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La compassione è la nostra nuova moneta – Rebecca Solnit

gennaio 19, 2012 Versione stampabile

Di solito a fine anno è di prammatica riconsiderare gli avvenimenti appena trascorsi e protenderci in modalità preveggente verso l’anno imminente. Ma guardiamoci attorno! Questo è un momento così straordinario che è stato a mala pena registrato. Le persone di migliaia di comunità negli Stati Uniti e altrove vivono in pubblico, sperimentando una democrazia diretta, chiamando le cose col loro vero nome, e obbligando i media e i politici a fare altrettanto.

L’ampiezza di questo movimento è una cosa, la sua profondità un’altra. Ha rigettato non solo i particolari del nostro sistema economico, ma tutto l’armamentario di assunti morali ed emotivi su cui si basa. Prendete la coppia mostrata in una foto di Occupy da Austin in Texas. L’anziana d’aspetto garbato regge un cartello scritto al computer che dice: “Il denaro ci ha rubato il voto”. L’anziano vicino a lei con il berretto da baseball regge un cartello di cartone scritto a mano che dice: “Siamo i custodi di nostro fratello”.

La foto dei due offre giusto un’occhiata di un solo momento del periodo degno di nota che viviamo e del sorprendente movimento che ne viene indotto … beh, se non il 99% di noi, pur sempre una percentuale abbastanza eccezionale: tutti, dalla superstar adolescente pop Miley Cyrus con il suo video d’omaggio a Occupy all’anziana alaskana Yup’ik [eskimo] Esther Green a pesca sul ghiaccio con un cartello “Yirqa Kuik” cubitale, tradotto in “occupate il fiume” a caratteri più piccoli.

La donna dei voti rubati si riferisce a loro, e il suo compagno parla di noi, tutti noi e dei nostri principi fondamentali. Il suo cartello risale dritto al libro della Genesi, come negazione di quanto disse a Dio quell’imprenditore competitivo di Caino dopo aver precluso il riscatto ipotecario alla vita di suo fratello Abele; non era – asserì – il custode di suo fratello; non siamo – insisté – riconoscenti gli uni agli altri, ma separati, isolati, ciascuno per conto proprio.

Caino possiamo pensarlo come il primo darwinista sociale e quell’Occupante di Austin come il suo contrario, asserndo che no, il nostro sistema di funzionamento dovrebbe essere l’amore; siamo tutti connessi; dobbiamo aver cura gli uni degli altri. E questo movimento, dice inoltre, riguarda quello che la sollevazione argentina iniziata dieci anni fa, il 19 dicembre 2001, chiamava la politica afectiva, affettiva appunto.

Se è un movimento riguardo all’amore, lo è anche sul denaro che ci hanno preso e continuano a prenderci così ingiustamente – e sul fatto che, proprio adesso, denaro e amore sono in guerra fra loro. Dopo tutto, nel pieno della terra americana, si sta cominciando a imprigionare per debiti, mentre il movimento Occupy sostiene perdono, rinegoziati dei debiti, e remissioni giubilari.

Talvolta l’amore, o almeno la decenza, vince. Un mattino verso la fine del mese scorso la 75enne Josephine Tolbert, che gestiva un centro d’assistenza diurna nella sua modesta abitazione a San Francisco, tornò a casa dopo aver accompagnato un bimbo a scuola scoprendo che lei e gli altri bimbi erano tutti chiusi fuori perché era in arretrato sui suoi pagamenti ipotecari. True Compass LLC, che ne comprò la casa all’asta mentre lei credeva di essere ancora in negoziato con la Bank of America, non le permetteva di rientrare nella casa dove aveva abitato per quasi quarant’anni, neppure per riprendersi le medicine o i pannolini per i bambini.

Facemmo una dimostrazione davanti casa e agli squallidi uffici di True Compass mentre quelli si erano nascosti dentro, e studenti di Occupy dell’Università Statale di San Francisco manifestarono davanti a un ristorante di proprietà di True Compass per conto di questa nonna afro-americana. Grazie a questa solidarietà e all’attenzione dei media, funzionò: Tolbert si è ripresa le chiavi, si è ristabilita in casa e sta rinegoziando le condizioni della sua ipoteca.

Centinaia di altre vittime di confische ipotecarie vengono adesso difese da branche locali del movimento Occupy, da West Oakland a North Minneapolis. Come si esprime l’autrice, regista e Occupante di New York Astra Taylor:

“L’occupazione di abitazioni confiscate e abbandonate non solo congiunge i puntini fra Wall Street e Main Street, ma può anche condurre a rapide e tangibili vittorie, di cui i movimenti hanno disperato bisogno per mantenere il loro impeto. Le banche, pare, sono bersagli più morbidi di quanto ci si potrebbe aspettare perché tanti casi sono belli maturi di irregolarità legali e criminalità bella e buona. Con un’abitazione su cinque che ha di fronte una confisca ipotecaria e e procedure burocratiche senza segno di rallentamento per i prossimi anni, davvero sbalordisce il numero di persone toccate dalla crisi delle ipoteche – che sia perché hanno perso la casa o perché la loro casa è adesso sott’acqua”.

Se quello che sta succedendo da un po’ localmente e globalmente ha qualche caratteristica di un’insurrezione, non ce n’è mai stata una proprio così pervasiva – dagli scienziati con cartello Occupy in Antartide a presenze di Occupy in luoghi disparati come la Nuova Zelanda e l’Australia, São Paulo, Frankfurt, Londra, Toronto, Los Angeles, e Reykjavik. Senza dimenticare i posti più piccoli, inoltre. L’altra mattina ai dock di Oakland per le dimostrazioni per la serrata portuale della costa Ovest, ho incontrato tre membri di Occupy della Contea Amador, una piccola zona rurale nella Sierra Nevada californiana, il cui centro urbano maggiore, Jackson, ha poco più di 4.000 abitanti; la qual cosa non le ha impedito di tenere riunioni regolari di Occupy il venerdì sera all’aperto.

Una ragazzina in un giaccone rosso ai dock di Oakland inalberava un cartello con una citazione di Helen Keller, modella di ruolo cieco-sorda-e- dis-]articolata dell’inizio del 20° secolo, che diceva “Le cose migliori e più belle al mondo non si possono vedere né toccare; bisogna assolutamente sentirle col cuore”. Perché citare Keller a una dimostrazione centrata sul lavoro e l’economia? La risposta è abbastanza chiara: perché Occupy ha qualche risonanza emotiva tipica di un movimento spirituale oltre politico. Come quelle altre sollevazioni con cui è allineata, in Spagna, Grecia, Islanda (dove i banchieri vengono effettivamente incarcerati), GranBretagna, Egitto, Siria, Tunisia, Libia, Cile, e da ultimo in Russia, vuole porre questioni basilari: Che cosa importa? Chi importa? Chi decide? Su quali principi?

Soffermiamoci un momento a considerare quanto tutto ciò fosse imprevisto e imprevedibile allorché, il 17 dicembre 2010, Mohamed Bouazizi, verduriere ambulante tunisino s’immolò a Sidi Bouzid, cittadina fuori mano caduta in miseria. Protestava contro la vita a vicolo cieco assegnatagli dall’economia dell’1% gestita dall’autocrate Zine Ben Ali e dalla sua corrotta famiglia, e contro la brutalità della polizia che l’accompagnava, due cose rimaste frontali e centrali da allora. Soprattutto, come ha frattanto testimoniato sua madre, egli era per la dignità umana, ossia per un mondo dove il sistema primario di valori non sia il denaro.

“La compassione è la nostra nuova moneta”, era il messaggio scarabocchiato su un coperchio d’involucro di pizza al presidio Occupy Wall Street di Zuccotti Park nella Manhattan bassa – retto da un giovane pensoso nel grande foto-ritratto di Jeremy Ayers. Ma che ci compri con la compassione?

Un bel po’, vien fuori, compreso un movimento globale, e anche una pizza, che può arrivare al presidio del movimento in segno di solidarietà: ad alcuni giorni dall’inizio della riuscita occupazione a sorpresa di Occupy Wall Street, furono chieste delle pizze ed entro un’ora ne arrivarono per un valore di $2.600, proprio come tempo prima gli occupanti del palazzo di stato del Wisconsin erano stati abbondantemente riforniti di pizze – comprese quelle pagate e spedite dai rivoluzionari egiziani.

Il ritorno degli scomparsi

Durante le dittature e l’era degli squadroni della morte in Cile, Argentina, Brasile, e Centro-America degli anni 1970 e 1980, il termine “scomparso” entrò in uso per intendere i rapiti, gli incarcerati in segreto, torturati, e poi spesso giustiziati in segreto. E parecchi decenni dopo si stanno ancora spesso decifrando i loro destini.

Anche negli Stati Uniti esistono gli scomparsi, non grazie a un esercito brutale o a paramilitari, ma a un’economia brutale. Quando si perde il lavoro, si sparisce dal posto di lavoro e prima o poi si arriva al vuoto dei propri giorni, della propria identità, del proprio portafogli e della propria capacità di prender parte a una società commerciale. Quando si perde la casa, si sparisce dagli spazi famigliari consueti: l’isolato, il quartiere, il ruolino dei proprietari di abitazione. Spesso, si svanisce per la vergogna, lasciandosi dietro amici e conoscenti.  

Alle azioni di sostegno per qualcuno dei 1.500 proprietari di case in confisca ipotecaria a San Francisco sud-est, prevalentemente afro-americani, parecchi di loro descrivevano come dovessero superare un gran senso di vergogna semplicemente a prendere la parola, difendersi o unirsi al movimento. Negli USA un fallimento è sempre considerato individuale, non sistemico, e tende quindi a produrre un senso di devastazione personale che fa sentire le vittime sole e bocconi, pur se magari fra legioni di altri.  

Le persone che hanno distrutto la nostra economia con la loro avidità sfondata sono invece spudorati – tanto quanto quegli amministratori delegati d’azienda i cui compensi sono schizzati in su del 36% nel 2010, durante questa profonda opprimente recessione. La compassione non è decisamente la loro moneta. 

La parola stessa “occupare” è quantp mai espressiva per gli scomparsi americani e l’idea stessa di scomparsa. Lo è per quelli che hanno perso la loro occupazione o la casa che occupavano. Fra i suoi molti sensi, indica anche una gran tenda; riempire uno spazio, prenderne possesso, impiegare se stessi, rendersi occupati, riempire il tempo. (Nei secoli 17° e 18° il verbo aveva un senso così sessuale da cadere dall’uso comune). Descrive lo stato di presenza vissuto dalle Assemblee Generali e dagli accampamenti del movimento Occupy, uno spazio in cui – come potrebbe aver sognato Mohamed Bouazizi – gli scomparsi possono riapparire con dignità.

Occupy ha anche creato uno spazio in cui possono coesistere persone d’ogni genere, dai senza tetto/senza fissa dimora ai muniti di diritto di possesso, da quelli di centro città agli agrari. Coesistere in pubblico con estranei e conoscenti affini per opinione è una delle grandi fondamenta ed esperienze di democrazia – ecco perché le dittature bandiscono adunate e raggruppamenti, e perché il nostro Primo Emendamento costituzionale garantisce il diritto di riunirsi pacificamente, diritto messo alla prova più intensamente oggigiorno che in qualunque altro periodo recente della storia americana. Quasi ogni membro Occupy ha come punto focale incontri regolari di un’ Assemblea Generale. Si tratta di esperimenti di democrazia diretta, confusi, esasperanti e miracolosi: arene in cui ognuno è invitato a farsi ascoltare, ad avere una voce, a essere un membro, a dar forma al futuro. Occupy è prima di tutto una conversazione fra noi.

Occupare vuol anche dire mostrarsi, essere presenti – un’esperienza radicalmente inedita per una generazione digitale. Oggi, il termine si applica a ogni luogo dove si programmi di essere presenti, geograficamente o metaforicamente: Occupare Wall Street, occupare il sistema alimentare, occupare il tuo cuore. L’invenzione ad hoc del “mic-check”, microfono popolare, da parte degli occupanti di Zuccotti Park, che esige che tutti ascoltino, ripetano, e amplifichino quel che viene detto, non ha fatto che rafforzare questo senso di presenza. Non si può mandare SMS o ascoltare con un solo orecchio se si ha il compito di ripetere tutto, in modo che tutti sentano e capiscano. Si diventa i guardiani della voce del/la proprio/a fratello/sorella ripentendone le parole.

È un trionfo del qui e ora – ed è ovunque: i Reggenti dell’Università di California vengono sottoposti a mic-check, così i politici, la  Conferenza sul Clima di Durban in Sud Africa ha avuto occupanti e momenti di mic-check. L’attivismo aveva bisogno da tempo di modalità nuove per fare le cose, e quest’anno ci è arrivato.

Una boccata di verità

Prima che il movimento Occupy arrivasse sulla scena, il dialogo politico e il chiacchiericcio sui media in questo paese parevano venire da un universo parallelo distorto. Si denunciavano minuscole spese governative, mentre si trattava di rado il vortice che risucchia la nostra economia; gli immigranti sgobboni venivano rappresentati come fannulloni; invece si incensavano come “creatori di posti di lavoro” dei nullafacenti; si trascurava l’economia disastrata e la massiccia sofferenza [collegata], mentre i politici giostravano (e i sapientoni pontificavano) sul deficit; la guerra di classe era chiamata così solo quando fatta da qualcun diverso dalla classe dominante. È come se stessimo cercando di navigare su Las Vegas con una carta sbrindellata della Bisanzio medievale – passando cioè per una lingua accidentata in cui tutto e tutti si sono persi.

Poi arrivò Occupy e, come se investiti da qualche strana pandemia, da un virus contagioso di veridicità, si sono sentiti tutti improvvisamente obbligati a chiamare le cose con il loro vero nome e a parlare di veri problemi. Le chiacchiere sul deficit furono sostituite da riconoscimenti di disuguaglianza economica grottesca. Si chiamò avidità l’avidità, e con il suo vero nome diventò subito intollerabile, com’era successo col razzismo quando fu così chiamato dal Movimento dei Diritti Civili e reso così evidente a quelli che non ne soffrivano direttamente. La vasta scala della sofferenza attorno al debito studentesco e agli aumenti nelle tasse scolastiche, alle confische ipotecarie, alla disoccupazione, alla stagnazione salariale, ai costi medici, e alle altre afflizioni del normale americano balzò improvvisamente in testa alle notizie, e appena messe in luce, anche tutto questo divenne intollerabile.

Se la soluzione agli incubi citati non è né vicina né facile, nominare le cose, descrivere la realtà con una certa precisione, ne sono pur sempre un cruciale primo passo. Informarci come cittadini è un altro passo. Aspetti della nostra non-del-tutto-democrazia  che erano un tempo quasi invisibili sono ora sul tavolo della discussione – e per l’opposizione, specificamente sulla personalità giuridica, lo stato giuridico che dà alle aziende i diritti, ma non gli obblighi e le vulnerabilità dei cittadini. (Un cartello frequente degli Occupanti dice “Crederò che le grandi aziende siano persone quando il Texas ne manderà una a morte”).

Il Consiglio Municipale di Los Angeles ha approvato una deliberà d’appello per por fine alla personalità giuridica delle grandi aziende, come prima grande città a unirsi alla campagna Move to Amend contro la personalità giuridica aziendale e contro la sentenza del 2009 della Corte Suprema Citizens United  che diede alle grandi aziende la possibilità illimitata di interferire col loro denaro nelle nostre campagne politiche. Per il 20 gennaio p.v., secondo anniversario di Citizens United sono programmate azioni di Occupy in tutto il paese. Il senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders, che sta dicendo la verità da solo da un bel po’, ha introdotto un emendamento costituzionale per abrogare Citizens United e limitare il potere aziendale in Senato, mentre il deputato Ted Deutch (Democratico della Florida) ha introdotto una misura analoga alla Camera.

Solo alcuni anni fa quasi nessuno sapeva che cosa fosse la personalità giuridica aziendale. Ora sono comuni i cartelli che la denunciano. Analogamente, agli avvenimenti Occupy i partecipanti chiariscono di conoscere quella misura dell’epoca del New Deal nota come Legge Glass-Steagall, parzialmente abrogata nel 1999, togliendo il diaframma fra banche commerciali e d’investimento; e di sapere della tassa proposta sui trasferimenti finanziari, soprannominata la tassa Robin Hood, che frutterebbe miliardi con una piccola gabella su ogni transazione finanziaria; di capire bene molti dei mezzi con cui l’1% è stato arricchito e il resto di noi derubato.

Il che rappresenta una sbalorditiva curva d’apprendimento. Un nuovo linguaggio di verità, un dibattito su ciò che importa realmente, una cittadinanza informata: non è cosa da poco. Ma ci serve di più.

Siamo il 99.999%

Sono stata talmente preso dal movimento Occupy che ho smesso di prestare la solita attenzione alla guerra per il clima – finché fui bruscamente informata del catastrofico fallimento dei negoziati sul clima a Durban, Sud Africa. Dove, a inizio dicembre, i paesi più potenti e inquinanti di CO2 sono riusciti a evitare di assumere qualunque misura tempestiva e sostanziosa per impedire al clima di surriscaldarsi e alla Terra di scivolare in un irrefrenabile mutamento caotico.   

È nella nostra natura essere più pressati dalla sofferenza umana immediata che da problemi sistemici remoti. Però questo problema non è affatto così remoto come immaginano molti americani. Sta già creando sofferenze umane su larga scala e ne creerà ben di più. Molte crisi alimentari dello scorso decennio sono collegate al cambiamento climatico, e in Africa stanno morendo a migliaia per il caos legato al clima. Le inondazioni, gli incendi, le tempeste e le ondate di calore degli anni scorsi sono dovuti al cambiamento climatico in arrivo prima di quanto lo si aspetti negli USA.

Nel senso più immediato, Occupy può aver indebolito il movimento sul clima concentrando molti di noi sulla sofferenza impellente dei nostri fratelli, vicini, della nostra democrazia; alla fine, tuttavia, potrebbe rafforzare il movimento con le sue nuove tattiche, alleanze, spirito, e linguaggio di verità. Dopo tutto, perché siamo stati incapaci di fare i cambiamenti maggiori richiesti per limitare i gas a effetto-serra nell’atmosfera? La risposta è in un termine improvvisamente d’ampia circolazione: avidità. Rispondere adeguatamente a questa crisi sarebbe benefico per ogni essere vivente. Quando si tratta di mutamento climatico, siamo dopo tutto il 99.999%.

Ma quello 0,001% internazionale che s’avvantaggia incommensurabilmente dall’economia del carbonio – i pescicani del petrolio e del carbone, gli industriali e i politici coinvolti che ne tirano le fila – è contro un tale cambiamento. Da decenni ce l’han fatta a indurre con la propaganda molti americani, dentro e fuori del governo, a negare la questione climatica, diffondendo bugie sulla scienza e l’economia del cambiamento climatico, e a sabotare qualunque eventuale legislazione e i negoziati internazionali per migliorarne le prospettive. E se pensate che lo sgombero di proprietari anziani di case [confiscate] sia brutale, pensatelo come un tenue presagio dello sfollamento e della scomparsa di comunità, nazioni, genti intere, specie, habitat. Il cambiamento del clima minaccia di confisca ipotecaria tutti noi.

I gruppi operativi sul mutamento climatico ora, in particolare 350.org  e Tar Sands Action [contro lo sfruttamento devastante delle sabbie bituminose – ndt], hanno già fatto cose sbalorditive. Recentissimamente, con l’aiuto di indigeni canadesi, attivisti locali e media alternativi, sono quasi riusciti a eliminare la più grossa e spaventosa singola minaccia nord-americana al clima: l’oleodotto che andrebbe dal Canada al Texas per lo sfruttamento delle sabbie bituminose. È stato una gran bella esibizione di potere organizzativo e di volontà popolare. Ci vorrà forse ancora prossimamente un Occupy il Clima.

Forse Occupy Wall Street e le sue migliaia di movimenti derivati ne hanno costruito le fondamenta. Ma forse il più gran dono che questi vari movimenti del 2011 ci hanno fatto è un acuirsi delle nostre percezioni – e dei nostri conflitti. Là fuori all’aperto c’è tanto altro cui badare, compresa l’avidità, la brutalità con cui varie entità, dall’esercito egiziano alla polizia di Oakland, impongono il volere dei governanti, e soprattutto la profonda generosità d’animo che c’è dietro, dentro e attorno a queste insurrezioni e ai loro attivisti. Nessuno di questi movimenti è perfetto, e le persone che li animano non sono sempre i migliori custodi dei propri fratelli e sorelle. Ma una cosa non potrebbe essere più chiara: la compassione è la nostra nuova moneta.

Nulla è stato più commovente per me che questo desiderio, realizzato imperfettamente ma ripetutamente, di collegarsi trasversalmente alle differenze, di essere una comunità, di fare un mondo migliore, di abbracciarsi l’un l’altro. Questo desiderio è quel che sta dietro quegli accampamenti disordinati, quelle rauche dimostrazioni, quei cartelloni e quelle lunghe conversazioni. Dei giovani attivisti mi hanno parlato della straordinaria ricchezza delle loro esperienze a Occupy, che chiamano affetto/amore.

Nello spirito del chiamare le cose col loro vero nome, evocherei la descrizione che Ella Baker e Martin Luther King usavano per le grandi comunità d’attivisti insorti per i diritti civili mezzo secolo fa: l’amata comunitat. Molti fra quelli attivi al tempo non hanno mai scordato i legami profondi e il senso profondo trovati in quella lotta. Noi – e la parola “noi” ingloba più di noi che mai prima – abbiamo trovato quelle cose, pure, e quest’anno ci siamo avvicinati a qualcosa senza precedenti, un’amata comunità che accerchia il globo.

Leggete la risposta di Tom Engelhardt qui.

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis
Titolo originale: Compassion is Our New Currency

http://www.nationofchange.org/compassion-our-new-currency-1324650581



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