Pro e contro Marx – Recensione di Giuseppe Fumarco

Edgar Morin, Pro e contro Marx. Ritrovarlo sotto le macerie dei marxismi, Erickson, Trento 2011,

Per chi non lo sapesse Edgar Morin (uno dei più grandi pensatori viventi, teorico della ‘complessità’) appartiene alla grande famiglia politica della sinistra. Ha fatto parte in gioventù dei ‘maquis’ (partigiani francesi), poi del P.C.F., dal quale è stato espulso in epoca stalinista.

Per chi si è dato la pena di leggere qualcuno dei suoi moltissimi lavori (Morin è un Autore incredibilmente prolifico) sa comunque che l’Autore de la “Methode” non può essere né ‘marxiano’ né (tantomeno) ‘marxista’, ma, semplicemente, non può che essere ‘moreniano’.

Il suo lavoro intellettuale e il suo pensiero eclettico hanno dato origine in effetti a un filone nuovo del pensiero contemporaneo, snobbato e/o evitato dai tanti pseudo intellettuali di sinistra (e non solo) italiani ed europei che non hanno letteralmente il ‘coraggio’ di affrontarlo.

Egli infatti si muove sul piano epistemologico della cosiddetta complessità: in soldoni il suo pensiero transita attraverso diverse discipline (la c.d. inter, multi, transdisciplinarietà) e obbliga il lettore (anche quello mediamente politicizzato ‘di sinistra’) a confrontarsi al contempo con la biologia e la genetica, la fisica, la cibernetica e la teoria sistemica, l’antropologia culturale e la sociologia complessa, ecc…

Ci vuole molta umiltà e molta buona volontà per appropriarsi del suo pensiero. Come in fondo succedeva con il pensiero di Marx, il cui “Capitale” è sicuramente uno dei testi meno letti, per esteso, in assoluto della bibliografia marxiana.

Proviamo ora qui a riassumere e sintetizzare tre/quattro punti di discrimine forte tra ‘morenismo’ e ‘marxismo’, ossia tra una visione ancora tendenzialmente scientista della realtà e una visione pienamente dialogica (vedi al punto 3).

1. Per una nuova concezione antropologica dell’uomo.

L’antropologia di Marx – osserva Morin – era riduttiva e unidimensionale. Dei vari aspetti di ‘homo il marxismo ha messo in risalto in modo quasi esclusivo il ‘faber’ e l’ ‘oeconomicus’ – l’uomo produttore di strumenti e tecnica mosso quasi esclusivamente dagli interessi materiali – dimenticando che il sapiens (la parte razionale) è allo stesso tempo demens (c’è in lui anche la parte delirante) e che egli non è pienamente comprensibile senza coglierne anche gli aspetti ludici, mitologici, ecc.. Morin contrappone all’antropologia ristretta e mutilata di Marx l’antropologia della complessità. Innanzitutto inserendo l’essere umano nella trinità inseparabile “individuo-società-specie”; poi concependolo nella sua “doppia identità umana”, cioè la sua identità naturale (l’uomo è un animale dell’ordine dei primati e nella famiglia dei mammiferi; ed è costituito di cellule, a loro volta costituite da molecole, a loro volta costituite da atomi..) e la sua identità psichica e culturale.

L’homo complexus di Morin ha sostituito l’uomo generico di Marx; l’uomo è 100% natura e 100% cultura (Unitas Multiplex) e solo nell’unità di queste due logiche differenti può essere colto in tutta la sua intrinseca contradditorietà.

2. Dal rapporto unilaterale e monocausale tra struttura economica e sovrastruttura culturale a una relazione ricorsiva,

Come è noto, Marx ha fondato lo studio dell’evoluzione della storia basandola sulla distinzione tra i rapporti di produzione di tipo economico (la struttura) e la proiezione culturale e del pensiero di tale struttura, da lui considerata una sorta di ‘sovrastruttura’. Morin, adottando uno dei punti chiave del pensiero complesso che è la ricorsività (la causa genera un effetto che retroagisce sulla causa primaria modificandola, così che essa genera nuovi e imprevisti effetti, ecc..), può affermare che esiste un circuito di reciproca intergenerazione tra struttura e sovrastruttura, vale a dire tra strutture socioeconomiche e idee, ideologie, mitologie.

3. Dalla dialettica alla dialogica.

Marx aveva ereditato – trasformandola in senso ‘materialista’ – la “dialettica” hegeliana e l’aveva poi applicata al ‘movimento’ della storia intesa come evoluzione dovuta all’unità degli opposti in contraddizione tra loro. Per Hegel, sia in natura che nel mondo dello spirito, la contraddittorietà è una struttura oggettiva rintracciabile nelle coppie di opposti. Il superamento degli opposti e il risolversi della contraddizione avviene per “negazione della negazione”, momento che ha una sua funzione dinamica. Così per Marx nell’epoca capitalista la contraddizione principale è tra la classe dei capitalisti e quella del proletariato e il superamento di questa opposizione avviene per negazione di uno dei due termini in quanto la prevista rivoluzione proletaria instaurando la – tanto fraintesa – “dittatura del proletariato” ‘nega’ la classe borghese; si ha poi la “negazione della negazione” quando lo stato socialista, transitando verso quello comunista, determina l’eliminazione di tutte le classi e crea una nuova umanità a un livello superiore negando così anche il proletariato.

Morin contrappone alla dialettica hegelo-marxiana la “dialogica” che egli stesso definisce come l’ unità di due logiche: “Unità complessa tra due logiche, entità o istanze complementari, concorrenti e antagoniste che si nutrono l’un l’altra, si completano ma anche si oppongono e si combattono. (logica uniduale)”.

In Hegel come in Marx le contraddizioni trovano una loro soluzione, si superano e si sopprimono in una unità superiore. Nella dialogica gli antagonismi restano e sono costitutivi di entità o fenomeni complessi. “Dialogica significa unità simbiotica di due logiche che si nutrono l’una dell’altra, sono tra loro concorrenti, si parassitano mutuamente, si oppongono e si combattono a morte. Il principio della dialogica nasce da relazioni fondamentalmente complesse.

Afferma Morin: “Occorre sempre concepire uno in due, due in uno. E’ per questo che ho parlato di unidualità e ho proposto l’idea di una dialogica, logica una in due, doppia logica in una, in cui i due termini sono insieme irriducibili l’uno all’altro e inseparabili l’uno dall’altro”.

4. Il superamento della visione teleologica della Storia come portatrice di un fine positivo.

La Storia per Morin non è (purtroppo) portatrice a priori di una conclusione positiva: il “sol dell’avvenire” del socialismo o il “Progresso” come crescita illimitata del PIL secondo l’ideologia liberista.

I giochi sono ‘aperti’ e l’umanità può andare sia verso la catastrofe che cogliere l’occasione della globalizzazione per effettuare un salto di qualità nel pensiero (la “riforma del pensiero per una democrazia cognitiva”) che faccia acquisire a tutta l’umanità la consapevolezza di essere ormai una “comunità di destino”, figlia di un’unica, ecologicamente fragile, Terra-Patria.

Morin è figlio del pensiero del ‘900 e in particolare della rivoluzione cibernetica, sistemica, biogenetica ed ecologista della seconda metà del secolo appena chiuso. Egli si muove nella direzione del superamento dello “scientismo economicistico” di stampo marxiano e tenta di riallacciare un rapporto di interfecondazione tra le scienze umano-sociali e le scienze naturali.

D’altronde se per il giovane Morin, Marx era un “titano del pensiero” perché era riuscito a riunire in sé filosofia e storia, economia e sociologia, ecc… facendo confluire il tutto in una proposta politica precisa ”era il vero e proprio esempio di ‘pensatore totale’ dell’epoca”, per il Morin della maturità “oramai Marx era…una stella nella costellazione in cui erano entrati Bateson e von Neuman, Wiener e von Foester…ma in cui brillavano più che mai Eraclito, Montaigne, Pascal, Rousseau..”; non a caso autori di scienza già tendenzialmente transdisciplinare, o filosofi che avevano intuito e indicato le radici del pensiero complesso.

Giuseppe Fumarco

P.S. Quasi contestualmente all’uscita del volume qui commentato (Temps Présent, 2010, Paris) l’Autore ne ha scritto un altro dal titolo significativo “La mia sinistra. Rigenerare la speranza” (Erickson, Trento, 2011) nel quale delinea più compiutamente una sorta di programma politico di una sinistra che non c’è.

A esso rinviamo il lettore che fosse interessato ad approfondire l’argomento.

Una replica a “Pro e contro Marx – Recensione di Giuseppe Fumarco”

  1. C'è un mondo in fase di travaglio…Chissa come sarà il pupo o la pupa, Lo dimostra secondo me il fatto che ci sia un'effervescenza di riflessione e di produzione editoriale incredibile enorme!. Meno male che siamo in tanti a leggere, perchè ciascuno di noi cone le sue sole forze può esplorare solo una piccola porzione di questo vastissimo territorio intellettuale.

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