Quale comunità? Con una postilla sulla comunità della valle – Pietro Polito

La comunità ci manca. Così inizia il libro di Zygmunt Bauman, Voglia di comunità (2001), Laterza, Roma-Bari, 2001.

A dieci anni di distanza, è cresciuta o è diminuita la voglia di comunità? E la voglia di comunità, che non è scomparsa, si è sviluppata in una cultura della comunità? Inoltre, se il desiderio di comunità è persistente, possiamo assumere la comunità come la soluzione al problema della convivenza sociale?

Che cos’è la comunità? Si può dire che la comunità è la forma quasi naturale in cui individui e gruppi si associano per vivere insieme condividendo qualcosa che li accomuna in una unità più o meno chiusa, più o meno aperta. Nel corso del tempo e attualmente nel tempo che stiamo vivendo, gli individui si associano in base a un carattere identitario, dando vita a piccoli e grandi comunità che si distinguono, le une dalle altre, si confrontano, si integrano, si combattono, si trasformano reciprocamente.

Storicamente si possono distinguere tre tipi fondamentali di comunità.

1. La comunità del passato

È la comunità naturale, teorizzata e descritta da Ferdinand Tonnies, (Gemeinschaft) che si distingue dalla società (Gesellschaft) per la reciproca comprensione di tutti i suoi membri: la comunità non nasce come la società da un patto ma da una comprensione naturale che precede ogni eventuale accordo o disaccordo tra chi entra a far parte del “cerchio caldo”che è la caratteristica della comunità del passato. La comunità naturale è piccola; circoscritta entro i confini non solo territoriali ma appunto naturali, si costituisce nella forma di un “noi” contrapposto a un “loro”: una contrapposizione che è assoluta, totale, autosufficiente, vale a dire isolata rispetto agli altri.

Questa comunità è una forma del vivere in comune che è stata superata dallo sviluppo delle società moderne e contemporanea? Non direi essa vive nei programmi e nei miti dei movimenti identitari, in Europa e negli Stati Uniti. Da noi, in Italia, se non ci si ferma a ciò che appare, è il modello di un partito che è stato a lungo al governo e che predica (non solo a parole) un federalismo il quale, se perseguito radicalmente, alla lunga trasformerebbe il Paese in un agglomerato di comunità naturali certamente non autosufficienti ma di sicuro isolate e incomunicanti.

2. La comunità oggi

Bauman suggerisce di interpretare l’odierna assenza di comunità attraverso la figura del seduttore (Don Giovanni) così come viene delineato da Soren Kierkegaard. Una comunità di seduttori (e di sedotti) è impossibile: il seduttore è un uomo solo che non intende né aprirsi né chiudersi alle donne che seduce. Il Don Giovanni di Kierkegaard non stabilisce con la sua preda nemmeno un rapporto di possesso (ma il possesso non è un rapporto bensì una forma di dominio) perché il suo scopo non è possedere, è il gioco della seduzione fine a se stesso.

Come è noto, Kierkegaard distingue tre stadi dell’esistenza: estetico (Don Giovanni), etico (il matrimonio), religioso (la paradossalità della fede: Abramo). Sappiammo ora che allo schema del padre dell’esistenzialismo è da aggiungere lo stadio economico (per scegliere il simbolo di questo stadio c’è l’imbarazzo della scelta). Ebbene difficilmente si può contestare che la tendenza generale dell’individuo contemporaneo sia stata e sia quella di dar vita a comunità estetiche o d’interessi.

2.1 La comunità estetica

Ciò che caratterizza questo tipo di comunità – dice Bauman – è la rinuncia a “tessere tra i propri membri una rete di responsabilità etiche, e quindi di impegni a lungo termine” (p.70). Gli individui che si associano per ragioni estetiche non legano realmente, stabiliscono tra loro “legami senza conseguenze”: i legami estetici vanno “vissuti” sul posto, sono “legami da luna-park”, la comunità estetica è una “comunità da luna park”. Nello stadio estetico – ci ha insegnato Kierhegaard – l’uomo vive sempre e soltanto nel “momento”. La maschera della gioia e della frivolezza cela una tristezza profonda, disperata, invincibile.

2.2 La comunità d’interessi

L’indebolimento dei legami sociali ha colpito al cuore la principale forma di associazione nelle società capitalistiche e neo-postcapitalistiche: la comunità d’interessi. Questa comunità nasce dall’esigenza di tutelare un interesse comune che scaturisce da una condizione comune: l’esempio tipico è la comunità operaia che è stata frantumata dall’attacco ricorrente ai contratti collettivi. Sta qui la ragione fondamentale della crisi dei sindacati come soggetto collettivo: le tre confederazioni e le varie altre sigle in Italia ciascuna singolarmente presa, non tutelano più l’interesse generale di una comunità ma gli interessi particolari di segmenti separati che non si capiscono perché non parlano più da tempo la stessa lingua. (Nella “comunità” di Mirafiori cosa hanno in comune gli operai dei Si e gli operai del No). Il versare in una condizione simile (operai, impiegati, tecnici, insegnanti e così via) non è una condizione sufficiente perché si formi una comunità d’interessi che “è condannata ancor prima di nascere e tende a disgregarsi ancor prima di avere il tempo di cementarsi” (p. 83).

L’aggregazione sociale era il più potente fattore di unione nella società dei produttori, quando il valore delle cose era determinato dal sudore necessario per produrle (Marx); diversamente essa ha un respiro breve ed è senza prospettiva nella società dei consumatori quando il valore delle cose è stabilito dal desiderio di soddisfacimento creato e indotto dalla mediacrazia. (Pur tuttavia, non basta alla logica dei desideri contrapporre quella dei bisogni per porre un freno alla deriva mediacratica).

La comunità del futuro

Il futuro della comunità è incerto.

Ognuno vede che nelle città di oggi si è smarrito il senso del vivere insieme (Henning Bech). Abbiamo imparato “l’arte di vivere in mezzo a una folla di estranei”(Bauman, p. VIII). Ai nostri occhi gli altri sono diventati “una mera facciata”: ci limitiamo a vedere “in superficie” e la superficialità è la nostra unità di misura per valutare se l’altro appartiene, può, potrà mai appartenere alla nostra “comunità recintata e fortificata” (p. 137). Ci sentiamo sicuri al di qua del muro che separa “noi” da “loro”. Prevale la tendenza ad “erigere comunità fortificate” (p. 138), all’insegna del “noi contro loro” (p.138).

Mentre da più parti si tessono le lodi del dialogo tra le culture, “ «cultura» diventa un sinonimo di fortezza assediata, e gli abitanti delle fortezze assediate sono chiamati a manifestare quotidianamente la loro assoluta fedeltà (p. 137).

Le voci per una comunità aperta e tendenzialmente universale sono deboli quando si fanno sentire non vengono ascoltate.

Postilla

La comunità della valle

Una piccola comunità, la comunità della Val Susa sta facendo sentire con forza la sua voce, portandola fuori dai confini della valle, nelle piazze del capoluogo, Torino, e nelle città d’Italia. La comunità, scendendo “giù dai monti”, vuole far capire di non essere un retaggio del passato alla Cultura, all’Economia, alla Politica, soggiogate dal verbo del Capitale finanziario che impone una ricetta unica e inconfutabile per la crescita: “la metafisica e la violenza delle Grandi Opere” (Guido Viale).

Il sociologo indipendente Viale scorge nella comunità della valle “un nuovo modo di fare comunità” che si basa sulla trasparenza, “cioè l’informazione: puntuale, tempestiva, diffusa e soprattutto non menzognera” (La guerra dei due mondi, “il manifesto”, domenica 4 marzo 2012”).

Con le parole di Aldo Capitini, si può vedere nella comunità della valle qualcosa che assomiglia al Centro di orientamento sociale, il cosiddetto COS, da lui fondato a Perugia nel luglio 1944, e in seguito in altre città dell’Umbria e della Toscana. Per Capitini, il COS avrebbe dovuto essere (e in alcuni circostanze lo fu negli anni immediatamente successivi alla Liberazione) una sorta di riproposizione dell’ antico arengo, il luogo dove si riuniva l’ assemblea dei cittadini del libero comune medioevale.

Tra l’arengo e il COS si possono scorgere due differenze. In primo luogo, il COS non ha poteri deliberanti, ma, a differenza dell’ arengo, si occupa sia di problemi amministrativi sia di problemi politici e sociali. In secondo luogo, quanto alle funzioni, il COS avrebbe dovuto svolgere una funzione interna, in quanto luogo di «formazione di una solidarietà democratica antitirannica», che a lungo andare prefigura uno «spazio nonviolento, ragionante, non menzognero, aperto», e una funzione esterna, in quanto «veniva ad aggiungersi ai partiti come una specie di “terz’ ordine”, cioè tale da comprendere tutti. La comunità della valle sembra incontrare le stesse difficoltà che portarono alla cessazione dell’attività dei COS. Come allora la Politica non capì le esigenze e le domande di un’altra politica (l’Assemblea Costituente non accolse la proposta capitiniana di inserire i Centri di orientamento sociale nella Costituzione come una delle articolazioni periferiche dello Stato), così oggi gli appelli alla responsabilità della Politica cadono nel vuoto.

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