Israele-USA contro Iran: discutete di pace! Johan Galtung

Il sistema degli stati è al suo livello peggiore: con scambi d’insulti e minacce, sanzioni, disponibilità all’uso di violenza estrema, dispiegamento avanzato di truppe USA in Israele come ostaggi della garanzia del coinvolgimento USA, disprezzo per la gente comune e gli effetti di una guerra nel Medio Oriente e nel mondo. Le opzioni sono sanzioni più aspre o guerra. L’opzione di gran lunga migliore, sedersi con mediatori a parlare e cercare soluzioni, è assente. Polarizzazione, escalation, il materiale di cui sono fatte le guerre, riempiono i media. Che vergogna.

In effetti, ci sono molti conflitti multipli sottostanti. Prendiamo la tematica nucleare: due possessori contro un non-possessore. Ma gli USA hanno convissuto con le bombe nucleari sovietiche e cinesi a lungo prima di imparare a discuterne. Israele ha vissuto con le opzioni nucleari pakistane, chiamate “islamiche”, e addirittura con la sua bomba. Ovviamente, il vero obiettivo a più lungo termine potrebbe essere appunto quella bomba pakistana. Ma allora, senza prove di una capacità militare nucleare iraniana, perché l’Iran?

Una risposta è stata data da El Baradei, ex-capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA): l’Occidente vuole un cambiamento di regime, usando la tematica nucleare. L’Iran, Ahmadinejad, vuole anch’egli un cambiamento di regime, in Israele, un “mondo senza sionismo”, equiparandolo al cambio di regime in Iran dopo lo scià, nell’Unione Sovietica, e in Iraq dopo Saddam Hussein. Non ha mai detto di “spazzar via Israele dalla carta geografica”, e ha firmato la dichiarazione di Riyadh sul riconoscimento di Israele se Israele riconosce i confini del 4 giugno 1967.

Le due problematiche sono intrecciate nelle sanzioni “per creare odio e scontento nelle strade in modo che i dirigenti iraniani si rendano conto che debbono cambiare modo di fare”, secondo qualche funzionario d’intelligence USA. Ma continuano a fallire l’obiettivo: la gente soffre, ma si rivolta più contro la fonte diretta –Israele, USA, UE, ONU – che contro i propri governanti; perfino il capo dell’opposizione “verde” agli arresti domiciliari, Hussein Mussawi (Der Spiegel, 6/2012).

USA-Israele forse agognerebbero il ritorno dei tempi di Kissinger allorché l’Iran sotto lo scià era il custode designato del Medio Oriente, con interventi in Oman, ecc. Usare un paese sciita per un ordine sunnita la dice già lunga sul livello d’intelligenza. La gente dell’Iran, sia sciiti sia comunisti, respinsero il regime dello scià e il colpo di stato CIA-MI6 che lo installò al potere nel 1953, per ben 25 anni. Ecco forse il cuore della questione. Per l’Anglo-America un affare di routine, lasciato ai ragazzi dell’intelligence, che condividevano il loro disprezzo per i regimi arabi e musulmani. Per gli iraniani, di sinistra, centro, destra, una profonda, traumatizzante umiliazione.  “Uno-nove-cinque-tre” si sente quando affiora il tema del rapporto USA/Iran. Crederlo dimenticato depone a sfavore dei suoi protagonisti. Una richiesta di scusa potrebbe fare prodigi.

Poi c’è Israele come terza tematica, dove i palestinesi sono solo una parte del conflitto generale con gli arabi-musulmani. Costituire a superpotenza regionale l’unica potenza nucleare nella regione, né araba, né musulmana, è chiaramente un disegno che non porta da alcuna parte. Eppure lo fanno ugualmente.

A questo punto possiamo elencare gli scenari. L’Iran è uno dei massimi esportatori mondiali di petrolio, la chiusura dello Stretto di Hormuz (per cui hanno senza dubbio piani molto elaborati) avrà profonde conseguenze, anche per le scorte alimentari se il biodiesel è l’alternativa. L’Occidente non dovrebbe sottovalutare la solidarietà islamica pur attraverso lo spartiacque sciita-sunnita. Un attacco può perfino riunire la Siria con Hezbollah, Hamas e altri. Non si dovrebbe dare per scontata neppure la posizione saudita.

Un cambio di regime in Iran e una continua espansione israeliana da egemone mediorientale non preannuncia un futuro sostenibile. Più espansionismo, più vulnerabilità, finché alla fine delle grosse forze anti-israeliane trovano il punto di vulnerabilità decisiva, e tirano la leva. Di qualunque genere.  Qualsiasi vittoria per un bombardamento mirato prima che l’Iran diventi “inattaccabile” sarà di durata brevissima.

Con problemi come questi, c’è una qualche via d’uscita?

Ovviamente sì. Si pensi agli scenari d’orrore per una guerra nucleare durante la guerra fredda in Europa e a come la conferenza di Helsinki nel 1973-75 indicò un modo di procedere percorribile, sabotato dagli USA che volevano installare missili a media gittata, ma che comunque allentò le tensioni.

Il primo passo per un reciproco aggiustamento è una Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione nel Medio e Vicino Oriente, modellata su quella di Helsinki, che cominci con una conferenza per una zona priva di armi di distruzione di massa, che l’ONU potrebbe convocare già nel 2012?

Chi potrebbe essere la Finlandia della regione? Le forze vecchie e nuove in Egitto, se i militari asserragliati non hanno troppo timore di una pace che potrebbe bloccare il flusso di denaro di Camp David? Assumere un tale compito garantirebbe a lungo una centralità nella regione.

Tutti e tre i temi sarebbero in agenda, con possibili soluzioni:

* per il tema nucleare: una zona denuclearizzata del Medio e Vicino Oriente, con Israele e Iran;

* per il tema del regime: supervisione congiunta a elezioni eque e libere, cosicché sia la gente a decidere sui rispettivi regimi;

* per il tema del dissidio Israele/stati arabi-musulmani: una Comunità del Medio e Vicino Oriente di Israele con i paesi confinanti, modellata sul trattato di Roma del 1958 per l’Europa, con una Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione nel Medio e Vicino Oriente (OSCMVO). Ciò sarebbe coerente con lo spirito della Primavera Araba, che ha anche toccato brevemente Israele.  Vi si potrebbe aggiungere una cooperazione economica per uno sviluppo condiviso.

Quando chiesero agli israeliani “che cosa sarebbe meglio: che sia Israele e Iran abbiano la bomba, o nessuno dei due”, il 65% degli ebrei israeliani dissero nessuno dei due. E un notevole 64% erano a favore dell’idea di una zona denuclearizzata, pur quando fu spiegato che questo significherebbe la rinuncia di Israele alle proprie armi nucleari”. (IHT, 16 Jan 2012).

Vox populi vox Dei. Gli iraniani risponderebbero la stessa cosa? Probabilmente, faremmo bene a saperlo. Che vogliano sopravvivere tutti? Decidano loro.

 

13 febbraio 2012
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale: Israel-USA vs Iran: Talk Peace!

http://www.transcend.org/tms/2012/02/israel-usa-vs-iran-talk-peace/

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