Alcuni chiarimenti sulla rivoluzione nonviolenta: 5 miti e la realtà dietro alla sollevazione in Egitto – Cynthia Beaz

La caduta dei regimi in Tunisia e in Egitto ha prodotto uno spettro di prolifiche analisi da parte dei commentatori dei media. Alcune di queste analisi sono state eccellenti, ma molte delle interpretazioni convenzionali dei media sul perché, il come e il cosa sta dietro a questo evento lasciano parecchio a desiderare. Nella trattazione che i media fanno della “Primavera Araba” c’è un insieme di malintesi che sono stati ripetuti come dei pappagalli. Questi sono importanti da riconoscere perché le dinamiche di come il potere è cambiato è di enorme importanza. Nel linguaggio gandhiano mezzi e fini sono inseparabili. Quello che è ottenuto con la violenza dev’essere sostenuto mediante la violenza. Quello che è ottenuto con azioni civili nonviolente di massa è più lecito e più verosimile per essere sostenibile sul lungo termine.

Inoltre, il modo con cui comprendiamo e interpretiamo la sorgente del potere che è emersa in Tunisia e in Egitto nella primavera scorsa, può continuare a dare forma alle nostre visioni di lungo termine su ciò che è possibile. Se consciamente o inconsciamente rinforziamo le nostre concezioni sbagliate o gli stereotipi negativi sull’azione nonviolenta, potenzialmente indeboliamo il morale della gente coinvolta nelle lotte in corso e, nello scenario peggiore, diamo credibilità alla prospettiva degli oppressori. Di seguito analizziamo i 5 modi prevalenti con cui i media tradizionali hanno distorto la storia del risveglio egiziano e proponiamo le corrispondenti correzioni.

Fraintendimento 1: È STATA SPONTANEA. La realtà: sebbene i commentatori tendano ancora a parlare della rivoluzione egiziana come se nessuno avesse potuto prevederla, la variabile chiave nella vittoria è stata la pianificazione. Come abbiamo visto durante la forte repressione di Mubarak, il movimento è stato abile nel tenere il popolo egiziano unito, e per la maggior parte disciplinato in modo nonviolento. Considerando i tempi con cui il regime ha tentato di provocare la violenza, è stato piuttosto considerevole come gli attivisti siano rimasti concentrati, creativi e disciplinati. Nulla di ciò sarebbe stato possibile senza diversi anni di lavoro di preparazione di base. Gli attivisti egiziani hanno lavorato per anni per identificare e neutralizzare le sorgenti del potere in un paese di 83 milioni di abitanti. Il loro sforzo si estese sino a stabilire contatti personali con le forze militari e i capi in particolare. È una strategia sfumata del dividi et impera. Dopo avere costruito relazioni con i membri delle colonne di supporto del regime, il movimento li ha aiutati ponendo loro la questione della legittimità dei governanti e del sistema che stavano sostenendo. Quando gli analisti dei media parlano del risveglio in Egitto presentandolo come un fatto spontaneo, essi rivelano la loro mancanza di conoscenza delle dinamiche dell’azione nonviolenta e contemporaneamente tolgono credibilità agli attivisti che in molti casi hanno lavorato duro per anni, spesso con molto rischio personale e sacrificio, per rendere possibile questo tipo di vittoria. Regimi come quelli di Mubarak non cadono quando la popolazione spontaneamente compare nelle piazze delle città. Essi cadono solo quando i movimenti sono capaci di sostenere ed esercitare una pressione su di loro per un lungo periodo. Perché questo possa accadere occorrono unità, strategia, visione e, cosa molto importante, pianificazione, pianificazione e ancora pianificazione.

Fraintendimento 2: È STATO UN COLPO MILITARE. La realtà: è stata una rivoluzione del potere popolare. Questo malinteso ha le sue origini nel fatto che in fin dei conti molta attenzione si focalizza sui militari che prendono parte alla lotta. Ma invece di dare credito al popolo per avere portato i militari dalla loro parte attraverso effettive candidature e significativi messaggi, molti commentatori dei media guardano alla difesa militare del popolo come un segno che sono stati loro a essere i conduttori del risveglio. Ma la lealtà dimostrata dai militari verso la rivoluzione popolare dovrebbe essere interpretata come un segno di come il movimento ha fatto bene il suo lavoro non come sono potenti i militari in Egitto. La strategia era di unificare intorno a una visione condivisa della società egiziana. Questo fraintendimento è parzialmente attribuito al fatto che molti di noi non riescono a concettualizzare il potere in nessun’altra forma se non in quella militare. E’ una prospettiva che risente di ipotesi e di strutture mentali su potere e nonviolenza di vecchia data, secondo cui questi due concetti sono interscambiabili. Fortunatamente il popolo egiziano ha una conoscenza migliore di queste dinamiche e ha fornito al resto del mondo un esempio da cui partire.

Fraintendimento 3: È STATA ORCHESTRATA DAGLI STATI UNITI, sia con direzione nascosta sia “addestrando e dando supporto” agli attivisti. La realtà: questo sfortunato fraintendimento segnala una grossa mancanza di conoscenza di come opera l’azione nonviolenta. C’è una sola reale condizione essenziale per il successo della lotta nonviolenta senza la quale essa non può avere successo: deve basarsi su fattori interni. Sostenere che le proteste nonviolente al livello in cui le abbiamo viste in Egitto la primavera scorsa possano essere state confezionate all’estero è una grossolana sovrastima dell’influenza degli agenti e delle agenzie USA. Come possono tali agenzie organizzare proteste generalizzate e dirigere centinaia di migliaia di persone con disciplina nonviolenta quando sono sotto l’aggressione violenta di mezzo mondo, mentre dopo più di mezzo secolo non sono state capaci di rimuovere l’ultra ottuagenario Fidel Castro dal suo trespolo, che si trova a poco più di un centinaio di kilometri dal confine statunitense, in un paese con una popolazione otto volte più piccola di quella egiziana? Dire che sono stati gli USA che in qualche modo hanno orchestrato gli eventi in Egitto è anche un modo per dimostrare disprezzo per quello che la gente fa, che consiste nel prendere il controllo del proprio destino. Mettere in discussione l’autorità del popolo egiziano sulle loro lotte serve gli interessi di un brutale dittatore e di altri come lui, rischia di minare il supporto globale a un movimento popolare locale, sia sul piano della solidarietà sia per la sua implementazione, Questo, tuttavia, non vuol dire che le agenzie USA non hanno avuto nessun interesse o non abbiano fatto nessun tentativo per influenzare le lotte democratiche nel mondo. Si può sostenere che nel caso dell’Egitto e di altre rivoluzioni del potere popolare che hanno avuto successo questa offerta di aiuto è stata declinata.

Fraintendimento 4: È STATO UN RISVEGLIO ISLAMISTA. La realtà: non solo questo è scorretto ma contrasta con gli stessi analisti che dicono di essere interessati nella promozione di genuine democrazie. C’erano mussulmani nel movimento, si. Ma c’erano anche cristiani, ebrei, atei e molti altri. Nel tentativo di verificare la credibilità di questa affermazione è importante guardare agli obiettivi dichiarati del movimento: più diritti, più libertà, più democrazia. Questi obiettivi contrastano con i comuni stereotipi occidentali a proposito dell’Islam secondo cui sarebbe non democratico, violento, aggressivo. Non è possibile conciliare questi due aspetti. O gli analisti occidentali riconoscono che la rivoluzione egiziana non era islamica oppure debbono riconoscere che l’Islam non è una religione violenta e non democratica. Il corso d’azione ideale consiste nel riconoscere pienamente il primo punto e in larga misura il secondo. In caso contrario, può valere l’una o l’altra ipotesi. Un argomento correlato è che noi dovremmo essere prudenti rispetto alla vittoria egiziana perché essa creerà spazio per i Fratelli Mussulmani nel rivendicare più controllo nella società. Ci sono diverse cose da notare rispetto a questa interpretazione: primo, non è mai stato un argomento accettabile contro la democrazia sostenere che occorre limitarla a causa dei risultati che ne possono scaturire. Secondo, coloro che fanno queste affermazioni devono interrogarsi a fondo per valutare se accetterebbero che fossero gli egiziani a scegliere i leader dei loro paesi. Se la risposta è no, allora devono usare lo stesso metro per il popolo egiziano. Infine, i Fratelli Mussulmani (un gruppo che è largamente frainteso, in quanto ha formalmente rinunciato alla violenza come mezzo per il cambiamento sociale decenni or sono) sembrano avere iniziato a evolvere con il popolo egiziano. Negli ultimi tempi si è formata una coalizione con uno dei partiti politici più liberali nel tentativo di ampliare – e moderare – la propria base.

Fraintendimento 5: NON È STATA NONVIOLENTA. La realtà: è irrealistico immaginare che una rivoluzione di queste dimensioni e con un obiettivo cosi brutale come quel regime possa essere totalmente nonviolenta. Ma c’è una distinzione tra dire che c’è stato qualche episodio di violenza da parte di alcuni individui indisciplinati e che ci fu violenza da parte del movimento. Questo movimento è stato strettamente nonviolento e questo è ciò che è più rilevante. In un paese così grande come l’Egitto è impossibile preparare ogni persona individualmente nella strategia nonviolenta. E quindi, non comprendendo la necessità della disciplina nonviolenta, ci sono stati alcuni incidenti di lancio di pietre, scontri con la polizia, vandalismi e qualche scoppio di collera individuale. In passato, ci sono stati movimenti fiancheggiatori in molte lotte storiche nonviolente – Sud Africa, Cile e movimento dei diritti civili negli USA, per citarne alcuni. In ogni caso, come in Egitto, la presenza di questo sostegno rende indubbiamente il lavoro del movimento insieme più difficile e più essenziale. A causa dei potenziali possibili episodi di violenza, il movimento deve: a) distinguersi dai radicali indisciplinati, b) mettere in chiaro che nessuna violenza sarà tollerata e c) preparare nuovi attivisti sul campo. Tenuto conto dei molti tentativi con cui il regime ha cercato di provocare la violenza della gente con l’obiettivo di creare la percezione che quanto il movimento stava facendo non era nonviolento è perciò non legittimabile. È stato cruciale che il movimento abbia saputo affrontare la vulnerabilità a questo tipo di agenti provocatori e lo abbia fatto straordinariamente bene, specialmente considerando le enormi dimensioni del movimento. In fin dei conti, il risveglio egiziano è stato una delle lotte nonviolente più significative della storia e verrà ricordato come tale.

È importante che eventi come quello avvenuto in Egitto siano raccontati il più accuratamente possibile dai media per molte ragioni, ma una delle più significative è che la vittoria delle azioni nonviolente di massa in Egitto ha implicazioni per le organizzazioni terroriste e la percezione dell’efficacia del terrorismo stesso. Nella misura in cui i metodi nonviolenti hanno successo nelle campagne di protesta, essi delegittimano la violenza come mezzo di promozione del cambiamento. Le azioni nonviolente offrono una realistica alternativa sia alla violenza sia allo status quo e sono contemporaneamente una forma di lotta molto più potente. Se consideriamo che le organizzazioni terroristiche e gli attivisti dei movimenti tendono a condividere la stesse basi di reclutamento – persone scontente che domandano significativi cambiamenti – allora la vittoria in Egitto ha probabilmente fatto dei seri danni alle campagne di pubbliche relazioni dei network terroristi. Pertanto, il popolo egiziano non sarà solo lodato per essersi ripreso la libertà attraverso mezzi prevalentemente democratici, ma per avere costruito un mondo un po’ più sicuro per ognuno.

Cynthia Boaz

La dottoressa Cynthia Boaz insegna scienze politiche all’Universtà Statale Sonoma, dove la sua area di ricerca comprende qualità della democrazia, lotte nonviolente, resistenza civile e politica della comunicazione e media. È anche affiliata alla cattedra di filosofia dell’Unesco, all’Università Juan I in Castellon, Spagna, per un Master di Pace Internazionale su pace, conflitto e sviluppo. Inoltre, è analista e consulente sull’azione nonviolenta, con particolare enfasi per i casi dell’Iran e della Birmania. È vice presidente del Centro per la nonviolenza Metta e fa parte del consiglio del Project Censored e della Media Freedom Foundation. Partecipa infine al sito www.truthout.org e al Peace and Change Journal.

10/7/2011

Traduzione a cura del Centro Studi Sereno Regis
Titolo originale: Nonviolent Revolution Clarified: Five Myths and Realities Behind Egypt’s Uprising

http://www.truth-out.org/nonviolent-revolution-clarified-five-myths-and-realities-behind-egypts-uprising/1310067482

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