I nomi della nonviolenza – Pietro Polito

Fin dal titolo Per una cultura della nonviolenza, prefazione di Gustavo Zagrebelski, con una nota su Aldo Capitini di Nanni Salio, Trauben, Torino 2012, Laura Operti suggerisce al lettore la tesi al centro delle sue riflessioni: La nonviolenza è una cultura.

Ripeto: una cultura. Ciò significa che essa ha a che fare con l’antropologia nel senso che quello nonviolento è un discorso intorno all’uomo che introduce alcune novità radicali.

L’antropologia nonviolenta allarga l’approccio umanistico a una visione più ampia che comprende ogni essere vivente e rovescia lo schema tradizionale che nel rapporto intersoggettivo privilegia gli altri rispetto al noi, il tu rispetto all’io, come ha insegnato Aldo Capitini.

Con Capitini l’autrice è entrata in relazione su suggerimento di Norberto Bobbio, mentre scriveva la sua tesi di laurea in filosofia Il problema etico della non violenza, sostenuta a Torino con Bobbio nel 1968 – ’69, seguita anche dal filosofo italiano della nonviolenza e ora riproposta in questo volume.

L’autrice, naturalmente, sa benissimo (e lo dimostra con un accurato lavoro) che il problema della nonviolenza investe tanto la sfera politica quanto quella etica, tanto la sfera religiosa quanto quella filosofica, senza trascurare l’economia e il diritto. Nelle pagine della dissertazione ella mette bene a fuoco le due facce della nonviolenza: come metodo di soluzione dei conflitti e come visione del mondo. Nel primo senso la nonviolenza è un’“arma rivoluzionaria”, nel secondo senso poggia su una scelta individuale che assume una valenza sociale, una scelta personale che ha un rilievo pubblico.

Come afferma Operti, la nonviolenza è un “comportamento atto a soddisfare le esigenze dello spirito, nella misura in cui ciò è possibile attraverso l’azione sociale”.

Invito il lettore a muoversi liberamente nei vari passaggi dell’impianto argomentativo proposto dall’autrice, che risente chiaramente dell’influenza di Bobbio e che è strutturato bobbianamente per definizioni analitiche e per domande fondamentali (che non hanno perso nulla della loro drammatica attualità): 1. La nonviolenza è possibile?; 2. La nonviolenza è attuabile?; 3. La nonviolenza è efficace?

Torno invece sulla tesi (da me condivisa) che la nonviolenza è una cultura. Penso che è una cultura che permea, ha permeato, permeerà, può, deve permeare la nostra vita se l’umanità avrà un futuro. Rispetto ai tentativi di aprire la storia – il Cristianesimo, la Riforma, l’Illuminismo, il Socialismo e il Comunismo – la nonviolenza si pone in una linea di continuità e di discontinuità. Essa viene dopo il Cristianesimo, dopo la Riforma, dopo l’Illuminismo, dopo il Socialismo e il Comunismo. È di là da venire.

Ma questo è l’atteggiamento del profeta che è di Capitini più che di Bobbio e non l’atteggiamento dello scienziato sociale che è di Bobbio più che di Capitini.

Qual è il punto di vista dell’autrice del libro?

Mi pare che Operti abbracci entrambi i punti di vista. Lo sguardo di Bobbio prevale al tempo della dissertazione (1968), quando si muove sulla linea del maestro torinese, sposandone il metodo analitico che descrive e non prescrive e facendone proprio l’atteggiamento generale che è quello del perplesso più che del persuaso.

Diversamente nelle pagine del saggio Scenari di nonviolenza (8 ottobre 2011), belle, commosse, partecipate, a tratti toccanti, emerge in primo piano lo sguardo di Capitini.

Con gli occhi dell’antropologa guarda alla realtà attuale classificando i tanti segni vitali di nonviolenza, anche quando questi si presentano sotto altri nomi; contemporaneamente con gli occhi di chi è amico della nonviolenza s’indigna per come vanno le cose del mondo e si appassiona alle iniziative ed esperienze di cambiamento e di tramutazione.

Questo libro, con misura trasmette il messaggio fermo che non ci si può rassegnare a vivere in un “mondo alla rovescia”, dove “si dà per ovvio l’uso della forza come motore della storia dell’umanità” (Zagrebelsky).

La cultura della nonviolenza si contrappone all’incultura della violenza, aprendo scenari in cui ciascuno può dare un contributo. Con le parole dell’autrice, la nonviolenza è educazione alla sincerità, gentilezza, mitezza, maieutica, speranza, fiducia, educazione alla pace a alla legalità, perdono e riconciliazione oltre la vendetta e il dolore, tensione profetica, difesa dei diritti umani, indignato dissenso, rispetto dell’ambiente, coraggio e suprema determinazione.

In breve la nonviolenza è la ricerca di una via d’uscita.

Felicemente Operti richiama una bella pagina di Simone Weil secondo la quale l’umanità si trova in un vicolo cieco, da cui possiamo uscire grazie a un miracolo. “Ma la vita umana – scrive Weil, una stella inquieta che è stata spenta troppo presto – è fatta di miracoli. Chi crederebbe che una cattedrale gotica può rimanere eretta se non lo riscontrassimo tutti i giorni? Poiché in effetti non vi è sempre guerra, non è impossibile che vi sia indefinitamente pace”. (a Simone Weil è dedicato il bel film di Emanuela Piovano, Le stelle inquiete, 2010).

Attenzione: la “pace indefinita” non è assenza di vita, emozioni, differenze, contrasti. La pace nonviolenta può essere rappresentata simbolicamente attraverso un fatto accaduto a New York che l’autrice menziona avvalendosi di una notizia riferita da una giornalista Giovanna Botteri: “a New York hanno messo pianoforti in tutta la città, vecchi, nuovi, restaurati, per un’iniziativa benefica, suonati da tutti, adulti, bambini, bianchi, neri, più bravi, meno bravi”.

Commenta Operti: “la città, avvolta nella musica, manda un messaggio di speranza, di gioia, di voglia di stare insieme con la tenerezza e la forza che viene da una tastiera di pianoforte. La nonviolenza è musica”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *