Un uomo di pace in tempo di guerra – Piero Tani

Il 3 dicembre scorso, il Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira di Firenze ha organizzato, insieme all’Istituto Storico della Resistenza in Toscana, la presentazione di un libro singolare (Un uomo di pace in tempo di guerra, di Maria Del Giudice). Hanno parlato il direttore del Centro, prof. Maurizio Certini, il dottor Silvano Priori, in rappresentanza dell’Istituto Storico della Resistenza in Toscana, l’on. Valdo Spini e l’autrice, dott.ssa Maria Del Giudice. I presenti sono rimasti colpiti dalla figura di Pietro del Giudice, della cui vita e delle cui avventurose vicende il libro si occupa, e anche dal fatto che molti di essi, a partire da chi scrive, non avevano mai saputo niente prima di un personaggio così importante, la cui vita, tra l’altro, si è svolta anche a Firenze, in periodi significativi per lunghezza e per vicende.

Per rendersi conto della singolarità della vicenda umana di Pietro Del Giudice (morto nel 2000, all’età di 86 anni) basta accennare ad alcuni fatti che l’hanno caratterizzata: nato (nel 1914) in un paese sulle Apuane, da una famiglia umile, dopo le elementari viene mandato nel collegio dei Domenicani di Firenze. A sedici anni decide di diventare sacerdote e, con dispensa per l’età, a 22 anni lo diviene. Prosegue gli studi fino alla laurea in Teologia e Filosofia; all’Angelicum di Roma ottiene poi l’abilitazione all’insegnamento di Diritto canonico. A contatto a Roma con molti docenti stranieri e a Firenze con Giorgio La Pira, la famiglia Enriquez Agnoletti e altri intellettuali, matura il suo antifascismo. Negli anni dal ’40 al ’42, inviato sulle Alpi Apuane per curarsi da un esaurimento nervoso, ha contatti con don Roberto Angeli e con giovani cristiano-sociali. Dopo l’8 settembre 1943 decide di tornare tra la sua gente sulle Apuane, dove stabilisce collegamenti e partecipa ad incontri nell’ambito della resistenza. Nel giugno 1944 diventa comandante di una formazione partigiana che egli denomina Patrioti Apuani, con un programma di vasto respiro e uno statuto originale, che ottiene risultati di grande rilievo. Alla fine della guerra il CLN lo nomina prefetto per la provincia apuana; chiede e ottiene la riduzione allo stato laicale. Nel giugno del 1945 aderisce al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (dopo la scissione, sceglierà la socialdemocrazia). All’inizio del 1946, venuto a scadenza il servizio di prefetto, si rifiuta di prolungarlo. Passa ad occuparsi della promozione dell’attività turistica nella provincia apuana, dal 1951 lavora presso l’Ente Provinciale del Turismo di Massa-Carrara, di cui dal 1969 è direttore. In questo periodo promuove molte iniziative culturali, tra cui mostre d’arte e premi di pittura e di saggistica, cui collaborano e partecipano artisti di grande rilievo, come Maccari, Bassani, Soldati, Ungaretti, Bandi, Repaci, Pea, Longhi, Tobino, Montale, … Nel 1972 diventa direttore dell’Ente Provinciale del Turismo di Firenze, realizzando anche qui molte iniziative importanti. Lascia questo incarico nel 1979, tornando sulle Apuane a organizzare manifestazioni ed eventi culturali. Nel 1975 si era sposato; nei due anni successivi erano nati una figlia, Maria, ed un figlio, Giovanni, morto prematuramente.

Dopo la morte di Del Giudice, la figlia Maria si è fatta carico, con la supervisione della Sovrintendenza Archivistica della Toscana, di riordinare il ricchissimo archivio privato di Pietro Del Giudice e ne ha poi ricavato il volume1 che è stato presentato a Firenze il 3 dicembre. Il volume – il cui corpo centrale è costituito da un lungo saggio della curatrice – è introdotto dal Sindaco di Massa, Roberto Pucci, dalla delegata alla Memoria dello stesso Comune, Elena Emma Cordoni, e dal prof. Paolo Pezzino dell’Università di Pisa. Vi sono anche tre testimonianze, di Giulio Vassalli, di Valdo Spini e di Pietro Ichino. L’ultima parte del volume è costituita da molte lettere e documenti dall’archivio, che è integralmente riprodotto in un CD allegato contiene copia fotografica di tutti i documenti dell’archivio.

Le vicende sopra ricordate testimoniano di una persona di grande intelligenza, cultura, coraggio, fantasia, carisma, qualità messe sempre a servizio della comunità. Ma vale la pena di sottolineare l’aspetto che giustifica il titolo del libro (“un uomo di pace in tempo di guerra”), e cioè l’impostazione ispirata a principi di nonviolenza che Del Giudice ha voluto dare al Gruppo dei Patrioti Apuani.

La costituzione del Gruppo Patrioti Apuani era nata in condizioni drammatiche. Nel giugno del 1944 Del Giudice, accompagnato da una giovane studentessa per simulare una gita turistica, aveva raggiunto Sant’Anna di Forni, dove, in scontro a fuoco, erano stati uccisi sette tedeschi. A seguito di ciò, tutta la gente di Forno fu rastrellata, settanta uomini e ragazzi furono uccisi, fu bruciata la caserma dei carabinieri, dove Del Giudice aveva sistemato le sue cose e l’altare da campo. Era morto anche il comandante del gruppo di partigiani, Tito. Del Giudice contattò i partigiani scampati ai fatti di Forno. Essi, “sconfitti, sfiduciati e orientati a rinunciare alla lotta trovarono nelle sue parole appassionate e nella coraggiosa presenza di quella ragazza che li aveva raggiunti con tanto sacrificio, la forza di rinnovare i loro propositi di lotta, ma solo a condizione che fosse lui, dopo Tito, a prenderne il comando. Nell’impossibilità di trovare soluzioni alternative, Pietro accettò”.

Era nata così una nuova formazione, che assunse poi il nome di Patrioti Apuani. Del Giudice, pur riconoscendone la natura di formazione militare, strutturata come un vero esercito impegnato in una guerra di contrasto all’esercito tedesco, fissò alcune condizioni, che miravano a limitare al massimo le azioni violente. Nello Statuto dei Patrioti Apuani, tra le finalità, subito dopo quella della “lotta contro il Nazifascismo”, è indicata quella di “dare garanzia di protezione alle popolazioni inermi”, il che comportò il divieto di attaccare il nemico nei paesi per non dar luogo a rappresaglie e l’obbligo di portare armi senza pallottola in canna. Su queste basi, la formazione stabilì contatti con il Comitato di Liberazione Nazionale della provincia e con le forze alleate, i cui comandi trattarono volentieri con un comandante partigiano che, alla forte determinazione, univa un atteggiamento da intellettuale mite, una presenza elegante e dignitosa.

Il determinante appoggio della popolazione locale è ben testimoniato dalla vicenda della costruzione di una piccola chiesa a Pasquilio, decisa, con il sostegno del vescovo e sostenuta con raccolte di fondi attraverso tombole e fiere. In realtà l’obiettivo era quello di coprire l’attività di molti uomini del paese, che operavano come muratori e manovali, ma al tempo stesso come partigiani. La presenza di plotoni della Guardia Nazionale Repubblicana, a “protezione” dei lavoratori contro temuti attacchi dei partigiani, guadagnò all’edificio il nome di “chiesette delle beffe”.

La formazione riuscì ad impedire ai tedeschi di realizzare le fortificazioni programmate e a controllare costantemente le montagne per tutti i sette mesi durante i quali il fronte si attesta nella zona. L’attacco ad alcuni cantieri, realizzato limitando al massimo la violenza, dette ai tedeschi la sensazione di avere di fronte una formazione ben organizzata e forte. Quando il comando tedesco propose un incontro con esponenti della resistenza (novembre 1944), Del Giudice spinse ad accettare, contrastando le direttive del CLN per una battaglia aperta. Fece parte della delegazione, inventandosi anche una divisa che concretizzava l’autorevolezza che era riuscito a conquistare, anche agli occhi del comando tedesco. Riuscì così a concordare una tregua di guerra, con riconoscimento ai partigiani del diritto di belligeranza, e varie concessioni, tra cui uno scambio di prigionieri.

Il libro racconta e documenta varie azioni di questa formazione, che nell’inverno 44-45 si assunse anche il compito di regolamentare il passaggio del fronte, proteggendo i numerosi profughi. Verso la fine dell’inverno del 1945, di fronte alle minacce dei tedeschi di severissime rappresaglie sulla popolazione, Del Giudice fece pervenire una lettera al Comando germanico, richiamandosi alla tregua stabilita nel novembre. “Le dure parole del comandante apuano produssero un grande effetto sugli ufficiali tedeschi, come si evince dalla lettera di risposta del Colonnello Teller (comandante di zona tedesco) in cui si negarono le minacce di rappresaglie, si riconosceva il valore e il coraggio dei Patrioti Apuani e venne confermato l’incontro”; incontro che avvenne a Massa il 20 marzo, con risultati complessivamente positivi. Nel mese di aprile ebbe poi luogo l’offensiva che portò allo sfondamento della Linea Gotica. L’impegno di Del Giudice per la difesa dei diritti della popolazione continuò nella nuova condizione di prefetto2.

Nel libro, è particolarmente significativa la testimonianza di Pietro Ichino, il quale ha conosciuto Del Giudice casualmente, essendosi rifugiato nella sua casa per ripararsi da un temporale durante una gita in bicicletta sulle Apuane, nel 1995, quando Del Giudice aveva più di ottant’anni. Ichino ci fornisce una sintesi molto bella delle scelte di Pietro Del Giudice e del loro valore esemplare: “A Pietro Del Giudice è accaduto di doversi «occupare della casa» in una congiuntura difficile e dura, nella quale la ragione etica avrebbe ben potuto – come accadde diffusamente altrove – straordinariamente divergere dalla ragion politica, nella quale – come fu tragicamente a quei tempi e sarebbe ancora tornata a essere la regola, a tutte le latitudini e le longitudini – la necessità dell’uso della armi avrebbe ben potuto eclissare del tutto il comandamento «non uccidere!», nella quale la lotta mortale contro la barbarie nazi-fascista avrebbe potuto travolgere il senso dell’universalità della cosa pubblica che nella lotta stessa si stava cominciando a costruire. Se questo sotto le Apuane non accadde, se in quei tempi di guerra l’arma più forte, quella vincente sul piano politico-militare, fu l’idea rivoluzionaria della non violenza, del rispetto per la persona umana, questo è dovuto alla sintesi tra ragion politica e ragione etica che Pietro Del Giudice ha saputo incarnare miracolosamente nella sua stessa persona”.

 

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