La crisi spirituale del Giappone – Johan Galtung

Da Kyoto, Giappone: un mattino domenicale grigio e freddo, calzante per il mesto tema.

The Japan Times, un eccellente giornale di centro, è arrivato nel bel mezzo della notte recando quattro storie tipiche, come antipasto.

Ci avviciniamo all’anniversario del marzo 2011. Il terremoto colpì l’11 marzo 2011, seguito dallo tsunami e dalla quasi fusione della centrale nucleare n° 1 di Fukushima. Una volta M, l’11 marzo 2004, il terrorismo colpì la stazione ferroviaria di Atocha a Madrid. Una brutta data; può ispirare qualcuno.

Leggiamo: “Operaio all’impianto n° 1 morto per ‘eccesso di lavoro’. Era stato mandato in trasferta da un subappaltante, una ditta di costruzioni con sede a Shizuoka, e aveva cominciato a lavorare a Fukushima n° 1 il 13 maggio. Il primo giorno si diede da fare con delle tubature e altro in una discarica del complesso, ma lamentandosi di non sentirsi bene il mattino dopo. Fu immediatamente portato in ospedale dove morì poco dopo – radiazioni ancora alte attorno a Fukushima n° 1 – a 640 km al largo della costa di Fukushima.” Una ditta di costruzioni privata.

Leggiamo: “La All Investment Advisors Co. dirottò i capitali delle pensioni per le Cayman dicendo alla SESC (Commissione di Sorveglianza su Titoli e Borsa) che circa 90% dei fondi dei propri clienti erano andati persi”. Una ditta privata, come la Olympus, il gigante della foto-ottica, a coprire le perdite; con revisori dei conti e consiglieri esterni.

Leggiamo una lettera alla redazione di Yang Xiu di Melbourne sul sindaco di Nagoya che nega il massacro di Nanchino del 1937: “Quel che importa è che il sindaco di Nagoya nega un fatto indagato da storici dello stesso Giappone. Negare il fatto condurrà solo a più rancore fra i nazionalisti e fra i governi”.

Leggiamo: “I media continuano a disperare per la caduta del Giappone”, di Michael Hoffman: il PIL del Giappone è previsto cadere del 16% per il 2024, 42% per il 2050. 40 milioni di giapponesi in meno in 50 anni.

Un fattore è l’invecchiamento: fra 50 anni il 40% avrà 65 anni o più.

Un disastro completo e la sua negazione; privatizzazione con speculazione e corruzione; imperialismo completo e la sua negazione; profondo mutamento demografico. Ma il primo ministro Naoto Kan, quando avvenne il disastro, non negava: “la crisi nucleare è stata causata dal Giappone, non dal terremoto” (JT 19.02.2012): “– il disastro mise a nudo una serie di vulnerabilità artificiali anche maggiori nel settore energetico nucleare e nelle normative giapponesi – eravamo totalmente inpreparati. Il Giappone ha bisogno di ridurre drammaticamente la propria dipendenza dall’energia nucleare”. E dichiarava di essere stato “convertito a credente nell’energia rinnovabile”.

Problema: il Giappone è al 21° posto per l’energia eolica, ben dietro la Cina (n° 1), gli USA (n° 2), l’ India (n° 3), il Brasile, il Messico: niente denaro pubblico. Far sparire dappertutto i distributori di acqua gasata servirebbe moltissimo.

Egli non citò l’uso dell’energia nucleare per sostenere una piccola élite mediante la segretezza, né il suo potenziale per le armi nucleari, né il ruolo dell’investimento USA (General Electric, Westinghouse).  “L’impianto fu costruito sull’ipotesi che non ci fosse alcun bisogno di temere uno tsunami di grandi dimensioni, e proprio quello è l’inizio del problema”. Sì, quello fu il lavoro degli “esperti”, parte di quell’élite sorda a tutti gli ammonimenti da parte di chiunque al di fuori della loro piccola cerchia.

L’economia. Crescita negativa dello 0.9% nel 2011 e nessun recupero finora. Il deficit commerciale è il più alto in 31 anni, dal 1980, con le esportazioni in calo, e “le dichiarazioni su una nuova vivacità industriale suonano false mentre le industrie fuggono dal paese” (JT 10.02.2012). Il 29% delle famiglie della nazione mancano di risorse finanziarie, con un balzo dal 22%. E il governo deve pagare un pesante servizio del debito di oltre il 200% del PIL annuo – più di metà delle spese fiscali – verso il Giappone. Il paese non ha debito verso altri paesi.

Peggio ancora: l’economia finanziaria è fiorente; l’indice Nikkei ha superato quota 9500, come il Dow fece con quota 13000. Un crollo può ridurre il divario rispetto alle fiacche economie reali, in entrambi i casi.

Qualche segno luminoso? Sì. Il primo ministro Yoshihiko Noda preferisce aumentare le tasse sulle vendite rispetto al taglio dei servizi di welfare a una popolazione vulnerabile, in invecchiamento.  Il governo propone di aumentarle dall’attuale 5% all’8% nell’aprile 2014 e al 10% nell’ottobre 2015; altri dicono che sia necessario un aumento del 15%. Ora, un problema: l’ opposizione nel proprio partito.

Un Giappone molto differente da quello super-dinamico ed esuberante che ebbi modo di conoscere la prima volta 44 anni fa: una gioventù profondamente impegnata rispetto a quella apatica e apolitica di oggi; conquiste tecniche super-creative rispetto ai risultati odierni “Torreggiante: a 634 metri, la Torre del Cielo di Tokyo, uno degli edifici più alti al mondo, dev’essere inaugurato nel maggio 2012”. In zona sismica?

Che cos’è successo? Il Giappone è stato battuto dalla concorrenza dei propri stessi rampolli, dai paesi su cui ha imperato, che ha brutalizzato, conquistato pur sollevandoli economicamente: Taiwan, Corea, Cina, Hong Kong, Singapore. Per primi i diritti socio-economici e le infrastrutture, poi l’ “apertura” a quelli civili-politici. Livelli sempre maggiori di trasformazione delle materie prime, nessun “vantaggio comparato” alla Ricardo (lo scambio di materie prime con prodotti finiti).

Ma c’è di peggio. Nel 1999 ho pubblicato, con Ikuro Anzai, Nippon wa Kikikan, “Il Giappone è in crisi?” [i] E la risposta era sì, una crisi spirituale. Il Giappone ha venduto l’anima a Washington, ed è rimaso in un vuoto spirituale; né USA né Giappone. Passando per il meraviglioso treno-proiettile, Shinkansen, solo visi tristi, grigi, stanchi; niente risa, niente conversazioni brillanti.

Il declino e la caduta di una civiltà sono per molti la conseguenza di élite non all’altezza delle sfide, che perdono il proprio carisma. Washington non se ne preoccupa, le basta aggrapparsi a Okinawa. E la gente fa quel che sa ancora fare: si volge verso altre fonti di mantenimento e di senso a livello locale e mediante le ONG. Sparita la crescita, diventa importante la distribuzione; che vuol dire, più potere alle donne.

I giapponesi ritroveranno le proprie radici nel terreno locale e cercheranno nuovi motivi di senso. Ma il Giappone non sarà più lo stesso.

NOTE:

[i]. Kyoto: Kamogawa, 1999.

27 Feb 2012

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: Japan’s Spiritual Crisis

http://www.transcend.org/tms/2012/02/japans-spiritual-crisis/

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