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Don Milani fa sempre scuola – Recensione di Enrico Peyretti

marzo 22, 2012 Versione stampabile

Documenti del processo di don Milani, L’obbedienza non è più una virtù, con una postfazione di don Sandro Lagomarsini, Libreria Editrice Fiorentina, aprile 2011, edizione speciale per i 150 anni dell’Unità d’Italia, pp. 109, € 8,00

Don Lorenzo Milani, L’obbedienza nella Chiesa, con una introduzione di Michele Gesualdi, Libreria Editrice Fiorentina, aprile 2011, pp. 108, € 8,00

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Il primo dei due volumetti è la notissima raccolta – ma c’è sempre qualcuno che non l’ha ancora letta, e questa è l’occasione imperdibile – dei documenti del processo a don Milani, accusato di istigazione a delinquere (disobbedienza alle leggi), per aver difeso gli obiettori di coscienza, nel 1965, dall’irrisione e dal disprezzo dei cappellani militari toscani.

I principali documenti sono la Risposta di don Lorenzo Milani ai cappellani militari (pp. 19-28) e la Lettera ai giudici, come maestro, come sacerdote (pp. 39-73), inviata dal prete fiorentino impossibilitato per malattia a presentarsi in tribunale. Fu assolto il 15 febbraio 1966, ma in appello la lettera fu condannata, nel 1968: nel frattempo don Milani era morto il 26 giugno 1967.

La lettera ai cappellani è, secondo don Milani, una scorsa su cent’anni di storia d’Italia alla luce del verbo “ripudia“ usato dall’art. 11 della Costituzione (p. 44). Oggi dobbiamo chiederci se abbiamo saputo, nel 150° di unità italiana, ripercorrere la storia delle nostre guerre e della nostra politica con questa stessa chiaroveggenza.

Nella postfazione, Lagomarsini fa notare che la lettera ai giudici è per due terzi lezione civile, laica, e solo un terzo è dedicato alla specificità cristiana, con testi della originaria e costante tradizione cristiana sul dovere dell’obbedienza alla verità sentita in coscienza prima che alle leggi stabilite.

A don Milani sta a cuore anzitutto la funzione della scuola, che è «l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare il loro senso della legalità (…) dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico» (p.46).

Riascoltiamo un culmine morale della lettera ai giudici: «In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge e d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto. La Costituzione gli affianca anche la leva dello sciopero. Ma la leva vera di queste due leve del potere è influire con la parola e con l’esempio sugli altri votanti e scioperanti. E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede» (p. 47).

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E l’obbedienza nella chiesa, come la vedeva don Milani, spesso censurato e castigato dai superiori ecclesiastici? Il secondo volumetto è la registrazione, finora inedita, di una lezione del prete-maestro ai suoi ragazzi su questo argomento. Un manoscritto schematico di due pagine, pubblicato e trascritto qui (pp. 31-32, 33-34) sintetizza la sua tesi. Egli ha forte coscienza di essere ministro del vangelo per il popolo, con piena e diretta responsabilità. Il vescovo è un supervisore, che va obbedito se richiama, in nome di esigenze comunitarie, ma dopo, e non prima che il prete abbia agito secondo la coscienza del suo ministero. Chiedere autorizzazioni prima sarebbe sottomettere la missione evangelica a prudenze e paure personali dell’autorità.

«L’essenza della religione è cedere, ma a Dio e non agli uomini. Vescovo-episcopo-ispettore: solo una funzione di freno, non di stimolo (…). Interrogato prima non dice la verità, ma si attiene all’estremo più sicuro; il più sicuro non è il vero». È ciò che don Milani chiama obbedienza nella chiesa “dopo il fatto”. Bisogna obbedire ai superiori anche se cattivi (cita san Paolo), ma non ad ordini cattivi. «È evidente che son mediatori umani con possibili difetti (anzi probabili perché han fatto carriera), ma dei loro difetti pagheranno loro davanti a Dio». «L’obbedienza non esiste: se la cosa è ragionevole è una semplice coincidenza; se la cosa è indifferente è amore alla convivenza. Se è irragionevole non va obbedita».

Enrico Peyretti, 18 marzo 2012

 



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