Galtung e Gesù: un commento – Enrico Peyretti

Johan Galtung è maestro nella scienza del conflitto ispirata alla ricerca nonviolenta (“Trascendere e trasformare il conflitto”: “La pace coi mezzi della pace”). In questo breve testo su Gesù (http://serenoregis.org/2012/01/chi-era-gesu-galtung/), nell’occasione del Natale 2011, egli affronta una problematica dibattuta da un paio di millenni, in cui mi sembra che semplifichi in modo unilaterale la figura complessa di Gesù, con una scelta legittima, ma assai controversa. (Ho già commentato, il 30 aprile 2009, un analogo testo di Galtung su “Gesù, Giuda e Che Guevara”).

Galtung sembra prendere spunto da una messa di mezzanotte, in Spagna, nella quale, però, mi pare poco probabile che il rito sia “uguale da secoli”: anche per i cattolici più tradizionalisti, nella continuità del significato essenziale, la liturgia muta nei secoli sotto vari aspetti.

(Tra parentesi: sembra intendere, come accade a molti, l’idea di immacolata concezione in relazione al concepimento di Gesù in Maria, che è un’altra cosa, perché l’idea – che la si accetti o no – si riferisce alla concezione di Maria, in quanto nata libera dagli effetti del peccato complessivo dell’umanità).

Un Gesù tutto rivoluzionario, disposto alla violenza, come Galtung lo intende, sarebbe tagliato fuori dalla storia e spiritualità della nonviolenza (che è l’interesse principale dello studioso norvegese)? Oppure, gli attuali movimenti critici del capitalismo globale sarebbero deboli perché ispirati ad un Gesù tutto spiritualizzato?

Mi risulta tutto un po’ semplicistico. Si possono citare altrettanti versetti evangelici per sostenere il contrario, ma si rischia di entrare in una schermaglia di versetti.

Il fatto è, mi pare, che il Gesù storico e le comprensioni che se ne ebbero e furono trasmesse, sono ricche di tanti aspetti connessi, non tutti incompatibili e separabili.

Non conosco quanta autorevolezza abbia Mathias Schulz come studioso delle origini cristiane, che assimila Gesù rivoluzionario a Che Guevara. Gesù avrebbe portato un “messaggio politico molto concreto” e avrebbe preparato “gli apostoli come capi politici”?

È possibile, secondo alcuni studiosi, che Gesù sia stato tentato di proporsi così (le tentazioni nel deserto: Matteo 4, Marco 1, Luca 4), ma poi avrebbe chiaramente scelto una diversa dimensione del suo appello. Dalle testimonianze che ci sono giunte (l’unico mezzo storico-testimoniale che noi abbiamo) risultano elementi del tutto contrari al Gesù solo politico: quando gode del massimo favore popolare, egli rifiuta di essere fatto re (Giovanni 6,15). Durante il breve processo, nelle risposte che dà a Caifa e a Pilato, Gesù usa espressioni semitiche, che significavano soprattutto l’attribuzione a chi lo interroga dell’affermazione su cui è interrogato, quindi una presa di distanza dal senso contenuto nella domanda. E risponde semmai spostando il discorso su un piano assai più ampio (Giovanni 18,36).

Nelle battute sulla guerra, la pace e la spada, non è facile leggere una incitazione letterale alle armi, tanto più che ci sono rifiuti espliciti dei mezzi armati (Matteo 26,52; Giovanni 18,11). Alcuni apostoli avrebbero effettivamente mirato a posti di potere nella Palestina liberata, ma Gesù li delude bellamente (Luca 22, 24-27; e Marco 10,43; Matteo 20, 26) contrapponendo quel che fanno “i re delle nazioni” alla sua proposta di vita: “Tra voi non così”.

Tutti gli studiosi osservano che Gesù è molto restio e contrario a lasciarsi chiamare messia (la cosiddetta “riserva messianica”) proprio perché quel titolo era generalmente inteso con portata politico-nazionale, che Gesù rifiuta e trascende.

E’ un po’ sbrigativo concludere con Galtung “Questa è politica”.

Per i cristiani, la persona di Gesù non è soltanto un personaggio consegnato all’eredità e ai documenti storici, ma un ispiratore presente, in parola e in Spirito. Non si può chiedere questo a chi non ha un rapporto di fiducia personale, affettiva (che è una forma di conoscenza), con Gesù, ma è utile dirlo per intendersi sui diversi modi (anche contraddittori nella storia) di recepire il suo messaggio, tutti comunque interessanti, forse inesauribili, ma non tutti altrettanto autentici: Gesù è stato ridotto sia ad un re politico-imperiale (nei regimi monarco-cristiani), sia ad un capo-rivolta antiromana.

Il Gesù mite e compassionevole sarebbe stato disegnato per piacere all’impero romano? Forse in parte. Ma allora come mai come mai lo spirito di Gesù nel tempo continua a giudicare la violenza del potere, nonostante i compromessi dei cristiani?

Si può essere scettici su un ruolo più profondo e trans-temporale di Gesù, ma rimane per molti, persuasi o perplessi, una evocazione inesauribile della sua figura umana e spirituale, che ci conduce tanto all’impegno per la giustizia e la pace sulla terra, quanto alla speranza per quello che Gesù chiama nel suo linguaggio (e annuncia presente come un seme) “regno di Dio”, cioè un mondo umano rinnovato nell’amore che viene da oltre l’umanità.

Ho sentito più volte Johan Galtung riconoscere che nel cristianesimo c’è un filone hard (il sacro romano impero!) e un filone soft (san Francesco): quale dei due è più fedele all’ispirazione di Gesù?

2011/12/29 Enrico Peyretti

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