Good Morning Babilonia – Massimiliano Fortuna


Ha ragione Giulio Giorello quando nella prefazione a Babilonia. All’origine del mito di Paolo Brusasco (Raffaello Cortina, 2012) scrive che “il ritorno a Babilonia che Brusasco propone contiene un rimedio contro le varie forme di fondamentalismo. Anzitutto contro quello scientista, ma anche contro le manifestazioni d’intolleranza di matrice religiosa a Occidente come a Oriente”. Ha ragione, perché già il semplice fatto che Brusasco ci insegni ad interrogare la storia e la documentazione archeologica con sobrietà analitica e risorse multidisciplinari costituisce un antidoto contro ogni scorciatoia fondamentalista.

La città di Babilonia si è caricata nel corso del tempo di valenze simboliche che prescindono dalla sua effettiva concretezza storica. È innanzitutto questa “verità” storica e la complessità del suo patrimonio intellettuale e culturale che Brusasco si preoccupa di indagare e diffondere.

Siamo abituati a considerare la cultura greca e la Bibbia ebraica, con la mediazione del mondo latino, le basi su cui poggia la nostra civiltà, mentre Babilonia è divenuta fondamentalmente la città per antonomasia del vizio e dell’arroganza del potere, magari con l’aggiunta di una citazione del codice di Hammurabi e della sua rilevanza nella storia della legislazione. In realtà l’importanza dell’eredità mesopotamica è decisiva, tanto nel mondo occidentale quanto in quello orientale; per rendersene conto può essere sufficiente enumerare alcune “realizzazioni” della civiltà babilonese, che costituiscono delle vere e proprie forme culturali entro le quali continuiamo a muoverci. Qui, ad esempio, è nata “l’idea stessa di ‘libro’ nel senso moderno del termine”, e a Ninive si trovava la più grande biblioteca dell’Antichità preclassica. A questa terra si devono la prima scuola e la prima università della storia umana, i primi abbozzi di enciclopedie, i primi dizionari bilingui, il primo museo storico-archeologico. La correlazione tra città scrittura e scienza costituisce la spina dorsale di questa costruzione del sapere. Di particolare interesse è proprio la trattazione della scienza babilonese, anche in considerazione della collana nella quale il libro è pubblicato: “Scienza e idee”.

I contributi delle civiltà mesopotamiche spaziano dalla matematica, alla medicina, all’astronomia (i babilonesi inventarono le effemeridi), ma le pagine dedicate da Brusasco a questi argomenti spiccano soprattutto per la cornice epistemologica nella quale sono collocati. Al centro sta una riflessione sull’idea stessa di scienza. A lungo, come ricorda Brusasco, nella storia della scienza è invalso un paradigma che postulava un’evoluzione da un sapere orientale pregreco legato al mito e alla religione che, passando attraverso la razionalità degli scienziati greci che avrebbero posto le basi di una logica astratta e rigorosamente deduttiva, giungeva in modo lineare alla pienezza scientifica dell’Europa moderna. Modelli interpretativi più recenti sottolineano però quanto una demarcazione tra scienza moderna e pseudoscienza primitiva risulti spesso artificiosa, perché la “scientificità” è una dimensione intellettuale più complessa, della quale nessuna epoca storica può pretendere di detenere il monopolio intellettuale o la definizione appropriata, una dimensione al cui interno si possono trovare pratiche di conoscenza che una concezione ristretta di scienza tende ad emarginare. Così Brusasco, citando anche F. Rochberg, sostiene che “la decostruzione del termine ‘scienza’ ha portato alla sua ridefinizione, aprendo il campo semantico a includere una svariata gamma di attività e credenze, ‘alcune delle quali sono completamente integrate all’interno di forme di pensiero di tipo teologico, metafisico, o di altro genere speculativo, o davvero di tipo mitico’”. Ne è un esempio proprio la medicina babilonese, nella quale la concezione della malattia come punizione divina e l’idea di una medicina legata a un formulario magico conviveva “razionalmente”, e con efficacia, con una pratica farmacologica connessa all’osservazione empirica, alla conoscenza delle potenzialità curative di erbe e piante, e alla teorizzazione del cosiddetto principio attivo.

Ma la decostruzione di quel “mito” babilonese che Brusasco si propone di compiere e che cita sin dal titolo entra nel vivo nel rapporto con i racconti biblici, in virtù dei quali “Babilonia vive ancora nell’immaginario collettivo, non come luogo specifico dell’Antichità, ma come simbolo atemporale di tutte le perversioni”. Forse si potrebbe accennare a una possibile distinzione tra miti intesi come racconti fondativi elaborati, per così dire, a tavolino e miti come espressione di realtà spirituali profonde che nascono spontaneamente nelle culture dei popoli. Elaborazione mitica nella prima accezione è quella che ha riguardato la stessa Babilonia, quando tra il I e il II millennio a.C. è divenuta oggetto “dell’elaborazione propagandistica di un gruppo di intellettuali che cercavano di legittimare il nuovo ruolo imperiale della metropoli e di elevare il rango del suo dio protettore a capo assoluto del pantheon mesopotamico”. Qui Babilonia si identifica con la “porta degli dei”, centro cosmico e asse privilegiato tra il Cielo e la Terra. Peraltro queste due dimensioni del mito non sono facilmente distinguibili, perché spesso sovrapposte e intrecciate fra loro.

Fatte queste considerazioni, quel che più di tutto pare giusto sottolineare è che il mito e la critica storica non devono considerarsi due realtà antitetiche che si elidono a vicenda, per cui una può esistere solo dove termina l’altra, bensì due verità complementari che bisogna saper tenere assieme. E dunque il racconto di Babilonia città della lussuria possiede una forza evocativa capace di cogliere, in modo esemplare, un aspetto reale della condizione umana, che deve essere però affiancato dalla consapevolezza che la Babilonia della storia certamente non si riduce a questo. Allo stesso modo, la forza allegorica della Torre di Babele costituisce una straordinaria rappresentazione della cecità in cui può impigliarsi l’orgoglio umano, ma le testimonianze archeologiche ci permettono di comprendere che quel racconto possedeva anche una valenza propagandistica nei confronti di una realtà urbana cosmopolitica e capace di una possibile integrazione razziale poco confacente alla comunità pastorale ebraica. E ancora, il lamento degli esuli ebrei prigionieri a Babilonia nel Salmo 137 – diventato nei secoli un emblema dell’oppressione, da Verdi a Quasimodo, da Delacroix a Evelyn De Morgan – ci tocca con la sua forza lirica, e in questo senso esprime una verità esistenziale inoppugnabile, ma la ricerca storica permette anche di appurare che quella prigionia è stata verosimilmente assai meno dura di quanto appare in quei versi. Del resto dietro le contrapposizioni assolute erano in atto contaminazioni culturali e influenze: infatti gli intellettuali giudei assorbono e rielaborano la letteratura sapienziale mesopotamica, i racconti del diluvio presenti nell’Atrahasis e nell’Epopea di Gilgameš influenzano in maniera evidente la redazione biblica e anche la speculazione teologica contenuta nel Poema della Creazione babilonese, nel quale gli altri dei paiono essere solo altrettanti aspetti della natura di Marduk, sembra giocare un ruolo di rilievo nella formazione del credo monoteistico ebraico.

Dunque, per concludere, più sapremo fare nostra la capacità di usare linguaggi diversi, più saremo in grado di far interagire la forza narrativa dei miti e l’analisi critica della ricerca storica, comprendendo le diverse coordinate a cui rispondono e il loro raggio d’azione, più potrà consolidarsi la possibilità di non impoverire la realtà e di minare i vari fondamentalismi: religiosi, scientifici, storico-nazionalistici, ecc. Si pensi a come una certa parte dell’Islam, e non solo quello radicale, scorga oggi nell’Occidente una sorta di Babilonia diffusa, e come nel mondo occidentale sia presente la tendenza a distorcere, in modo analogo, la cultura islamica. Perché diventare fondamentalisti in fondo non significa altro che possedere la capacità di articolare una sola lingua, portandola ad irrigidirsi e usurarsi. Comprensibile che da questa limitazione, e dalla conseguente incapacità di capire, possa scaturire con più facilità la forza negatrice della violenza. Ed è proprio con alcuni effetti prodotti dalla violenza di una guerra che il libro di Brusasco si apre, con le rovine di Babilonia occupate da una base militare, con il saccheggio dell’Iraq Museum di Baghdad e di diversi siti archeologici, sfregi e affronti che il patrimonio culturale delle antiche terre babilonesi ha recentemente dovuto subire.

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