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Discordie in gioco: un percorso educativo – Elena Camino e Angela Dogliotti Marasso

marzo 16, 2012 Versione stampabile

Come sviluppare competenze per un approccio nonviolento e creativo e acquisire consapevolezza delle dimensioni locali e globali dei conflitti socio-ambientali?

Due visioni del mondo – un conflitto (finora…) asimmetrico

Da ormai più di vent’anni – in Italia e nel mondo – si accendono (per poi spegnersi o covare sotto la cenere della repressione) varie forme di protesta nonviolenta nei confronti di scelte politiche, sociali, economiche e ambientali che danneggiano una popolazione, una comunità, un paese, in nome del progresso tecno-scientifico e dell’ affermazione di una società del ‘benessere’.

Molte di queste proteste hanno in comune una ‘visione’ del mondo, basata sull’uguaglianza, sulla giustizia, sul rispetto della diversità, sulla protezione della natura, sulla gestione condivisa dei beni comuni: valori – dunque – condivisibili dalla maggior parte delle persone. Perché dunque questi gruppi e movimenti restano sempre minoranza? Come mai non inducono tutta la società civile ad aderire alle proteste, e a sostenere le ragioni di chi manifesta?

I motivi sono tanti: alcuni molto evidenti, altri assai più nascosti. Tra i motivi evidenti vi è la disparità delle forze in campo: quando lo Stato si oppone alle manifestazioni di dissenso schierando polizia e militari, e l’establishment seleziona l’informazione pubblica il confronto è chiaramente impari. Un altro motivo evidente è da attribuire agli interessi in gioco: anche su questo piano le forze in campo sono di solito molto diverse, contadini contro industriali, gruppi informali di cittadini contro associazioni di imprenditori o istituzioni politiche con forti interessi economici.

Ma secondo noi ci sono altri motivi: proviamo a individuarne alcuni.

La narrativa dominante

La nostra società è continuamente bersagliata da un flusso di informazioni e immagini che negli anni hanno costruito e consolidato un immaginario collettivo volto a rassicurare il pubblico che il progresso tecno-scientifico ci permetterà di dominare e controllare la natura, che le malattie saranno sconfitte, che la crescita economica ci porterà benessere. Per conseguire questo traguardo occorre dispiegare una grande POTENZA: grandi edifici, vie di comunicazione rapide, aerei sempre più veloci, capacità informatiche sempre più sofisticate… Chi si oppone al progresso viene etichettata come una minoranza egoista e conservatrice: bisogna metterla a tacere per il bene della maggioranza.

Questa narrativa non è solo ampiamente alimentata da chi detiene il potere (con le decisioni politiche che prende e con il controllo dei media), ma anche dal sistema educativo, che promuove una ‘società della conoscenza’ – dimenticando i rischi che derivano dal costruire ‘conoscenza senza saggezza’1- e incoraggia la competitività.

La competitività – tanto valorizzata anche da Istituzioni prestigiose come l’Unione Europea2 – viene proposta in un vuoto contestuale, in cui non ci si chiede chi siano gli ‘avversari’ e per quali fini si debba competere. Non si è ancora radicata nelle persone la consapevolezza dell’interdipendenza tra gruppi umani – anche se separati da migliaia di km. Ebbene, l’immaginario del progresso tecno-scientifico prende concretezza nell’uso di enormi quantità di energia e di materia, che sempre più vengono sottratte a popolazioni indifese, distruggendo gli ambienti naturali che per lungo tempo li hanno sostentati, e con i quali hanno spesso sviluppato rapporti spirituali profondi. Al flusso di risorse in entrata si accompagna un imponente flusso in uscita – rifiuti di vario genere, materiali inerti e tossici, CO2 – e uno squilibrio crescente dei grandi serbatoi globali (l’atmosfera, gli oceani, i suoli). I nostri ‘avversari’ nella competizione sono per lo più persone di cui non conosciamo neppure l’esistenza, che vengono travolte durante il saccheggio di risorse reso necessario per assicurare il nostro ‘progresso’.

Una cento mille opposizioni

Sempre di più – in Italia e nel mondo – fioriscono manifestazioni di protesta che si basano tutte su una diversa narrativa: quella di un mondo in cui si riconosce la totale dipendenza dell’umanità dai sistemi naturali, la necessità di lasciare una ‘impronta’ leggera sulla Terra, per non sottrarre risorse ad altre comunità o alle generazioni future. Manifestare contro le grandi opere, quindi, vuol dire contribuire alla difesa di migliaia di comunità di contadini, pescatori, popoli indigeni in Asia, Africa, America Latina, la cui vita è devastata dagli scavi di miniera, dalle trivelle per l’estrazione del petrolio, dalle enormi dighe costruite per produrre energia elettrica, dai rifiuti e scarti (locali e globali) delle attività produttive della società tecno-scientifica.

Si tratta di popolazioni Yanomami (tra Brasile e Venzuela), Oruro (in Bolivia), Wajùu (Colombia), Maya (Guatemala), Boscimani (Botswana), Digo e Kamba (Kenya), Adivasi (India), e tante altre: dal Tibet al Cile, dalla Mongolia al Vietnam al Canada il ‘progresso’ delle minoranze ricche del pianeta si realizza grazie alla distruzione di innumerevoli eco-socio-sistemi – ambienti in cui da tempi di centinaia, se non di migliaia di anni, delle comunità umane vivevano in un delicato e precario equilibrio con la natura.

L’immaginario condiviso da queste popolazioni è centrato sul riconoscimento (spesso accompagnato da un senso di reverenza, di relazione spirituale) della centralità di ‘Madre Terra’.

La narrativa che caratterizzava alcune società antiche, e che Gandhi (e altri con e dopo di lui) ha ripreso un secolo fa, si fonda su pochi concetti: il ‘sarvodaya’, cioè la ricerca del ‘ben-essere’ per tutti, con la valorizzazione dei talenti creativi e spirituali di ciascuno, lo ‘swadeshi’, cioè la possibilità di contare sulle proprie per il soddisfacimento dei bisogni primari, lo ‘swaraj’, la libertà di organizzarsi, l’’antyodaya’, l’attenzione per i più deboli.

L’immaginario che alimenta questa narrativa identifica dunque come elementi essenziali per il ‘benessere’ una rete di relazioni umane amichevoli e cooperative, una gestione rispettosa e responsabile dei beni comuni, l’uso di tecnologie a bassa potenza, la promozione di attività basate sulla valorizzazione delle risorse locali.

Verso un rete mondiale?

Molti movimenti di protesta negli ultimi anni stanno cercando di costruire, sia pur con fatica, dei coordinamenti: lo si è visto alcuni mesi fa – a Bussoleno – in occasione di un Convegno al quale sono intervenuti rappresentanti di movimenti di protesta francesi, spagnoli tedeschi.

Per far gradualmente prevalere una nuova grande narrativa del mondo è essenziale dar voce, valorizzare e sostenere tutte queste realtà che, anche se numericamente molto estese, sono ancora frammentate. Molte realtà locali non si conoscono tra loro. Alcune idee – pur condivise – sono espresse con linguaggi che stentano a trovare un vocabolario comune. La consapevolezza della profonda interdipendenza tra i destini di popoli anche lontani è ostacolata da potenti forze che alimentano la competizione e l’antagonismo, e continuamente costruiscono e ricostruiscono la figura del nemico.

Ma le cose stanno cambiando: le opportunità attuali della rete informatica mondiale offrono occasioni nuove di contatto, di conoscenza, di organizzazione.

Un grande concorso di idee, speranze, progetti aveva contraddistinto il Convegno di Rio nel 1992 – e aveva dato luogo all’individuazione di 27 Princìpi. Ne ricordiamo qui alcuni:

Principio 11

Gli Stati dovranno attuare un’efficace legislazione ambientale. Gli standard ambientali, gli obiettivi e le priorità di attuazione dovranno riflettere il contesto ambientale e di sviluppo cui si riferiscono. Gli standard applicati da alcuni Paesi possono risultare inadatti e con inaccettabili costi economici e sociali per altri Paesi, in particolare per quelli in via di sviluppo.

Principio 14

Gli Stati devono cooperare efficacemente per scoraggiare o prevenire il dislocamento e il trasferimento ad altri Stati di ogni attività e di ogni sostanza che provochi grave degrado ambientale o che sia riconosciuta nociva alla salute delle persone.

Principio 25

La pace, lo sviluppo e la tutela dell’ambiente sono interdipendenti e indivisibili.

Ai principi devono seguire le leggi. A che punto siamo?

Verso una nuova concezione del diritto?

Oggi guardiamo con un certo stupore ad alcune delle più significative conquiste di ‘civiltà’ del passato: la fine dell’apartheid negli Stati Uniti, il voto alle donne, i diritti dei lavoratori… si tratta di conquiste che hanno visto – in alcuni casi per decine di anni – delle minoranze impegnarsi con marce, manifestazioni, boicottaggi… accompagnate dall’indignazione della maggioranza e dalla repressione da parte delle istituzioni.

Forse siamo testimoni oggi di una ulteriore svolta: il riconoscimento dei diritti di tutte le popolazioni del mondo a vedere rispettati i propri territori e le proprie culture. E il diritto di ogni persona sulla Terra di veder salvaguardati i beni comuni: l’acqua, l’aria, la biodiversità, la terra fertile… E il ‘diritto’ di Madre Terra – Gaia – ad essere riconosciuta come fonte di vita per ogni vivente, esso stesso componente vitale dell’intera ‘olarchia’3.

Voci nuove anche tra gli scienziati

La scienza – come molte attività umane – presenta molte facce: se da un lato alimenta, spesso con imprudenza, l’immaginario della potenza e del controllo, e si fa corresponsabile di esperimenti globali di esito sconosciuto, d’altra parte fornisce informazioni e dati sempre più puntuali sugli squilibri che le attività umane stanno provocando nella nostra casa comune, e sottolinea l’imprevedibilità delle reazioni di Gaia, sistema complesso e in continua evoluzione.

Mentre alcuni ambiti dell’impresa scientifica – le tecnoscienze e i loro ‘esperti’ – alimentano la grande narrativa del progresso e dell’innovazione, gestiti dai ‘tecnici’, altri ambiti sono più orientati verso la ricerca di una relazione sostenibile con i sistemi naturali, e promuovono indagini interdisciplinari, in cui si valorizza la collaborazione di una molteplicità di voci (esperti, testimoni, società civile, comunità locali, ‘aventi diritto’, ecc.)4

Un appello recente verso un utilizzo più sostenibile delle risorse della Terra, pubblicato nel 20115 e firmato da 21 studiosi, sottolinea come l’umanità, con le sue attività, stia imprimendo al Sistema Terra un segno profondo, e stia mettendo a rischio la resilienza socio-ecologica. E prospetta un cambiamento di ‘immaginari’: “Questa nuova situazione richiede un cambiamento fondamentale di prospettive, visioni del mondo e istituzioni”. In questo cambiamento è compresa anche una diversa idea della ’innovazione’ e una relazione nuova tra governo e società civile: “la capacità innovativa locale è valorizzata quando sono presenti le condizioni per un apprendimento sociale, soprattutto quando vi sono archivi di memoria sociale ai quali attingere6. Vengono segnalate come strategie vincenti – per chi governa – la capacità di ascoltare e imparare a partire da idee locali (‘to engage’), la cura nell’ informare le popolazioni locali di risorse e possibilità a disposizione (‘to educate’), la fiducia nelle potenzialità e nelle risorse delle comunità locali (compresa la memoria a lungo termine espressa nelle risposte tradizionali: ‘to empower’), la disponibilità a far emergere una varietà di risposte innovative (‘to encourage’) invece di insistere su processi di pianificazioni gestiti dall’alto.

Nuove narrazioni, nuovi diritti

Mentre secondo le leggi attuali persone o gruppi di persone che difendono degli ecosistemi possono tutt’al più chiedere il pagamento di danni arrecati a sé in conseguenza della perdita d’uso di tali ecosistemi, un sistema legale di salvaguardia dei diritti degli ecosistemi garantirebbe protezione indipendentemente dalle conseguenze sulle persone. E’ quanto afferma la nuova assemblea costituente dell’Ecuador, che nel 2008 ha costituzionalmente sancito i diritti della natura: “la natura ha il diritto di esistere, persistere, mantenersi, rigenerarsi attraverso i propri cicli vitali, la propria struttura, le proprie funzione e i propri processi evolutivi”.

Dopo l’Ecuador, la Bolivia. La nuova legislazione boliviana (2009) riconosce la Madre Terra, Pachamama, come essere vivente. “Essa è sacra, fertile, e sorgente di vita che alimenta e si prende cura – nel proprio ventre – di tutti i viventi. Essa è in equilibrio permanente, in armonia e in comunicazione con il cosmo. Comprende tutti gli ecosistemi e viventi, e la loro auto-organizzazione

Alla NATURA sono riconosciuti 11 diritti basilari, fra i quali i più importanti sono i seguenti:

• Il diritto alla vita e all’esistenza

• Il diritto a continuare cicli vitali e processi liberi dall’alterazione dell’uomo

• Il diritto a non avere la sua struttura cellulare inquinata e alterata geneticamente

• Il diritto “a non essere influenzata da grandi infrastrutture e progetti di sviluppo che influenzino il bilancio degli ecosistemi e delle comunità delle popolazioni locali”

• Il diritto all’aria pura e all’acqua pulita

• Il diritto all’equilibrio

• Il diritto a non essere inquinata

La dichiarazione finale7 della Conferenza mondiale dei Popoli a Cochabamba (Bolivia) nel 2010, ha confermato l’importanza di raggiungere un accordo tra i popoli: A partire dalla premessa che “Oggi, la nostra Madre Terra è ferita ed il futuro dell’umanità è in pericolo”, così si legge in questo documento:

Siamo di fronte alla crisi terminale del modello di civiltà patriarcale basato sulla sottomissione e la distruzione degli esseri umani e della natura, che ha subito una accelerazione dalla rivoluzione industriale.

Il sistema capitalista ci ha imposto una logica di concorrenza, progresso e crescita illimitata. […]

Sotto il capitalismo la Madre Terra è diventata fonte solo di materie prime e gli esseri umani mezzi di produzione e consumatori, persone che valgono per quello di cui sono in possesso e neon per quello che sono.

Il capitalismo richiede una potente industria militare per il suo processo di accumulazione e controllo dei territori e delle risorse naturali, reprimendo la resistenza dei popoli.[…]

L’umanità è di fronte a un bivio importante: continuare per la strada del capitalismo, della depredazione e della morte oppure intraprendere il cammino dell’armonia con la natura e del rispetto per la vita.

Vogliamo forgiare un nuovo sistema che riporti armonia con la natura e tra gli essere umani. Ci può essere equilibrio con la natura solo ce c’è equità tra gli esseri umani.

Il prossimo appuntamento è di nuovo a Rio de Janeiro, venti anni dopo le prime dichiarazioni di ‘Principio’. Ora si tratta di tradurle in leggi. Dal 20 al 22 giugno 2012 si incontreranno capi di stato e migliaia di partecipanti da settori privati, Organismi Non Governativi, Associazioni per decidere insieme come ridurre la povertà, far progredire l’equità sociale, assicurare la protezione ambientale. E’ importante essere presenti a questo appuntamento con documenti, dichiarazioni, forme di sostegno e diffusione di idee, in modo che al vecchio immaginario della potenza e del controllo da parte di una élite si sostituisca un nuovo immaginario, narrato da molteplici forme di democrazia partecipativa radicata su territori locali e orientata a riequilibrare le relazioni tra comunità umane e con i sistemi naturali.

Rivitalizzare le competenze della lotta nonviolenta

Le lotte per il conseguimento di diritti (dei popoli, delle donne, delle minoranze, della natura) sono state caratterizzate dalle modalità nonviolente con cui sono state condotte: modalità che hanno richiesto addestramento e disciplina, umiltà e autocontrollo, pazienza e coraggio.

Attualmente, in mancanza di figure eccezionali di riferimento come Gandhi e Martin Luther King, che orientavano le persone sia con la loro testimonianza sul campo, sia con adeguati (e impegnativi!) corsi di addestramento, occorre sforzarsi di recuperare, praticare e diffondere la teoria e le pratiche di nonviolenza – sia nella società civile che a tutti i livelli del sistema educativo. E’ importante imparare a riconoscere le forme con cui la violenza si può manifestare – da quella diretta, immediatamente riconoscibile a quella indiretta, strutturale e culturale, che spesso colpisce di nascosto8. E’ importante anche avere sempre presente la differenza tra le idee – contro le quali si combatte – e le persone, verso le quali occorre mantenere una relazione di stima e rispetto.

Proprio la presenza di un nucleo di persone con una lunga storia di formazione alla nonviolenza in Val di Susa ha permesso – nel corso di ormai più di venti anni – di caratterizzare le forme di dissenso nei confronti della ‘grande opera- TAV’ come pacifiche e creative. L’estendersi del conflitto e il radicarsi delle posizioni antagoniste rischia di far smarrire questa radice preziosa, soprattutto al di fuori della Valle.

Alcune delle nostre attività – come educatrici – si sono rivolte proprio a promuovere nei giovani delle conoscenze sulla cultura della nonviolenza, sulla trasformazione nonviolenta dei conflitti, e delle competenze per partecipare – come cittadini nonviolenti – a incontri e manifestazioni che riguardano problematiche socio-ambientali. Tra gli strumenti di cui ci serviamo i ‘giochi di ruolo’ ci sembrano particolarmente efficaci e coinvolgenti.

Il gioco di ruolo sulla questione TAV per ‘scompaginare’ gli immaginari

Proprio perché siamo convinte che la questione TAV non sia affatto un problema del tipo NIMBY (non nel mio cortile), ma piuttosto abbia a che vedere (come abbiamo detto) con scelte riguardanti stili di vita, modelli di sviluppo, visioni del mondo che ci riguardano tutti, vorremmo riproporre un particolare gioco di ruolo, che riguarda il caso TAV: “Discordie in gioco Capire e affrontare i conflitti ambientali”9. Infatti il conflitto che in questi giorni sta attraversando una delle sue fasi più acute e che ha portato allo scontro tra movimento NO-TAV e istituzioni provinciali, regionali e nazionali decise a portare avanti il progetto TAV in Valsusa mette in luce alcuni nodi cruciali:

* Come far comprendere, al di fuori della ristretta cerchia degli “addetti ai lavori” o delle comunità direttamente coinvolte, qual è la posta in gioco?

* Come si possono prendere decisioni democratiche quando le questioni sono complesse e controverse?

* Cosa è giusto fare quando si è convinti di avere ragione e ci si trova di fronte ad un “muro contro muro”?

* Come si può affrontare un conflitto così aspro senza che degeneri nella violenza?

Sono interrogativi ai quali è essenziale trovare risposte adeguate. Ma ciò non è facile, ed è quasi impossibile che avvenga nel corso di un normale confronto o dibattito. Sia per la complessità dei dati e dei problemi coinvolti nella questione, sia perché la dinamica del “dibattito” tende di per se stessa a far prevalere logiche semplificatorie, fuorvianti , talvolta anche prevaricatorie.

Nei grandi movimenti popolari, come quello Valsusino, è l’esperienza stessa che insegna, è un sapere collettivo che si costruisce e inventa i mille modi per stare dentro un conflitto, ormai pluridecennale, da cittadini e non da sudditi.

Ma soprattutto per chi è fuori (o crede di esserlo….) servono strumenti capaci di comunicare a fondo le ragioni che stanno alla base del conflitto.

Il gioco di ruolo ci è parso rispondere discretamente a queste esigenze.

Esso crea infatti un contesto strutturato nel quale è più facile entrare nel merito delle questioni, far emergere i diversi punti di vista, scompaginare gli immaginari, mettere a confronto diverse prospettive e modalità di soluzione, sperimentare le differenti strategie che si possono mettere in campo per affrontare i conflitti e riflettere sulle modalità di partecipazione democratica ai processi decisionali.

Crediamo dunque che anche questo possa essere un modo per fare della formazione alla nonviolenza e per sostenere un processo di vera democrazia dal basso.

Poiché la nonviolenza suggerisce , in un conflitto, di evitare le rigide polarizzazioni, e di cercare di aprire dei varchi nel campo avverso, in modo da costruire ponti e alleanze capaci di modificare le situazioni, ci auguriamo che anche con l’aiuto di strumenti come questo le cose possano cambiare e diventi più convincente una prospettiva di sostenibilità, a garanzia di un futuro più vivibile per tutti.

Dalle minoranze la conquista dei diritti

L’estensione dei diritti – dall’abolizione della schiavitù al riconoscimento del diritto di voto alle donne e della natura di ‘bene comune’ dell’acqua – ha alle spalle processi durati a lungo, inizialmente sostenuti da minoranze che hanno saputo proporre delle trasformazioni dell’immaginario collettivo, e hanno dato vita a narrative che all’inizio sono state giudicate inaccettabili o stravaganti.

Il processo di riconoscimento dei diritti dell’ambiente – inteso come Madre Terra che offre ospitalità a tutti i viventi – è attualmente in una fase avanzata di elaborazione: soprattutto nei Paesi del Sud del mondo, dove più forti sono ancora i legami con la natura. Riusciremo a portare anche noi un contributo positivo, trasformando questo conflitto – solo apparentemente ‘locale’ – in una occasione di riflessione e di ripensamento profondo delle nostre visioni del mondo?

1Understanding, like water, can flow, can penetrate. Views, knowledge and even wisdom, are solid and can block the way of understanding”. Thich Nhat Hanh, The Heart of Understanding, Parallax Press (1988).

2 Nella presentazione del VII Programma Quadro dell’UE si degnala: “l’importanza della ricerca nel rilancio della strategia di Lisbona, che mira a rendere l’Europa l’economia della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo (http://europa.eu/legislation_summaries/energy/european_energy_policy/i23022_it.htm)

3 Volk T. Il corpo di Gaia. UTET, Torino, 2001.

4 Ravetz J.R., Towards a non-violent discourse in science in “New Challenges to Human Security: Empowering Alternative Discourses” (Wageningen Academic Publishers) eds. B. Klein Goldewijk and G. Frerks, 2006 (disponibile su web: www.jerryravetz.co.uk.)

5 Folke C. et al. Reconnecting to the Biosphere. AMBIO: A Journal of the Human Environment, 40:7: 719-738, 2011

6 Westley F. et al. Tipping Toward Sustainability: Emerging Pathways of Transformation AMBIO A Journal of the Human Environment 40:762–780, 2011.

7 http://www.giustiziaclimatica.org/2010/04/25/da-cochabamba-laccordo-dei-popoli-e-la-dichiarazione-dei-diritti-della-madre-terra/

8 Galtung J., Pace con mezzi pacifici, Esperia, Milano 2000. Galtung J. La trasformazione dei conflitti con mezzi pacifici, CDRom, UNDP-Centro Studi Sereno Regis, 2007.

9 Camino et al. Discordie in gioco. Con un gioco di ruolo per ragionare insieme di sviluppo. A partire dalla TAV. Edizioni La Meridiana, Molfetta, 2008.

 

Angela Dogliotti Marasso, Centro Studi Sereno Regis (www.serenoregis.org) e MIR-MN
Elena Camino,  Gruppo ASSEFA Torino (www.assefatorino.org) e Centro IRIS (Istituto di Ricerche Interdisciplinari sulla Sostenibilità: www.iris.unito.it)



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