La natura in rivolta – Pietro Polito

Dopo Monterosso

Non credo siano molti i torinesi, i piemontesi, gli italiani che non siano andati almeno una volta in Liguria, nelle Cinque Terre, a Monterosso che dalla fine di un nefasto ottobre non esiste più.

Io sono andato la prima volta a Monterosso nell’agosto 1996. La luce del paese dell’autore con Piero Gobetti di Ossi di seppia mi aiutò a ricercare un senso in un momento di smarrimento. L’idea che la luce di Monterosso si sia oscurata fa male, rattrista, addolora.

Se la natura in rivolta non risparmia Monterosso, vuol dire che è stata sottomessa, colpita, insolentita oltre ogni misura dall’azione predatrice dell’uomo.

L’uomo predatore si è particolarmente distinto in questo Paese completamente privo di una coscienza ambientale.

Quante volte ancora saremo costretti a vedere la furia dell’acqua che porta via cose e persone? Che copre indifferentemente la superficie di una pietra e il volto di un bambino? Quante volte si ripeterà la scena (ricordo a memoria) che abbiamo visto a Sarno, a Ischia, in Sicilia, in Calabria, in Veneto, in Piemonte?

Ogni anno le violente piogge autunnali fanno tremare i torinesi che in ansia temono la rivolta del Po che sommerge i Murazzi, lambendo Piazza Vittorio, o l’esondazione della Dora che invade Porta Palazzo, minacciando l’arsenale della Pace. Il fiume amico diventa nemico come le persone quando gli viene negata la cura.

Cambierà qualcosa dopo Monterosso? Sappiamo la risposta.

Eppure la natura non dovrebbe essere al centro di una politica democratica? Non dovrebbe essere questa una sfida per la sinistra? Il nuovo orizzonte di una politica della cultura?

Dopo la caduta del muro di Berlino il democratico Norberto Bobbio era giunto alla convinzione che le culture che hanno innervato la nostra democrazia – cultura laica, cultura cattolica, cultura comunista – segnavano il passo e auspicava l’emergere e l’affermarsi di una cultura ecologista e non violenta. Pensava Bobbio che le rivoluzioni del futuro sarebbero avvenute non più in nome di Lenin ma in nome di Gandhi.

Il “verbo” di Gandhi in Italia è stato ravvivato da Aldo Capitini. Il filosofo della nonviolenza distingue quattro forme di nonviolenza: verso il prossimo, gli animali, le piante, le cose. Questa quarta forma di nonviolenza, praticata oggi, significa in primo luogo smettere di fare di tutto per rovinare la terra che abitiamo.

La terra è come la casa. Come ha detto un cittadino di Corniglia, uno dei paesi devastati vicino a Monterosso, “non puoi abbandonare la casa come la terra. Se si apre una finestra, se un pezzo di tetto si rompe , o aggiusti tutto o in poco tempo la casa crolla”.

Dopo l’apocalisse di Genova

Che cosa è successo a Genova? Una strage di innocenti? ( “Il secolo XIX” di Genova); Una strage di stato? (“Terra”, il giornale degli ecologisti); Un’apocalisse? (“La repubblica”); Un inferno? (“Il Mattino” di Napoli).

È accaduto qualcosa di inaccettabile.

Non accetto, non accetto, non accetto.

Non accetto che una giovane mamma di ventotto anni con le sue due figliolette scompaia il 5 novembre 2011 in un’ importante città del nord del mondo, Genova, mentre si reca a casa travolta da un fiume di fango.

Non accetto di essere costretto, come scrive “La Stampa” di Torino, ad evitare il contatto con l’acqua perché essa può essere inquinata da petrolio, nafta, acque di scarico. Inoltre potrebbe essere carica della presenza di linee elettriche interrate.

Non accetto che l’uomo abbia trasformato con la sua follia l’acqua utile, umile, preziosa e casta di Francesco d’Assisi in pericolosa, prepotente, priva di valore, corrotta.

Un Paese che non sa proteggere i suoi borghi, le sue città e le persone che vi abitano e vivono, è un paese che non ha un futuro. Quale futuro può avere quel paese che tra i vari primati (negativi) vanta di essere il primo nella classifica dell’abusivismo?

“ I calcoli più prudenti dicono che nell’ultimo decennio sono stati realizzati almeno trentamila alloggi abusivi ogni anno. Nove milioni di metri cubi di cemento che distruggono l’ambiente, le città e i territori. Che sfuggono alla legalità, non pagano un euro di imposta, maestranze impiegate al nero, cantieri senza sicurezza. Quei nove milioni sono lo specchio amaro del declino italiano. Sono la denuncia della distanza che ci separa dal mondo civile. In nessun altro paese occidentale si conosce l’abusivismo. Esiste lo Stato che fa rispettare le regole e tutela gli interesse dei cittadini onesti” (Paolo Berdini, Primi in classifica, “Il Manifesto” 11 ottobre 2011).

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Aldo Capitini ha espresso con forza le ragioni per cui noi non possiamo accettare la “realtà così come è ora”:

1. Noi non possiamo ammettere che una persona, ogni essere, scompaia nel nulla, “si spenga, prima o poi come una fiamma”;
2. Noi non possiamo approvare “che la bestia più grande divori la più piccola”;
3. Noi non possiamo rassegnarci “che dappertutto la forza, la potenza, la prepotenza prevalgano”;
4. “Una realtà fatta così non merita di durare, è una realtà provvisoria, insufficiente”;
5. Ciascuno si apra “ad una sua trasformazione profonda, ad una sua liberazione”;
6. “Coloro che vogliono fare «tutto o niente» sono proprio quelli che non fanno nulla”;
7. Ciascuno faccia il possibile, “sia da solo che con altri (e così sorgono le vere iniziative appassionate e feconde)”.

 

 Diario italiano. Fatti, persone, idee, valori (a cura di Pietro Polito)

 

 

 

 

 

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