Predominio della legge vs. predominio della mediazione – Johan Galtung

Presidente della Corte Suprema, Eccellenze, Signore e Signori:

Un vento nuovo di cultura della mediazione sta soffiando su tutta l’America Latina, più che in ogni altro continente. Ci sono dappertutto numerose conferenze, seminari e sessioni formative in mediazione familiare, fra vicini, mediazione comunitaria, nelle relazioni di lavoro; meno a livello internazionale e interstatale. La mediazione giudiziaria è sulla bocca di tutti. Grandioso! Una cultura di mediazione è parte chiave di una cultura della trasformazione del conflitto – trasformare i conflitti cosicché diventino gestibili senza violenza – e a sua volta parte fondamentale della cultura generale di pace alla quale si richiama l’UNESCO. Perché è così importante?

Ci sono risposte negative e positive.

La risposta negativa è evitare la violenza, oggi specialmente il volume scioccante di violenza di genere, in famiglia, a scuola. Un’altra risposta è il costo in tempo e denaro dei tribunali che producono mucchi di fatti, testimonianze, meticolosamente accumulati, quando una mediazione può ridurre il tutto a un dialogo creativo e a un accordo firmato di una sola pagina.

Ma c’è un’altra argomentazione più profonda. In un processo giudiziario a qualunque livello di conflitto umano – micro fra le persone, meso fra gruppi della società come imprenditori e lavoratori, macro fra stati e nazioni e mega fra regioni continentali e civiltà – c’è alla fine un vincitore e un perdente. In un dibattimento penale il perdente è “colpevole”, e in uno civile “responsabile”. I non colpevoli e non-responsabili possono uscire dal tribunale con un cartello appeso al collo: “Ho vinto io, non tu”. Non una buona partenza per relazioni rinnovate in famiglia, fra vicini, ecc.

Ma poi c’è la risposta positiva, molto spesso persa di vista. I processi giudiziari servono essenzialmente a ristabilire lo status quo punendo o riabilitando il colpevole. Essendomi fatto sei mesi in prigione, in Norvegia – per aver rifiutato il servizio alternativo per gli obiettori di coscienza al servizio militare con argomentazioni a favore di un servizio di pace – posso solo dire di non essere diventato più ossequioso alla legge, né che lo siano diventati altri ispirati da quel “crimine”. Stavo sacrificando del mio tempo a una “causa”, ma scoprii con sorpresa che si sentivano così molti altri in prigione, per motivi di “ridistribuzione economica”. Beh, allora, chi aveva una posizione più razionale, loro o io?

Intendo sostenere che ogni reato, infrangendo la legge, è una sorta di violenza, e una violenza sotterranea è sempre un conflitto irrisolto. Questo comprende il diritto dei giovani a servire la sicurezza del proprio paese contribuendo a ridurre la miseria, migliorando le relazioni fra i paesi; il diritto di chiunque a vivere in una società più giusta dove siano soddisfatti almeno i bisogni fondamentalii di tutti. Ovviamente, abbiamo la politica per occuparsi di questo, in termini generali. Ma una mediazione potrebbe anche identificare una nuova realtà sociale che fa avanzare la società, ispirando anche la politica. Come un bullo a scuola, che fa del male e danni ad altri, può avere qualche ragione che merita di essere ascoltata, oltre l’essere o meno colpevole. I tribunali se ne occupano di rado.

Ma non mi si fraintenda: sono a favore di un predominio della legge; le leggi sono le norme del traffico delle società. Una volta a Beirut, con l’illuminazione interrotta e la polizia in sciopero, il traffico finì per fermarsi. L’unica norma era quella del più forte, dei grossi camion e autobus. Le leggi – diritti e doveri reciproci – sono indispensabili, ma le buone leggi aggiungono “ed egualizzano”, per evitare uno status quo che favorisce i privilegiati. E qui è dove i reati possono dirci qualcosa su dove “le scarpe ci fan male”.

Proviamo a nostra volta a mediare fra i tribunali e la mediazione in quanto mezzi per trattare i conflitti, anche nei confronti dello stato.  Due contendenti vogliono dire cinque esiti possibili: solo tribunali, solo mediazione, né-né, compromesso, sia-sia.

In relazioni faccia a faccia forse solo mediazione, e in vaste relazioni complesse e reati gravi solo tribunali?  No, abbiamo sempre bisogno di dialoghi illuminati con tutte le parti in gioco – non solo due, in una relazione di contrapposizione.

Un debole per la mediazione? Sì, perché le parti coinvolte possono articolare quel che succede in loro stessi, non solo confermare o negare atti commessi. C’è più rispetto per noi fragili esseri umani che nei tribunali; qualcosa in più come democrazia, e di meno come autocrazia. Il predominio della legge elargisce un dono all’ umanità: pro et contra dicere, per e contro l’imputato. Ma vincere quella battaglia verbale non risolve i conflitti soggiacenti.

Né-né: di che si tratta? Di relazioni cooperative, a vantaggio reciproco e uguale, niente incompatibilità importanti – conflitti – che significano pericolo. In breve, normale vita umana. Una struttura di pace.

Compromesso, che cosa sarebbe? Mediazione per casi lievi, processi giudiziari per reati gravi e casi complicati? Forse. Un’altra formula potrebbe essere mediazione per persone prossime fra loro, processi giudiziari per persone a conveniente distanza. Non molto creativo.

Sia-sia, fare entrambe le cose? Alle Hawai’i c’è l’antico procedimento polinesiano conciliazione-mediazione-ripristino ho’o pono pono, allo scopo di ristabilire in modo positivo la relazione, molto possente. Un ho’o pono pono riuscito può ridurre la sentenza di un tribunale. E un giudice creativo può interpretare fatti, leggi, perfino la pena, e ordinare all’imputato di passare del tempo in prigione occupandosi di conciliazione, mediazione, e preparazione a nuove relazioni sociali.

La mediazione dovrebbe sempre essere tentata per far emergere altri aspetti della complessità delle relazioni umane, con un flusso d’informazioni bidirezionale. Ciò implica corsi di mediazione per giudici, e corsi di legge per mediatori, con i due rispettivi approcci in cooperazione per relazioni sociali più distese, per la trasformazione del conflitto, e per nuove realtà sociali.

Signor Presidente, signore, signori: questa è la mia seconda visita alla Republica Dominicana. La prima fu in aprile/maggio 1965, durante la guerra – nessuna relazione causale! Ero un professore dell’UNESCO che intervistava candidati a borse di studio, e parlai con costituzionalisti in centro città, con marines USA, alti e imponenti, lungo la strada. Il vostro paese era occupato nel 1965-66 dagli USA, dopo una prima volta dal 1916 al ‘24. Vennero uccisi a migliaia. Con gran sollievo ho letto su El Nacional di ieri, 26 giugno 2011, che si rende omaggio ai “martiri” del 1965. Può darsi che questo sia stato efficace nei loro confronti nell’odierna Repubblica Dominicana, con neri e donne dappertutto. Ma la mediazione avrebbe prodotto risultati migliori.

 

04.07.11 – TRANSCEND Media Service, da Santo Domingo, Republica Dominicana

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: Rule of Law vs. Rule of Mediation

http://www.transcend.org/tms/2011/07/rule-of-law-vs-rule-of-mediation/

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