Le idee di Gene Sharp irrompono nella realtà – Intervista di Metta Spencer

Per tutta la sua vita Gene Sharp ha studiato le strade per lottare effettivamente senza violenza. Oggi, a 83 anni, viene considerato la mente dietro alla primavera araba, e la gente prende sul serio le sue strategie.

Spencer: Sono passati otto anni dall’ultima intervista che le feci per Peace Magazine, e anche da quando la gente in giro per il mondo ha iniziato a darle ascolto.

Sharp: Si, sono appena stato invitato da un giornale di Washington, Foreign Policy, che pubblicherà qualcosa sulle persone che hanno goduto di stima e riscontri nel mondo, durante l’ultimo anno. Quel tipo di invito non sarebbe mai arrivato solo qualche anno fa.

Spencer: Lo so. Infatti possiamo cominciare dal rivedere i cambiamenti avvenuti nel suo pensiero. Se ricordo bene, lei ha cominciato come studente laureato in sociologia per poi diventare Gene Sharp, l’uomo in prima pagina sul New York Times. Cominciamo da quel tempo in cui ha iniziato a realizzare che la nonviolenza era una pratica speciale che poteva essere sviluppata attraverso utili procedure.

Sharp: Ah si! Una cosa che era nella mia tesi era la tipologia della nonviolenza. Avevo classificato sei o sette sistemi di fede, di cui uno era chiamato la “resistenza nonviolenta”. Quella era una categoria diversa ma era elencata assieme alle altre. (Oggi non mi piace più il termine nonviolenza, tranne in casi molto speciali.) Quella  tipologia è passata attraverso diverse revisioni e una di queste fu pubblicata sul Journal of Conflict Resolution, che era una nuovissima pubblicazione all’epoca. In quella pubblicazione trattai la lotta nonviolenta come una categoria separata. Rappresentava una rottura nel mio pensiero, perché la gente non aveva più bisogno di una fede per agire.

Ricordo una volta nel seminterrato della biblioteca dell’Università Statale dell’Ohio. Stavo leggendo vecchi quotidiani dell’India sul conflitto, credo fosse la campagna del 1930, e la prova era là: questa gente non crede nella nonviolenza come etica! Fu uno shock. Non avevamo fotocopiatrici allora, dovevo copiare l’intero articolo a mano e pensai: dovrei copiarlo? Non dovrebbe essere così. Alla fine il mio interesse per la realtà l’ebbe vinta e fortunatamente lo copiai. Più tardi realizzai che non era un problema, ma una novità un apertura! La gente non deve credere in una fede per praticare questa forma di azione! Quindi era aperta a tutti. Quel punto di rottura fu nel 1950 o 1951.

Spencer: Quindi il risultato fu che la gente può praticare la lotta nonviolenta senza essere eticamente impegnati con la nonviolenza.

Sharp: Si.

Spencer: quest’affermazione sembra controversa. Molti attivisti e pacifisti pensano che devi iniziare purificando il tuo cuore, la tua mente e la tua anima, e solo dopo puoi agire la nonviolenza.

Sharp: Uh uh: altrimenti dovrai usare la violenza. Questa è l’implicazione.

Spencer: (Ridendo.) Entro in argomento con alcuni pacifisti con qualche versione di quell’idea.

Sharp: Ho perso la pazienza con alcuni di costoro. Ho scritto una lettera, alcuni anni fa, per il Notre Dame’s Kroc Institute sulla responsabilità di chi crede nell’etica della nonviolenza, di esplorare anche lo stesso tema in modo pragmatico. Non ho mai avuto risposta alcuna. Non fu mai pubblicata. A quel tempo nella Biblioteca, anch’io mi sentivo minacciato da quel pezzo di informazione. Era pura eresia! (vedi Principled and Pragmatic Peace per focalizzare l’argomento)

Spencer: Ma il suo è un pensiero di rottura perché la gente inizia a praticarlo.

Sharp: Non rivendico la paternità di quella rottura. La gente ha compreso molto prima di me. In particolare Bart de Light in Olanda. Egli scrisse un importante libro intitolato Conquest of Violence: An Essay in War and Revolution. Nel libro non lo dice esplicitamente ma scrive sulla base di quell’assunto attraverso tutta la sua analisi. Un altro libro fu The Power of Nonviolence di Richard Gregg, dove vengono descritti dodici esempi di azione nonviolenta nella storia. Egli presuppone che la nonviolenza sia legata alla conversione. Ci furono altri libri sugli scioperi dei lavoratori e il boicottaggio economico. Quei libri furono molto importanti. Non li avevo nel 1949 ma li anntai a pie di pagina nel mio libro Politica dell’azione nonviolenta (3 voll., Edizioni Gruppo Abele, Torino 1985-1997, fuori commercio, si può richiedere al Centro Sereno Regis, ndt. Scaricabile in pdf, 817 pp. http://www.millepagine.net/saggi/politica-dellazione-non-violenta/ ; ed. orig.: The Politics of Nonviolent Action, 1973), nei capitoli che hanno a che fare con i metodi.

Spencer: Ha detto che non ama usare la parola nonviolenza, non le ho mai sentito dire questa affermazione prima d’ora.

Sharp: Potrebbe essere utile in qualche caso come ad esempio; la folla nella piazza si mantenne nonviolenta, oppure; queste persone credono nella nonviolenza come etica. Ma usare quella parola in una situazione rivoluzionaria dove la gente sarebbe felice di usare violenza se ne avesse i mezzi, non sarebbe la stessa cosa. Ha il mio dizionario?

Spencer: no

Sharp: Oh, è uscito il due di novembre. Ci ho lavorato per decenni. E’ veramente eretico che sia pubblicato da quell’editore rivoluzionario che è la Oxford University Press. Ci sono 997 voci e 847 definizioni.

Spencer: Se è così grande avrà illustrato le voci con casi storici?

Sharp: No, è nel secondo volume di “Politica dell’azione nonviolenta” . Ci sono solo pochi casi dove l’ho fatto in quel libro. Tuttavia, Oxford mi chiese di scrivere un saggio sul potere politico, cosa che feci, e allora mi dissero che avrebbero voluto che tenessi conto dei tipi di lotta che venivano usati, così usai le descrizioni di Joshua Paulson in Serbia, che era in Waging Nonviolent Struggle, e Jamila Raqib scrisse una descrizione delle azioni recenti in Tunisia. Queste furono aggiunte al dizionario. La copertina è gialla sgargiante con un pugno.

Spencer: Il pugno di Otpor. Lei ha dei seguaci che portano il suo messaggio su se stessi. Per esepio, la gente di Otpor in Serbia ha un’organizzazione chiamata Canvas, che sembra praticare ciò che la Albert Einstein Institution ha sempre promosso.

Sharp: In linea di massima penso che sia corretto. Srdja Popovic mi ha fatto visita un paio di mesi fa, quando era negli Stati Uniti. E’ un ragazzo eccellente. Altri che hanno lavorato con me sono cresciuti con le loro prospettive e le loro ambizioni, non sono mica burattini!

Spencer: Ci sono altri gruppi simili a Canvas che implementano le sue idee?

Sharp: Forse. Nuovi gruppi usano sempre Come abbattere un regime. Dalla dittatura alla democrazia. Manuale di liberazione nonviolenta (Chiarelettere, Milano 2011, ed. orig.: From Dictatorship to Democracy), e a volte chiedono il permesso di tradurlo. Jamila da loro rigide istruzioni su come tradurre e cosa non fare. Ci sono diverse traduzioni in lingua indigena in Africa. Questa è una delle ragioni per cui il nuovo dizionario sarà molto utile.

Spencer: Ci sono divisioni o fazioni incompatibili tra coloro che studiano il suo lavoro?

Sharp: Non la metterei così, ma ci sono variazioni tra costoro in termini di obiettivi.

Spencer: Parliamo della Primavera Araba. Di recente le sue idee sembrano aver ispirato intere popolazioni dal Medio Oriente al nord Africa. Cosa che ha reso il suo nome più autorevole di quanto non fosse durante il movimento contro Milosevic o durante la rivoluzione colorata in Ukraina, Georgia e così via. Lei è considerato il cervello dietro la Primavera Araba.

Sharp: Ne ho sentito parlare, ma non colgo l’evidenza. Un attivista egiziano a cui fu chiesto se era vero, disse che non lo era affatto. Poi, di recente, ebbe a dire che forse era proprio così. Non so. Sono restio ad accettare crediti per cose che altre persone hanno fatto. Se le mie idee sono state utili a dimostrare ciò che è possibile, ne sono felice, ma non mi metto l’aureola per questo.

Spencer: Dopo l’inizio del movimento egiziano, ci fu un contagio con altri movimenti nel mondo arabo. Mi sembra che questa gente abbia solo reagito a quello che hanno visto sui media, senza però aver pianificato alcuna strategia. Ho pensato che non avrebbero avuto successo o che non sarebbero rimasti nonviolenti. Una parte di me stessa si rallegrava mentre l’altra si preoccupava per loro. E infatti, abbiamo visto cosa è successo in Libia, Yemen, Bahrein e Siria, le cui rivolte sono divenute improvvisamente difficili e pericolose. Se avesse potuto avvisarli mentre la Pimavera Araba era solo agli inizi, durante i primi tempi della azioni al Cairo, quali suggerimenti avrebbe voluto offrire ai popoli che volevano emulare i tunisini e gli egiziani?

Sharp: Primo, avrei iniziato qualche anno prima. Era un po’ tardi iniziare lì per lì a immaginare che cosa si sarebbe dovuto fare. Ci sono state persone che sono venute da noi da alcuni paesi del Medio Oriente, in particolare dalla Syria, ma io mi sono rifiutato di dire loro cosa fare. Non conosco la loro situazione e i miei consigli avrebbero potuto essere sbagliati. Dissi loro: dovete prepararvi, dovete studiare. Circa un anno fa, abbiamo messo insieme il risultato di quella lunga corrispondenza tra noi e alcune visite personali, e anche due o tre giorni di riunioni con il gruppo di un paese, ne abbiamo ricavato un nuovo libro: Liberatevi! (Add editore, Torino 2011, ed. originale Self-Liberation 2009).

Spencer: Davvero! Lei è sempre molto impegnato!

Sharp: Abbiamo rifiutato di dir loro cosa fare ma facciamo qualcosa oggi. Abbiamo detto loro: Pianificate la vostra strategia. Cosa dovete sapere prima di farlo? Dovete conoscere la vostra situazione e quella della vostra controparte, profondamente, come probabilmente non la conoscete ora, anche se vivete nello stesso paese. quali sono i problemi di quella società? Trovate i punti deboli del sistema a cui vi opponete.

E, secondo, dovete comprendere la strategia nonviolenta nel profondo. Nessuno lo fa veramente, incluse quelle persone che sostengono i mezzi nonviolenti. Per arrivare a ciò, ci sono testi, miei in maggior parte, ma anche di Bob Helvey. Così ho selezionato 900 pagine da una massa di letture da cui trarre le basi per una comprensione approfondita della lotta nonviolenta. Quali sono le vostre esigenze per l’efficienza? E quando le hai imparate potresti non essere ancora pronto se non sei in grado di pensare strategicamente. Se non riesci a pensare strategicamente non puoi pianificare una strategia. Possiamo solo dar loro indizi in quella direzione. Non possiamo dire fai queste tre cose e sarei uno stratega geniale.

E’ stato tutto pubblicato, è anche sul nostro sito, comprese le 900 pagine di letture. E’ anche tradotto in cinese, con traduzioni in corso per l’arabo e il farsi. Se qualcuno pensa che non leggeranno tutte quelle pagine, allora non sono così interessati alla loro liberazione. E’ un piccolo prezzo da pagare per essere in grado di pianificare la tua liberazione. Le letture sono tratte per la maggior parte da “Politica dell’azione nonviolenta”, e anche da altre fonti che tu già conosci.

Spencer: Voglio organizzare una conferenza qui a Toronto sulla controversa questione se sia appropriato e accettabile, per un governo, promuovere la democrazia in altri paesi. Per me è assurdo per chiunque polemizzare su questo, ma da quando George W. Bush ha iniziato a imporre la democrazia in Iraq, la sinistra si è rivoltata contro l’idea di assistere la democrazia oltremare. Essi considerano che qualunque cosa un paese, specialmente gli USA, faccia per sostenere la democrazia sia un atto di imperialismo. Quindi vorrei portare questa discussione allo scoperto perché rimane ancora molto controversa.

Sharp: Si. Abbiamo quel tipo di opposizione perché, forse quindici anni fa, abbiamo ricevuto indirettamente dei fondi National Endowment for Democracy. Era dal National Democratic o dal National Republic Institute, che indirettamente proviene da proprietà del Congresso. Da allora in poi siamo diventati strumenti dell’imperialismo, e non siamo credibili neppure oggi. Questo è puro dottrinarismo. Non tollero questo tipo di nonsense.

Spencer: Bene se il NED volesse darmi dei fondi, li prenderei. Non ho grosse obiezioni su ciò che fanno.

Sharp: Dodici persone sono venute a trovarli da Mosca. E’ stato persino difficile farli entrare tutti nel nostro piccolo ufficio. Essi si aspettavano un grande spazio con molti uffici, a causa della nostra influenza. Sono rimasti stupiti perché se avevamo ricevuto tanto denaro non avremmo voluto continuare a lavorare in queste ristrettezze.

Spencer: Moltissimi russi sono ostili alle rivoluzioni colorate e pensano che lei sia uno dei cattivi.

Sharp: Uh huh. La storia russa ignora totalmente la lotta nonviolenta.

Spencer: Infatti. Che mi dice dell’Iran? Ho avuto molte speranze che la loro Rivoluzione Verde ce la facesse. Come mai non sono riusciti? Qualche dissidente iraniano è venuto da lei per dei consigli?

Sharp: Se l’avessero fatto non li avremmo consigliati. Avremmo dovuto sapere di che tipo di consigli avessero bisogno.

Spencer: (Risata) Ma come? Lei ha una storia di aiuto ai gruppi, di analisi delle loro risorse e di quelle del regime. Non è come se lei non avesse mai aiutato nessuno.

Sharp: Possiamo essere d’aiuto in generale. Guarda qui! Esamina questo! Non dimenticare di fare questo! Questo è il tipo di cose che facciamo ed è tutto nel libro “Liberatevi!” che aiuta la gente a essere in grado di pianificare la propria strategia.

Spencer: Questo libro, “Liberatevi!”, è un aggiornamento di “Come abbattere un regime. Dalla dittatura alla democrazia”?

Sharp: No.”Come abbattere un regime. Dalla dittatura alla democrazia” offre un ampio quadro concettuale del pensiero di come sbarazzarsi dei dittatori.

Spencer: Allora Liberatevi! è più specifico?

Sharp: Si, e quando ogni gruppo se ne impadronisce, lo fa proprio, diventa più specifico rispetto a ogni paese in particolare, in ogni particolare periodo di tempo.

Spencer: Mi dica il suo pensiero sulla Libia.

Sharp: Non so molto della situazione libica, ma ho imparato alcune cose da, per esempio, un corrispondente della Reuters che era qui. Moltissime persone pensano che il passaggio alla violenza sia avvenuto perché il regime di Gheddafi o le sue minacce di future violenze erano così dure che i mezzi nonviolenti non avrebbero potuto confrontarsi. Ma ciò che accadde veramente è diverso. Ci fu un generale che disertò le forze governative, portando con se le proprie truppe e le loro armi, offrendo ai suoi soldati la rivolta. E loro accettarono. Ma perche disertò? Questo stesso generale fu ucciso più tardi nel campo dei ribelli. Perché un generale disertore per la rivoluzione viene ucciso nel campo dei rivoluzionari? E perché due settimane più tardi Gheddafi e suo figlio hanno svoltato con la violenza predicendo la guerra civile? Nonostante non sia documentato, io penso che quel generale era un agente provocatore che offriva ai ribelli qualcosa che non potevano rifiutare. Poi chiesero l’aiuto internazionale. E fu fatta.

Spencer: Interessante. Non ricordo i metodi che i ribelli usarono in quella fase, ma erano nonviolenti. Gheddafi disse: andrò porta a porta e ucciderò questa gente come topi. E la gente pensò che fosse necessario fare qualcosa per proteggere molte migliaia di persone in Benghazi. Se lei fosse stato con loro in quel momento pensa che sarebbe stato possibile fare qualcosa per aiutarli a vincere? C’era una via, in quel momento, per lottare senza accettare le armi che l’agente provocatore gli aveva messo in mano?

Sharp: Penso di sì, ma non ho sufficienti informazioni sulle condizioni esistenti in quel momento. Si presuppone che se le cose si fanno difficili, bisogna passare alla violenza. troviamo nella storia della nonviolenza che anche in situazioni estreme quando non sarebbe possibile il confronto, i metodi nonviolenti funzionano comunque. Ma poi, l’intervento militare salva le vite? No. Ho visto dei grafici sulle percentuali delle vittime e dei morti dopo il passaggio alla violenza, e sono assolutamente orrendi. L’intervento militare non fa nulla per salvare le vite. Ha l’effetto opposto. Guerra, ribellioni violente, guerriglia hanno una percentuale di vittime immensa. I metodi militari per salvare le vite non funzionano affatto.

Spencer: Cosa sarebbe successo se Gheddafi e il suo esercito avessero attaccato Benghazi con l’intento di ripulirla dai ribelli? Se fosse successo come in Ruanda o in altri terribili casi. Ho degli amici esperti di strategie militari che dicono che sarebbe stato impossibile, ma supponiamo che una forza armata di peacekeeping fosse entrata in Libia e si fosse interposta tra i due contendenti, e avesse detto: adesso nessuno è autorizzato a sparare dall’altra parte. Siamo pronti a prevenire ogni aggressione contro entrambe le parti. Non siamo qui per prender parte a una guerra civile. Ma siamo qui per impedirla. Quindi indiciamo un cessate il fuoco e iniziamo a negoziare. Questo tipo di intervento avrebbe salvato le vite? Ammettendo, come dicono i militari, che fosse impossibile:

Sharp: Non posso farmi coinvolgere in questo tipo di finzione politica. E’ troppo ipotetica. Sulla base di un ipotesi lei propone una particolare azione militare che non è affatto ipotetica. E’ molto concreta e sappiamo quali sono le conseguenze di un intervento militare. Guarda, chi è adesso a controllare il governo libico?

Spencer: Probabilmente i leader islamici.uno di loro ha già proposto di ritornare alla Sharia, quando un uomo poteva avere molte mogli. Non molte donne occidentali sarebbero state contente di sostenere quel tipo di cambiamento:

Sharp: No, ma sono le pressioni USA e le influenze Occidentali che controllano le cose. Non certo gli islamici.

Spencer: Lo pensa davvero? (Risata.) Bene non saprei cosa scegliere tra le due possibilità. Penso che il lavoro per costruire la democrazia cominci solo ora. Una volta che il conflitto è terminato, sorgono molti nuovi problemi da risolvere per creare la democrazia. Specialmente in Siria, così frammentata da conflitti etnici e religiosi, non sarà facile.

Sharp: No,  non lo sarà. Anche là, ancora alcuni ufficiali dell’esercito syriano hanno disertato il regime. Poi hanno pensato che ritirarsi dall’esercito non era abbastanza, ma che avrebbero dovuto combattere l’esercito syriano, che non erano in grado di sopraffare senza una grande guerra civile, con un numero tremendo di vittime e senza alcuna prospettiva realistica. Non ci sarebbe stata alcuna soluzione nonviolenta. C’è una guerra civile ed è molto brutta.

Spencer: Alcuni anni fa ero molto vicina ad alcune persone Karen dalla Birmania. Essi credevano che, anche se ci fosse stato un accordo e la giunta avesse fatto un passo indietro e girato il potere al partito di Aung San Suu Kyi, dopo le elezioni, ci sarebbero stati ugualmente problemi a causa del lunghissimo conflitto tra i vari gruppi etnici. Ce ne sono almeno undici in Birmania. Essi credevano che la via migliore per aiutarli fosse organizzare conferenze preparatorie alla democratizzazione qui a Toronto, come un modo per anticipare il tempo in cui sarebbero stati in grado di formare un nuovo governo, lavorando da subito alla risoluzione dei vecchi problemi etnici. Essi pensavano che questo avrebbe migliorato le loro prospettive di creare una vera e funzionante democrazia quando sarebbe venuto il momento. Lei crede che questo approccio sia utile anche ad altri paesi nella situazione della Birmania?

Sharp: Se fosse successo, non credo che avrebbe fatto del male, ma non credo neppure che avrebbe fatto alcun bene. E’ un’idea romantica. Si prende qualcosa che è vecchio di decenni. Le sue radici sono profonde. Non c’è nulla che si possa risolvere portando gruppi a incontrarsi in un luogo diverso.

Spencer: Bene, è quello che abbiamo appena detto della Siria, diciamo che Bashar al Assad faccia un passo indietro oggi (cosa che forse dovrà fare prima che andiamo in stampa) e che lasci tutto nelle mani dell’opposizione. Formare una nuova democrazia sarebbe molto difficile. Non pensa che si dovrebbero comunque anticipare i problemi e lavorarci sopra prima del tempo?

Sharp: Non è abbastanza parlarne. Non so che cosa succederà.

Spencer: Ma lei ha il presentimento che ci sarà una guerra civile in Siria.

Sharp: Si. Quando c’è un esercito che decide di combattere contro l’esercito del regime, come altro può chiamarla se non guerra civile?

Spencer: Questo è un pensiero triste con cui chiudere la nostra conversazione. Non avrebbe un pensiero più felice da condividere?

Sharp: Per decenni ci sono state persone che erano interessate al tipo di lavoro che stavo facendo. Quando ci sentivamo scoraggiati ero solito dire: ci sarà un punto di rottura quando la gente prenderà sul serio tutto questo. Ma quel momento non venne un anno dopo l’altro. Dieci anni passarono e poi altri dieci ma il momento non veniva. Penso che il punto di svolta sia ora. Oggi queste cose vengono prese seriamente. Puoi prendere una pagina del New York Times. Proprio questa settimana ho letto sul London Sunday Times il tremendo responso dopo la Tunisia e l’Egitto.

Siamo sommersi dai giornalisti. I giornalisti non hanno mai prestato attenzione ai miei scritti. Hanno sempre nutrito falsi preconcetti, malintesi. Ma in questo tempo, iniziato nelle sei settimane tra marzo e aprile, siamo stati sommersi dai reporters da tutto il mondo. Giornali asiatici e sudafricani, per esempio. Avevamo tra le quattro e le sette interviste al giorno, per almeno sei settimane, ma nessuno di quei giornalisti veniva con quei vecchi preconcetti e malintesi. Nessuno! Tutti comprendevano le realtà basilari. E gli editori che affidavano loro gli incarichi pensavano che i lettori sarebbero stati interessati a leggerne. Tutto questo è assolutamente nuovo e dobbiamo iniziare a pensare diversamente. Come ci confronteremo con questa situazione d’ora in poi?

http://www.reteccp.org/ccpboard.html

http://aeinstein.orghttp://peacemagazine.org
Jan-Mar 2012 issue

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