appassionarsi ad essi e poi possiamo fare l’aggiunta delle cose religiose […]. La religione non ti darà comandi, ma ti dirà che cosa tu troverai (la realtà liberata), oltre il tuo fare. Perciò cade tutta la potenza che possa accompagnare un comando, potenza da cui la coscienza non si farà minimamente impressionare se sarà coscienza libera, cioè attivamente unita alla legge morale che le parla dentro. Nemmeno i miracoli, che sono anch’essi potenza, e quindi esteriori alla coscienza che decide. Davanti alla coscienza libera, la potenza non potrà mai convalidare comandi inaccettabili. Bisogna che essi siano persuasivi in sé stessi, proprio senza potenza esterna anche miracolosa; che sia possibile una realtà liberata, questa è altra cosa, e lo dice la religione.

Libertà

La libertà guadagna dall’aggiunta della vita religiosa. La libertà che si accontenta di sé non è più libertà, e finisce con essere rinunciataria: la libertà deve essere inquieta, scontenta del suo stato presente per accrescersi, per entrare là dove non è ancora entrata.

Valori

I valori […] non sono l’autorizzazione al mondo di restare qual esso è: essi sono i tramiti, indizi, passaggi ad una realtà liberata.

Dalla parte di quelli che quasi non sono

Il valore è di tutti, e tutto spetta a tutti; e siccome non possiamo dare le cose del mondo ai morti, ecco che le daremo a chi assomiglia a loro, ai malati, agli stroncati, ai pallidi, a quelli che quasi non sono, rivolgendo particolari cure e facendo loro affluire le cose più ancora che a chi lavora e opera visibilmente nella produzione.

Che cosa fare?

Uno, lette queste pagine, potrebbe domandare: “Che cosa fare?”. E la mia risposta è questa.

Prima di tutto dico che queste pagine non sono una strada obbligata. La persuasione e l’esperienza che ho di ciò che ho scritto, sono proposte agli altri come elementi che possono essere tenuti presenti per applicazioni, svolgimenti, reazioni. Sono convinto che anche uno che approvasse tutto ciò che ho detto, lo vivrebbe tuttavia diversamente e vi metterebbe qualcosa di proprio che io non potrei prevedere, e ci di cui potrei rallegrarmi. Del resto, se queste pagine hanno un tono, presentano un impegno fondamentale, danno un senso di tensione e di familiarità (che mi piace stiano insieme), è già molto se uno ne deriva questa serietà e serenità per le sue decisioni, per il suo atteggiamento davanti alla vita.

Questa «religione»

Quante volte la sera tardi, nella stanchezza e nel raccoglimento, mi porto, lasciato il resto, solamente a pensare a questa «religione», al fatto di questa realtà di tutti, a questa apertura di una realtà liberata, a concentrare in questo atto e in questo sentire l’estrema energia che può esser lasciata da una giornata logorante! riprender il contatto con i principi, con le posizioni fondamentali, risultanti da tante riflessioni ed esperienze interiori; sgombrare per un momento ogni uso dei principi fatto nell’area aperta del mondo semplicemente per riconnetterli alla fondamentale sincerità di uno che si trova nel mondo, mi sembra che sia un atto consigliabile all’individuo ma egli ha anche tutta una giornata per sé, e tanti incontri; quindi occasioni e campi per precise iniziative.

Con l’animo di fare ugualmente il possibile, sia da solo che con altri (e così sorgono le vere iniziative appassionate e feconde), uno si costituisce così centro di fede e di lavoro, ammettendo che possano esservi innumerevoli altri centri.

Una replica a “Il nostro Capitini 2. Religione aperta – Pietro Polito”

  1. Caro Pietro, ho lettoattentamente i frammenti di antologia su Religione aperta. Non è un commento il mio, cosa potrei mai aggiungere,sui contenuti del NOSTRO, mi sento si sostanziare la semplicità espositva ed una sintesi molto significativa.
    Con l'accasione un caloroso e fraterno abbraccio

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