Una Comunità (Nord-) Est Asiatica – Johan Galtung

Forum per lo Sviluppo e la Pace del Nordest-Asia. Dalian, Cina, 24 settembre 2011

Eccellenze, cari partecipanti,

Vorrei cominciare esprimendo la mia profonda gratitudine alla CPAPD – l’Associazione Popolare Cinese per la Pace e il Disarmo – e ai miei amici il Segretario Generale Niu Qiang e il Vice-Segretario Generale in particolare – per aver organizzato questo importante Forum, invitando la delegazione dell’ONG TRANSCEND e dandomi l’onore di inaugurare il Forum stesso.

Il mondo sta regionalizzandosi, tranne gli stati più grandi – Cina, India, USA, Russia.  Mezzi di comunicazione e di trasporto contraddicono le dimensioni di gran parte degli stati. Abbiamo già l‘Unione Europea, l’Unione Africana, un’ Associazione Sud-Asiatica, un’ Associazione Sudest-Asiatica. Si sta sviluppando una Comunità Latino-Americana. E così pure una comunità Islamica di 57 membri dal Marocco a Mindanao; essi hanno appena fatto un progresso importante cambiando il nome da Organizzazione della Conferenza Islamica a Organizzazione per la Cooperazione Islamica. Siamo in presenza di Regioni Unite, quasi come le Nazioni Unite.

Ma non c’è una Comunità (Nord-)Est-Asiatica (N)EAC. Non contiamo l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), una reazione all’espansione di due alleanze a guida USA definite dal memorandum 570/2 del 1943 dei Capi di Stato Maggiore USA: la NATO dal 1949, l’AMPO (il Trattato di Sicurezza USA-Giappone) dal 1952 (e il trattato di Rio de Janeiro del 1947). Stiamo parlando di comunità centrate sulla cooperazione economica e politica, con omogeneità culturale (UE, OIC-Organizzazione per la Cooperazione Islamica) o anche non (AU-Unione Africana, SAARC-Associazione per la Cooperazione Regionale Sud-Asiatica, ASEAN-Associazione delle Nazioni Sudest-Asiatiche). Il meccanismo di consultazione proposto qui dall’ex-Primo Ministro Mongolo Bayar potrebbe essere un ottimo inizio.

Con una Comunità Est-Asiatica (EAC) con sede in Cina, entrambe le Coree e il Giappone conviderebbero culturalmente la storia cinese, il confucianesimo e il buddhismo. Anche il Viêt Nam vi avrebbe un suo posto connaturato e potrebbe fungere da anello di congiunzione con l’Asia del Sudest. L’espansione nell’Asia del Nordest con la Mongolia e la Russia, ben presto o più avanti, ha pienamente senso da un punto di vista geografico, mentre la sua diversità culturale e politica non sarebbe maggiore di quella dell’Asia del Sudest.

Una qualche (N)EAC cercherebbe la cooperazione con gli USA su basi uguali, compreso lo status di osservatore; ma nessuna forzatura dell’immaginazione può consentire loro di considerarsi un Paese (Nord-)Est-Asiatico. Sono finiti i tempi in cui gli USA potevano pretendere di essere membri d’organizzazioni in America Latina, Europa e Asia.

Attraverso questo diversificato spazio geografico-storico-culturale c’è una similarità Est-Asiatica: dapprima diritti umani socio-economici, poi quelli civili-politici – l’”apertura” cinese. Il Giappone lo fece già fin dal tempo dei primi Meiji, e nella “Grande Sfera di Co-prosperità Est-Asiatica” mediante cinquant’anni d’imperialismo. Il 18 settembre ha segnato 80 anni dall’invasione giapponese della Manciuria del 1931. L’impatto, come i principi economici di un Kaname Akamatsu (autore del modello economico delle “oche volanti”, NdT), non fu solo negativo.

Lo sviluppo sarebbe un tema chiave di una (N)EAC, e oggi sappiamo che quando i paesi sviluppati sviluppano quelli in via di sviluppo, il risultato è solitamente la dipendenza e/o la clonazione. Quel che ha senso è invece “io sviluppo me stesso” e la reciprocità dello “ci sviluppiamo l’un l’altro”.  E forse una valuta comune, che presuppone una tesoreria congiunta.

Il secondo tema chiave è la pace. C’è la pace negativa della riconciliazione dopo i traumi del passato e della mediazione di conflitti in corso; e la pace positiva della cooperazione per il beneficio mutuo e uguale, l’armonia, e l’integrazione-fusione.  Sicché una buona soluzione per isole-isolette contestate sarebbe renderle una proprietà condivisa EAC, finanziando le comunità con gli utili. L’esperienza UE dimostra che le contraddizioni inter-statali diventano meno acute quando c’è un ombrello comunitario: Nord-Irlanda, Paesi Baschi.

Un altro esempio è il conflitto russo giapponese per le Curili del Sud/i territori del Nord – russi dopo la guerra del Pacifico (l’alternativa considerata era da Sendai a tutto quanto l’Hokkaido). Il Giappone non ha diritto automatico a essi; tuttavia una cosa saggia da parte russa sarebbe riconsegnarli e da parte giapponese investire nell’estremo Oriente russo, senza accoppiare le due istanze. E: dare un’isola agli Ainu.

C’è tanto da guadagnare. Che cosa li trattiene?

Soprattutto la politica di Washington guastata da due traumi: “perdere la Cina” nel 1949 (come gli fosse mai appartenuta), e non vincere la guerra di Corea del 1950-53, dopo aver sempre vinto le guerre dal 1812. Washington ora vende armi a Taiwan in spregio ai notevoli progressi nei negoziati noti come relazioni cross-straits (si riferiscono allo stretto di Taiwan, NdT), e rifiuta la normalizzazione con la Corea del Nord (trattato di pace, rapporti diplomatici). Il conflitto della Repubblica Popolare della Corea del Nord (DPRK) è con gli USA, non con la Corea del Sud (RoK) — ma in quest’ultima gli USA possono giocare sullo spartiacque Est-Ovest. I Negoziati a Sei, ampiamente falliti, erano designati a costringere la Corea del Nord alla denuclearizzazione, ma sia gli USA sia il Giappone non mantennero quanto promesso. I negoziati potevano aver senso se gli altri quattro partner avessero potuto incoraggiare USA e Corea del Nord a sviluppare gli strumenti per una completa e verificabile denuclearizzazione della Corea del Nord e dell’intera penisola, e per una completa e verificabile normalizzazione con la DPRK. Tali strumenti sarebbero stati quindi depositati presso gli altri partner per realizzarli in parallelo; ovviando così al problema di chi dovesse fare il primo passo.

In principio fattibile, ma non c’è segno che Washington stia aggiornando il suo mappamondo di 60 anni fa. Avendo un veto di fatto sulla politica estera giapponese, impedisce perfino che il Giappone si riconcili con la Cina e la Corea per i crimini commessi. La pace sarebbe d’impiccio a intenti bellicosi, e allora si dà risalto ai rapimenti nordcoreani di giapponesi, privi di giustificazione ma insignificanti, per cercare copertura in ruoli di vittime. L’attuale Primo Ministro giapponese, Noda, vuole il bilateralismo con i vicini e l’approfondimento di un’alleanza con gli USA ovviamente infausta. C’è qualcosa di autistico nel Giappone, così lungi dalle iniziative verso la cooperazione di anni fa condotte dall’ex-primo ministro Murayama, presente a questa conferenza.

Seguono in appendice proposte concrete per un reliquiario Yasukuni (santuario della pace shintoista a Tokyo, NdT) alternativo, e per la riconciliazione con la DPRK, elaborate da Fumiko Nishimura e da me.

Conclusione: la (N)EAC dovrebbe andare avanti, rimanendo però sempre aperta a un successivo ingresso del Giappone, quando sia pronto a fare quel che è necessario.

APPENDICE I

UN RELIQUIARIO YASUKUNI ALTERNATIVO

Porre a riposo le anime dei caduti al servizio dello stato, compresi i criminali di guerra di classe A, è una incombenza onorevole. Ma un memoriale adeguato al periodo 1931-45 non dovrebbe polarizzare bensì riconciliare. Il reliquiario Yasukuni polarizza fra Giappone e Cina-Corea-altri paesi vittima, e polarizza profondamente nell’ambito del Giappone stesso.

Trasformare in divinità i caduti al servizio dello stato giapponese ha un forte significato politico. Come tale il reliquiario Yasukuni può essere protetto dalla libertà di fede e d’espressione.

Ma le visite di un Primo Ministro giapponese sono un atto d’avallo da parte dello stato di tale valenza politica e pertanto inaccettabile. Togliere i criminali di guerra di classe A non cambierà questo fatto.

Per di più, durante il periodo 1931-45 il Giappone fu sia carnefice sia vittima. Un Memoriale adeguato deve riflettere entrambi gli aspetti in modo equilibrato.

Le seguenti DIECI PROPOSTE PER UN MEMORIALE si ispirano al Memoriale di Caen in Normandia, Francia, e al Monumento di Okinawa.

[1]  Un Memoriale dovrebbe essere dedicato a tutti i caduti per azioni di guerra nel 1931 -‘45, al servizio dello stato e non, giapponesi, cinesi, coreani e altri fra cui gli americani.

[2]  Il Memoriale tratterebbe sia il passato negativo sia prospettive positive di un futuro cooperativo, quale una Comunità Est-Asiatica. I visitatori dovrebbero condividere il dolore per il passato di divisione e l’ottimismo per un futuro di condivisione; ripulendo il passato e entrando insieme nel futuro. Solo mediante un futuro migliore possiamo superare significativamente il passato.

[3]  Dovrebbe esserci una Sala del Silenzio per la meditazione profonda e il cordoglio congiunto; con testi e simboli unificanti, che non creino divisioni.

[4]  Il Memoriale stesso dovrebbe essere religiosamente neutrale, ma aperto a liturgie religiose e multi-religiose nella Sala del Silenzio.

[5]  I capi di stato e/o di governo dei paesi interessati, come pure altri, dovrebbero essere invitati a esprimere il proprio rispetto nel Memoriale; singolarmente o congiuntamente, utilizzando anche il Memoriale per dichiarazioni unificanti.

[6]  Il Memoriale dovrebbe avere un centro ricerche sull’emisfero del Pacifico, sia per capire i fattori che causarono gli avvenimenti del 1931-45 sia le condizioni che renderebbero impensabile la guerra; e un museo della pace che mostri le implicazioni della guerra, dell’assenza di guerra e di una pace positiva.

[7]  Il Memoriale dovrebbe combinare dignità e bellezza con locali attrezzati affinché politici, società civile, gruppi di donne e di giovani, artisti e altri possano condividere il passato e costruire insieme un futuro di pace.

[8]  La costruzione del Memoriale dovrebbe basarsi sul dialogo e la cooperazione, non su un’azione unilaterale giapponese.

[9]  Dovrebbe aprirsi una gara progettuale fra architetti e altri di tutti i paesi coinvolti, con una giuria multi-nazionale.

[10]  Memoriali analoghi potrebbero essere costruiti anche in Cina, nelle due Coree, e negli USA, come atti di cooperazione internazionale.

APPENDICE II

NORMALIZZAZIONE GIAPPONE-Repubblica Popolare di COREA (DPRK):

TEMI BASE

[1] DPRK: Danni e sofferenze causate dall’imperialismo giapponese

– un milione di uccisi/torturati (anche hibakusha)

– sei milioni di arruolati in servizi bellici in vari modi

– 200.000 donne di “conforto”

– saccheggio economico

– furto di tesori culturali

– situazione zainichi (minoranza coreana residente in Giappone, NdT) in Giappone

– responsabilità nella divisione della Corea per averla resa una colonia.

[2] DPRK: La compensazione dipende dal tipo di danno/sofferenza

– il denaro non può riscattare vite umane/schiavitù (ma si parla di 9-10 miliardi di $)

– donne di “conforto” risarcite dal governo, non dal Fondo per le Donne Asiatiche

– saccheggio economico: compensazione con infrastrutture economiche/servizi sociali

– tesori culturali: devono essere restituiti alla DPRK

zainichi: diritti umani in Giappone

– sostegno giapponese sincero e impegnato alla lotta per l’unificazione

Quanto basta lo deciderà la vittima, non il carnefice.

[3] DPRK: Concezione di “scusa effettiva”

– deve venire dall’attuale Primo Ministro

– dev’essere un documento scritto, preferibilmente in un comunicato congiunto

– deve contenere la parola “scusa”, non solo rimorso, dispiacere

– dev’essere specifica per il paese e il danno/sofferenza

– dev’essere “profonda”, riflessa nei libri di testo, nelle visite a Yasukuni, ecc.

– dev’essere all’altezza della tendenza mondiale alle scuse/compensazioni.

[4] Confronto con altri casi

Rep. di Corea: – 1965 trattato di pace: solo su uccisi, feriti, danni

– 1998 la visita di Kim Dae Jung produsse una dichiarazione congiunta modello:  “pentimento pieno di rimorso e una richiesta di scusa dal profondo del cuore”

Rep.Pop. di Cina: -1972: normalizzazione Giappone-Cina (rapporti diplomatici)

(Taiwan                   -1978: trattato di pace e amicizia

vuole essere          -1992: visita dell’Imperatore, che “deplora”, non chiede scusa

inclusa)                   -1998: richiesta di scusa orale di Obuchi, non scritta

Murayama -1995: (ex-primo-ministro:) non specifico (“nazioni asiatiche”)/non profondo.

[5] Normalizzazione

– Rapporti diplomatici, non un umiliante documento laissez-passer

– La parola “rapimento” presuppone il non provato; “scomparsi” è più corretto

– I missili da includere nella cornice di un trattato generale per l’Asia del Nord Est

– Non partecipazione giapponese (Okinawa) a manovre militari.

[6] Impedimenti

Giappone:

– non vuole/può far nulla prima che lo facciano gli USA

– ha paura di/è d’accordo con i patrioti giapponesi sul “paese divino”

– vuole che il denaro vada ai singoli, compensazioni dirette

– vuole che il denaro vada alla gente, non dirottato per palazzi, militari ecc.

Sui due ultimi punti: il Giappone finanzia le infrastrutture/i servizi sociali; ma non è in una posizione morale tale da dettare come debba essere usato il denaro.

Le élite giapponesi (con la Dieta/i media) tendono a decidere segretamente, senza mai dire nulla in seguito, mentendo, o mettendo la gente di fronte a fatti compiuti.

Stati Uniti:

– La DPRK serve da stato canaglia/nemico per gli scopi di USA/Giappone nell’Asia dell’Est

– La DPRK non è stata sconfitta, l’ultima guerra vinta nell’Asia dell’Est fu nel 1945

– La DPRK ha la propria ideologia (juche): autonomia, alterigia

– La DPRK non pratica il capitalismo di libero mercato in stile USA

– La DPRK non ha elezioni democratiche.

 

26.9.11 – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: A (North) East Asian Community

http://www.transcend.org/tms/2011/09/a-north-east-asian-community/

Una replica a “Una Comunità (Nord-) Est Asiatica – Johan Galtung”

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