Il prezzo della crisi – Guido Viale

Una crisi finanziaria di dimensioni globali è di nuovo alle porte. E non sarà l’ultima. Il mondo si sta avvitando intorno ai suoi debiti. Con liberismo e globalizzazione («finanzcapitalismo», orribile termine introdotto da Luciano Gallino) gli Stati hanno ceduto il potere di creare il denaro – il diritto di «battere moneta» – al capitale finanziario. Quasi tutti gli Stati dei paesi sviluppati si sono pesantemente indebitati con il sistema finanziario (quelli dell’ex Terzo Mondo lo sono da sempre). Lo hanno fatto in parte per salvare banche o aziende sull’orlo del crack; in parte per finanziare spese sia essenziali (infrastrutture, «welfare» o stipendi del Pubblico impiego non sostenuti da sufficienti entrate fiscali), sia illegittime (costi della corruzione e dell’evasione fiscale), sia inutili e dannose (armamenti, costi della «politica», di grandi opere o di «grandi eventi»). Per esempio, gran parte del debito che sta portando la Grecia al fallimento è dovuto, oltre che alla corruzione e dall’evasione fiscale, alle spese sostenute (senza adeguati ritorni) per le Olimpiadi di Atene e per l’acquisto – da Francia e Germania, gli Stati che oggi la stanno strangolando – di armamenti per «difendersi» dalla Turchia: due paesi della Nato che si armano l’un contro l’altro, comprando le stesse armi dagli stessi paesi e addestrandosi a farsi la guerra (c’è di mezzo il petrolio dell’Egeo) nelle scuole militari degli stessi fornitori. Gli Stati si indebitano perché di nuovo denaro non ne possono creare più di tanto. In parte se lo sono vietato, con leggi nazionali (come negli Usa) o accordi internazionali (come le regole di governo della Bce e il Patto di stabilità dell’Unione Europea). In parte hanno già una montagna di debiti contratti perché per molto tempo indebitarsi era più facile che imporre nuove tasse o sostenere l’economia con l’emissione di nuova moneta e un’inflazione controllata. Quello che gli Stati nazionali hanno perseguito indebitandosi (evitare nuove tasse o maggiore inflazione) adesso li strangola; e oggi i paesi europei, anche se potessero tornare alla moneta nazionale e svalutarla, difficilmente otterrebbero un aumento di competitività con cui accrescere le esportazioni e ripagare parte del loro debito, come recita l’ortodossia economia (quella che consiglia alla Grecia di «uscire dall’euro»); si ritroverebbero solo con un debito in valuta estera ancora più pesante. Se invece, come consiglia, anche in questo caso, l’ortodossia economica, tagliano la spesa pubblica – mettendo alle strette o alla fame una parte crescente dei propri cittadini – e svendono servizi, demanio e beni comuni per ottenere un avanzo primario, soffocano ancora di più l’economia e non saranno mai più in grado di pagare né debito né interessi. È una strada senza uscita.

Se la cosa riguardasse solo la Grecia, che è un piccolo paese, una soluzione forse si troverebbe; ma riguarda anche l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna, l’Italia, il Belgio e in prospettiva la Francia, che adesso fa invece la voce grossa. E riguarda anche gli Stati Uniti (anche il loro debito rischia un ribasso del rating), gli unici che finora avevano potuto continuare a «creare moneta» perché i loro dollari non li rifiutava nessuno. Ma crisi, salvataggi e sconti fiscali per i più ricchi (quelli che neanche Obama osa toccare) hanno moltiplicato per due il loro debito, che è quasi tutto in mani altrui; e poiché ora ne devono rinegoziare una quota consistente si trovano anche loro alle strette. La retorica – mai suffragata dai fatti – secondo cui ridurre le tasse «crea sviluppo» ha messo tutti nei guai. Poi ci sono le rivoluzioni dei paesi arabi, che a breve porranno inderogabili scadenze al sistema finanziario mondiale. Insomma, qualunque cosa venga decisa per la Grecia, si tratterà solo di tamponare una falla per rinviare un crack inevitabile.
Gli Stati non «comandano» più il denaro perché i cordoni della borsa sono ora nelle mani della finanza internazionale: basta la minaccia di un ribasso del rating ed è come se dal bilancio di uno Stato si volatilizzassero di colpo miliardi di euro. E per un paese che va in rovina c’è sempre, da qualche altra parte, qualcuno che guadagna miliardi. È la finanza internazionale, bellezza! Quella che ha riempito di titoli fasulli banche e risparmiatori rivendendo un numero infinito di volte i propri crediti dopo averli impacchettati in titoli derivati di cui era – ed è, perche sono ancora in circolazione – impossibile conoscere origine e composizione. A certificare che quei mucchi di carte, ma ormai anche solo di bit, sono moneta sonante ci pensavano e pensano tre agenzia mondiali interamente possedute da alcune delle banche che quei certificati li vendono. Ora, e sempre con denaro fittizio, la speculazione si è spostata sulle materie prime e sulle derrate alimentari, mettendo alla fame mezzo mondo. E minaccia di far fallire, uno dopo l’altro, un buon numero di Stati. Ma dobbiamo per forza continuare a lasciare in mano a costoro le redini dell’economia?
C’è un altro modo per affrontare la situazione: imporre ai propri governi un cambio di rotta. Il che richiede certo «rigore fiscale», ma non quello che ci vorrebbero imporre Tremonti. Il rigore, cioè i tagli nel bilancio, vanno imposti ai costi della politica, alla corruzione, all’evasione fiscale, alle rendite finanziarie, agli armamenti, alle guerre contro paesi che abbiamo contribuito ad armare fino a ieri, alle grandi opere, ai grandi eventi, alla burocrazia (ma senza segare l’albero del Pubblico impiego; curandolo invece ramo per ramo, coinvolgendo che ci lavora, perché dia frutti migliori). Ma un cambio di rotta richiede anche una montagna di nuove spese: in ricerca, in istruzione (scolastica e permanente), in manutenzione del territorio, in riconversione delle fabbriche obsolete o senza mercato, in promozione di una conversione energetica che ci liberi gradualmente dalla dipendenza dall’estero e dai combustibili fossili, in un’agricoltura che restituisca fertilità ai suoli e cibo sano ai consumatori. E soprattutto per garantire a tutti e ciascuno possibilità di non dipendere giorno per giorno dai capricci di un mercato globale fuori controllo e dall’arbitrio di imprese attente solo alle quotazioni del loro capitale.
Sono in gran parte le stesse rivendicazioni (e persino le stesse parole: «non vogliamo pagare la vostra crisi») delle rivolte che infiammano le strade della Grecia e delle manifestazioni che riempiono quelle della Spagna – e ora anche del Belgio – e che hanno un unico sbocco possibile: in prima istanza, l’annullamento del patto di stabilità e della stretta sui bilanci degli Stati membri. Poi la garanzia di un reddito decente per tutti. Ma fin da subito c’è da adoperarsi per coinvolgere il maggior numero di soggetti, ciascuno con le sue competenze e a partire dai luoghi dove abita, vive e lavora, nella costruzione dal basso di un piano di interventi articolato su cui esigere l’impegno dei governi, quali che siano, sia a livello locale che nazionale. Oggi programmi del genere non ci sono: troppo pochi ci pensano e quasi nessuno ne parla, perché cambiare radicalmente il paese sembra ancora un sogno. Ma l’Europa di domani, nel pieno di una crisi finanziaria che coinvolgerà l’intero continente e nel mezzo di una crisi ambientale che sta investendo l’intero pianeta, non sarà mai più come quella che abbiamo conosciuto fino a oggi. Se non vogliamo precipitare nel caos che si sta avvicinando, bisogna cominciare a discutere concretamente, caso per caso, delle cose che vogliamo, senza aver paura della sproporzione delle forze in campo. Il vento sta cambiando. «Prepariamoci» titola il suo ultimo libro Luca Mercalli, parlando delle condizioni in cui dovremo a vivere nella crisi ambientale. Prepariamoci anche a una nuova crisi finanziaria che cambierà radicalmente i rapporti di forza nelle situazioni in cui ci troveremo a operare.

«Il Manifesto», 29 giugno 2011

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