Gandhi scioglierebbe Occupy [WS]? – Ira Chernus

Il New York Times, il grigio campione della riforma moderata, ha fatto l’impossibile: ha trovato uno studioso di Gandhi che è riuscito a far avallare al Mahatma, nostro massimo eroe della resistenza radicale, i critici di Occupy Wall Street.

“Gandhi non credeva nell’idea di nemico: operava dalla premessa che le soluzioni emergessero solo dalla cooperazione,” scrive Ian Desai in un recente editoriale del Times. E prosegue asserendo che lo slogan di Gandhi sarebbe stato “Siamo il 100%”— che è sia vero sia ingannevole, come gran parte dell’articolo.

Gandhi certamente non credeva nell’idea di nemico. Partiva dalla premessa che tutta l’umanità, in realtà tutta l’esistenza, fosse una. Il suo programma di satyagraha (resistenza nonviolenta a ogni forma di male) richiedeva che ogni azione mirasse al benessere di ognuno.

Ma riconosceva che alcuni agiscono contro il benessere universale; la maggior parte delle volte, le persone che agiscono in maniera egoista cercano di arricchirsi a spese di tutti gli altri. Gandhi chiedeva sì di amare anche i più egoisti, ma anche altrettanto strenuamente di resistere al loro comportamento distruttivo. Certo, cercò di stimolare la loro cooperazione, felice quando la ottenne, ma sapeva che non era probabile senza un lungo, arduo programma di satyagraha.

Gandhi aborriva l’idea di cooperare con ingiustizie d’ogni specie; piuttosto sarebbe morto. Sicché impostò la sua vita nella convinzione che soluzioni durevoli ai problemi dell’umanità provengano dalla non-cooperazione con l’ ingiustizia. E ci chiese di ostacolare attivamente le dinamiche dei sistemi ingiusti — bloccandone gli ingranaggi con i nostri stessi corpi, come diceva il suo eroe Thoreau.

Quindi, ben lungi dal cooperare con il meccanismo di Wall Street, Gandhi ci avrebbe proposto di occuparla letteralmente, inducendo migliaia di persone a rendere fisicamente impossibile ai pescecani, ai gestori di fondi speculativi e ai mercanti di azioni e obbligazioni di perpetrare le loro soverchierie su noi altri.

Ovviamente il Mahatma sapeva che le autorità, gli agenti prezzolati dell’1%, avrebbero esercitato violenza contro i satyagrahi. A quel punto avrebbe detto “Siamo il 100%. Siamo qui per portare benessere e impedire danni a tutti quanti. Nessuno è nemico”. Da questa premessa di amore universale egli trasse il suo insegnamento di rigorosa nonviolenza: anche quando ti picchiano, gasano, e spruzzano di irritante spray al peperoncino — anche quando vengano per ucciderti — non fargli male e non augurargli del male. Ma fa qualunque cosa sia necessaria, nonviolentemente, per fermare le loro azioni, che fanno male a loro come a tutti gli altri.

La nonviolenza strenua è senza dubbio un insegnamento arduo, e soggetto al dibattito. Ma è altrettanto vero che sia molto diversa dalla blanda cooperazione con l’ingiustizia propugnata da Desai in nome del Mahatma.

Desai procede poi asserendo precisamente un altro principio gandhiano, solo per trarne nuovamente la conclusione sbagliata. Poiché tutta l’umanità è una sola, condividiamo tutti la responsabilità per come vanno le cose e per renderle migliori. Ossia, nel caso di Occupy Wall Street: “La drastica disuguaglianza di reddito in America oggi c’è perché gli americani collettivamente permettono che ci sia”. Gandhi non potrebbe essere più d’accordo. E, come dice giustamente Desai, Gandhi dedicava poco tempo ad accusare e puntare il dito. Incitava le persone a smettere di soffermarsi su quel che facevano i “cattivi” cominciando a fare le cose giuste loro stesse.

Ma il Mahatma sarebbe rimasto stupito della conclusione che ne trae Desai: smantellare le occupazioni sparpagliandosi ad aprire “centri comunitari, scuole, rifugi, enti assistenziali” ovunque. Questa è una sottile distorsione del programma di “lavoro costruttivo” di Gandhi. Che non aveva nulla a che fare con enti assistenziali e molto a che fare con la creazione d’istituzioni socio-economiche alternative oltre alla resistenza attiva alle istituzioni dominanti, prevalenti.

Quali luoghi meglio di Zuccotti Park e delle decine di altri spazi urbani dove gli occupanti stanno costruendo vere comunità dal 24 luglio si prestano per cominciare a interrogarsi e fare esperimenti per una nuova società? Suddivideteli in piccoli gruppetti di volontari, e ben presto ne sparirebbe l’energia creativa, che non è certo la strada da seguire per adempiere alla nostra responsabilità di trasformare una società ingiusta in tanti modi.

Desai ripete la critica frequente che gli occupanti non sono riusciti a “fissare obiettivi, definire la loro strategia, e comunicarli agli avversari e al vasto pubblico”. Gandhi ebbe la possibilità di affrontare un grosso male — l’occupazione britannica dell’India — molto prima che i movimenti sociali pionieri negli USA si organizzassero per lottare contro la segregazione razziale e la guerra in Vietnam. Un singolo grosso obiettivo ha i suoi vantaggi.

Ma Gandhi considerava la sua opposizione al dominio britannico solo una parte di un suo più ampio programma di “lavoro costruttivo”. (Qui Desai sbaglia di nuovo, asserendo che il Gandhi “più maturo” spostasse la sua attenzione principale dalla politica al lavoro costruttivo; di fatto il Mahatma non separò mai i due momenti). E per la maggior parte del suo programma costruttivo, Gandhi aveva obiettivi così disparati e poco definiti come il movimento Occupy. Sapeva solo che il popolo indiano doveva sollevarsi da sé — tutti quanti — dalla miseria più avvilente, per propria iniziativa, determinazione, e lavoro sodo. Esattamente in che modo avrebbe dovuto avvenire era lasciato a una sperimentazione senza fine.

Gandhi riassunse davvero tutta la sua vita nel titolo che scelse per la sua autobiografia: La storia dei miei esperimenti con la Verità. Credeva fermamente che si possa trovare la verità solo mediante un atteggiamento mentale aperto alla sperimentazione — il che significa che la verità, per quanto afferrabile da qualunque essere umano, è intrinsecamente fluida. Un insieme rigido di richieste odierne può facilmente sembrare una follia in futuro.

Il programma di Gandhi era particolarmente vago nei primi anni della sua opera, in Sud Africa. Richiedere un elenco particolareggiato di obiettivi specifici dagli Occupanti odierni sarebbe come richiedere la stessa cosa a Gandhi negli anni 1890.

Gandhi però deve avere conosciuto intuitivamente, anche allora, una verità essenziale che avrebbe poi articolato chiaramente: la grandezza di qualunque società non si misura dal suo prodotto lordo, né dalle conquiste stellari dei suoi pochi privilegiati, bensì dal modo in cui tale società tratta i più poveri, i più deboli, i più emarginati fra la sua gente. Questa stessa verità — sia come pensiero che come percezione —sembra presente al centro del movimento Occupy. E il cuore dell’insegnamento di Gandhi era l’appello ad assumersi la responsabilità personale, rischiando tutto, in un’incessante azione diretta nonviolenta fintanto che la propria società non arrivi a tale grandezza.

 

6 Dicembre, 2011

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale: Would Gandhi Disband Occupy?

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