Pulce non c’è – Recensione di Laura Operti

Gaia Rayneri, Pulce non c’è, Giulio Einaudi Editore, Torino 2009, I coralli, pp. VIII-228, € 17,00

“Quel giorno io e Pippa, da ormai due ore, ce ne stavamo in casa mia ad ammuffire sui compiti di epica. Esercizio uno: Che cosa spinge Tersite a ribellarsi a Agamennone?….”. L’Iliade o l’Odissea, sono poemi più o meno intercambiabili nella noia che trasmettono.

Quello stesso giorno la mamma di Giovanna, una ragazzina di 13 anni che è la voce narrante del romanzo, era andata a prendere a scuola Margherita, detta Pulce, l’altra sua figlia, come sempre. Aveva suonato il campanello, aveva dovuto aspettare fuori due o tre minuti, poi era comparsa da dietro una signorina giovane e non la maestra Popi. E Pulce non c’era.

Ecco i due registri di lettura e di interpretazione di un libro che ti entra dritto nel cuore. Il linguaggio di chi racconta la storia è fantasioso, fresco, ironico, a tratti comico, come può essere quello di un’adolescente molto simpatica di quell’età. Il contenuto della storia è altamente drammatico. Per questo intreccio letterariamente molto riuscito e denso di creatività, il libro Pulce non c’è di Gaia Rayneri ha vinto molti premi. È stato pubblicato nel 2009 e ristampato nel 2011 presso l’editore Einaudi.

Pulce non era a scuola perché il Tribunale per i minorenni, “il grande burattinaio” aveva disposto che la bambina non vivesse a casa, ma in un posto “che le garantisse una vita più tranquilla”, cioè la comunità Giorni Felici. E lì, senza troppe spiegazioni, era stata portata. Si comincia a delineare il tema della comunicazione quasi assente che rende tutto infinitamente più difficile e doloroso.

Ma chi è Pulce? E’ una bambina che soffre di una serie di disturbi che rientrano nelle patologie dello spettro autistico, non parla, “ma non significa che non abbia niente da dire”. Vive in un ambiente sereno, pieno di tenerezza: la nonna prepara le bugie, Pulce ama bere il Tamarindo Bulbul, adora il pecorino, i grissini rubatà e la focaccia al sesamo, e ha gusti musicali molto raffinati: le piacciono le Suites per violoncello di Bach; il suo inseparabile amico è un gigantesco pupazzo Panda che era stato dato in omaggio alla mamma con una donazione al WWF. La famiglia di Pulce è raffinata, colta, estroversa e rimarrà unita nello tsunami che la travolge.

“Pulce comunica, ma non sa parlare; Pulce sorride… Pulce ha dei giocattoli, ma non sa giocare…Pulce sa leggere, scrivere e va a scuola; o meglio sa scrivere, ma non usare la penna, e scrive con un metodo che si chiama Comunicazione Facilitata… Pulce ride sempre con gli occhi; Pulce ci vuole bene.”

La chiave della storia è proprio questa “Comunicazione Facilitata. ”Pulce non sa scrivere proprio da sola, ma scrive con un metodo speciale: lei scrive con una tastiera elettronica che le hanno comprato mamma e papà, e per far funzionare il metodo c’è sempre bisogno di qualcuno che mentre Pulce scrive, le tiene una mano sul polso”.

Si arriva pagina dopo pagina al nucleo del libro, cioè al motivo per cui Pulce è in una comunità e non più in famiglia. Da alcune informazioni tratte dalla Comunicazione Facilitata ci sarebbero prove che porterebbero a una denuncia per abuso sessuale da parte del padre.

La Comunicazione Facilitata che non è una tecnica scientificamente convalidata, ha tradito, ma tutto il libro è percorso da ciò che non è comunicazione.

I rapporti di Giovanna e sue madre con gli assistenti sociali della Giorni Felici sono aspri, pieni di inutili durezze, così quelli coi p.u.b.b.l.ic.i. m.i.n.i.s.t.e.r.i. ( Giovanna scrive così tutti i nomi che sono entrati nella sua vita e di cui lei non può sapere nulla e le suonano ingombranti e oscuri), con gli psicologi, i ginecologi che faranno la loro parte, con i periti, con la sua professoressa, detta la Garfa, con la maestra di Pulce, cioè con tutti gli attori coinvolti in questo dramma di cui lei non si dà pace. Questo giudizio universale, per quanto sta succedendo alla sua famiglia è di Giovanna, ma soprattutto di Gaia che ha 23 anni quando scrive. Le due voci diventano una, ma nel tratto giovane e buffo della prima si esprime il pensiero accusatorio della seconda.

Oltre che colpevoli i personaggi di questa storia sono anche goffi, squallidi così come è la comunità Giorni Felici coi suoi grigi muri e la sua ”donna-soldato” che fa entrare i famigliari dei bambini.

Il messaggio del libro al sistema giudiziario è chiaro: avere maggiore cautela quando si toccano casi di tale gravità.

Ma forse anche un soffio di pietas verso quel mondo ostile e senza umanità non aiuterebbe a dimenticare?

Pulce, quando tutto si scioglie, torna a casa, sorride, allegra come sempre.

Ma ci dice Giovanna/Gaia “Io ho pensato che Pulce non c’è e non ci sarà mai, non c’è per i periti e non c’è per i libri di mamma Anita, non c’è per le maestre perché non suona Bach, non c’è per i paparazzi perché suo padre non l’ha violentata, non c’è per tutti noi perché lei non è e non vuole essere come noi ce la immaginiamo”.

Tutto il libro è la ricerca di una modalità di Pulce di essere con noi, e poi queste parole che rappresentano la presa di coscienza dell’altro mondo in cui vive Pulce sono un finale molto duro e commovente.

Dal libro sarà tratto un film di cui Gaia Rayneri firma la sceneggiatura.

 

Una replica a “Pulce non c’è – Recensione di Laura Operti”

  1. Il libro è molto bello, l'ho letto, e la recensione è davvero efficace, nella sua brevità coglie il senso e le caratteristiche della scrittura di questa giovane e dotatissima autrice.

    L'argomento è ovviamente difficilissimo, si tratta di esplorare un mistero, l'autismo comunque resta tale ancora oggi, però è straordinario il modo "lieve" in cui questa famiglia riesce a d affrontare una cosa così.

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