Jägerstätter contro Hitler – Massimiliano Fortuna

Nella prefazione a Testimoni della coscienza (AVE 2005), un breve e denso libro di Anselmo Palini, Franco Cardini si sofferma sulla figura di Franz Jägerstätter, alla cui vicenda uno dei capitoli è dedicato, riconoscendo di non aver mai avuto notizia precisa della sua storia prima di questa lettura. Se uno studioso vigile e dai molteplici interessi come Cardini ha ignorato tanto a lungo il nome di Jägerstätter, ci si può fare un’idea di quanto poco possano essere conosciuti i casi e la vita di questo contadino austriaco che scelse di affrontare la morte piuttosto che partecipare alla guerra di Hitler.

Un po’ di notorietà è scaturita dalla proclamazione a beato avvenuta nel 2007. L’anno seguente è uscito un libro di Cesare G. Zucconi che ne ricostruisce, con taglio confessionale, la storia. In lingua italiana si possono leggere anche Il testimone solitario di Gordon Zahn – che fu il primo, agli inizi degli anni Sessanta, a portare alla luce questa vicenda – e Franz Jägerstätter. Un contadino contro Hitler di Erna Putz, che con rigore filologico si è dedicata dalla fine degli anni Settanta a questa straordinaria figura di obiettore, senza dimenticare alcune pagine di Thomas Merton in Fede e violenza.?

Si può certamente affermare che Jägerstätter è stato un martire nel senso pieno e proprio del termine, Zucconi compendia bene nel titolo del suo libro, Cristo o Hitler?, il senso di questa radicale testimonianza di fede. Jägerstätter ha ritenuto che la sua appartenenza cristiana fosse incompatibile con il diventare un soldato dell’esercito hitleriano, e ha seguito tale convinzione sino alle estreme conseguenze della morte. Dopo aver preso parte all’addestramento militare ed essere tornato a casa nella natia Sankt Radegund nell’aprile del 1941, all’arrivo della cartolina precetto il 23 febbraio del 1943 decide di rifiutare il servizio militare. Nonostante si dica disposto a prestare in alternativa il servizio sanitario viene condannato a morte e ghigliottinato il 9 agosto 1943.

“Besser die Hände als der Wille gefesselt”, ha scritto Jägerstätter negli ultimi giorni della sua vita, meglio avere incatenate le mani piuttosto che la volontà. Meglio essere impediti nel corpo che nella libertà della coscienza, l’esito della sua breve vita si è rivelato una testimonianza altissima in omaggio a questo principio, una testimonianza che continua a interpellarci e che meriterebbe di essere maggiormente conosciuta, quindi tutti gli scritti a lui dedicati sono i benvenuti.

La storia di Jägerstätter chiama in causa le vicende, complessivamente non molto note, dell’opposizione non armata al regime nazista. C’è stata una resistenza a Hitler che non ha fatto ricorso all’uso delle armi: Sophie Scholl e i suoi compagni della Rosa Bianca, le donne della Rosenstrasse, un gran numero di testimoni di Geova che come Jägerstätter hanno rifiutato il servizio militare, le lotte nonviolente in Norvegia e Danimarca; ne La banalità del male Hannah Arendt ha menzionato queste ultime come meritevoli d’essere studiate in tutte le università “per dare un’idea della potenza enorme della non violenza e della resistenza passiva, anche se l’avversario è violento e dispone di mezzi infinitamente superiori”. Un libro di Jacques Sémelin, Senz’armi di fronte a Hitler (Sonda 1993), riunisce e analizza molti casi di questa resistenza civile, alcuni coronati da successo altri meno.

Naturalmente la domanda radicale che si apre a questo riguardo è: Hitler avrebbe potuto essere vinto grazie a una resistenza prevalentemente non armata? Si tratta di una questione indubbiamente delicata, che sarebbe bene affrontare senza eccessive certezze e semplificazioni sia da parte di chi crede che si sarebbe potuto sconfiggere il regime con modalità nonviolente, sia di chi rimane convinto che senza il ricorso alle armi Hitler non sarebbe caduto. Delicata e complessa, perché naturalmente le possibilità di resistenza mutano anche a seconda dei contesti storici, il potere di Hitler in Germania si è consolidato con il tempo e la sua vulnerabilità non è stata sempre identica a se stessa. In concisione si può forse dire che le possibilità di resistenza nonviolenta sono proporzionali alla preparazione di un terreno adeguato, un terreno che va fecondato per tempo e quotidianamente; ha scritto Aldo Capitini in Attraverso due terzi di secolo: “bisogna preparare la strategia e i legami nonviolenti da prima, per metterla in atto quando occorre; e nessuno può negare che in Italia nel 1924, al tempo del delitto Matteotti, e in Germania nel 1933, una vasta e complessa azione dal basso di non collaborazione nonviolenta sarebbe stata occasione di inceppamento e di caduta per i governi”. Quando questa preparazione “da prima” manca tutto diventa maggiormente complicato e singole Sophie Scholl o singoli Jägerstätter non sono in grado, nell’immediato, di cambiare il corso degli eventi, anche se il loro esempio è sempre un pericolo per i regimi, Jägerstätter infatti fu rapidamente allontanato dal suo luogo di nascita e condotto a Berlino.

D’altra parte però la nonviolenza non va agitata come una “ricetta” sicura e di semplice applicazione, magari condita di “basterebbe fare così” fatti cadere dall’alto; i suoi esiti non si dovrebbero misurare unicamente sugli esempi straordinari ma sulle possibilità di estensione al maggior numero possibile di persone. Allora non bisogna mai smettere di fare i conti con le nostre paure, con le debolezze, le vigliaccherie, il condizionamento dei legami familiari, il potere di costrizione della minaccia violenta. In fondo è lo stesso Jägerstätter a ricordarcelo quando di fronte alla mancata resistenza della Chiesa austriaca alla penetrazione del nazionalsocialismo scrive: “non dobbiamo però lanciare accuse ai nostri vescovi e preti: in fondo anche loro sono uomini come noi e possono diventare deboli. […] Ci si può facilmente immaginare la difficile decisione davanti alla quale stava il nostro clero nel marzo del 1938. I nostri vescovi devono avere creduto che il nazionalsocialismo sarebbe durato poco e che con la loro accondiscendenza avrebbero potuto risparmiare ai fedeli martiri e pene. Ma è andata diversamente” (C. Zucconi, Cristo o Hitler?, cit., p. 109).

Persino preparazione e convincimenti profondi possono non essere sufficienti di fronte all’irrompere della brutalità e della ferocia. La nonviolenza è una possibilità dell’umano, non una conseguenza che discende necessariamente una volta poste alcune condizioni di partenza. La storia tutta del resto sembra essere il luogo del possibile più che del necessario.

Cesare G. Zucconi, Cristo o Hitler? Vita del beato Franz Jägerstätter, San Paolo, Cinisello Balsamo 2008, p. 246

(1)l Il libro di Zahn, uscito nel 1965, è stato pubblicato in italiano da Gribaudi nel 1968, e poi ripubblicato da Editoria Universitaria di Venezia nel 2002, quello di Erna Putz è stato tradotto in italiano nel 2000 per le Edizioni Berti, Fede e violenza è uscito da Morcelliana nel 1965.

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