Futuro sostenibile – Recensione di Nanni Salio

Wolfgang Sachs e Marco Morosini, a cura di, Futuro sostenibile, Edizioni Ambiente, Milano 2011, pp. 479, 28 euro

L’edizione italiana del primo studio del Wuppertal Institute sul “Futuro sostenibile” è del 1997 (EMI edizioni, Bologna). Nei dodici anni che sono trascorsi da allora che cosa abbiamo imparato e che cosa è successo?

La diagnosi è presto fatta: siamo nel pieno di una crisi globale della sostenibilità in tutte le sue principali componenti: economica, sociale, ambientale, energetica, alimentare. Ed era stata prevista in larga misura dal Club di Roma sin dal 1972 con il famoso studio sui “Limiti della crescita”. Ma come è noto, dopo il successo iniziale, le conclusioni di quello studio (che in realtà è stato letto e studiato da pochi) sono state accantonate con una potente campagna di denigrazione condotta dalle grandi multinazionali. Risultato: quarant’anni persi, aggravamento della situazione, crisi a ripetizione.

La prognosi è altrettanto evidente: continuando così si va verso una catastrofe globale, un collasso dei sistemi economici, politici, ecologici. Verrebbe da aggiungere cinicamente: “provare per credere!” Ma non possiamo permettercelo, o meglio non dobbiamo!

Allora passiamo alla terapia, seguendo il “paradigma medico” caro a Johan Galtung. E per la terapia, lo studio del Wuppertal è un preziosissimo strumento.

Suddiviso in cinque parti, oltre all’introduzione, presenta in diciannove capitoli una delle sintesi più ampie di cui disponiamo.

La prima parte è sulla diagnosi, che come abbiamo accennato è nota: caos climatico, picco del petrolio, perdita di biodiversità, miseria e disparità sociali crescenti, conflitti armati per le risorse.

Le parti successive sono invece, rispettivamente, relative alle “idee guida”, al “cambio di rotta per l’Europa”, ai “nuovi patti globali”, all’ “impegno locale”. Nell’insieme, una ventata di speranza verso il futuro, che si richiama, nellea pagina conclusiva, all’atteggiamento che Antonio Gramsci ha espresso nei suoi Quaderni dal carcere: “Sono pessimista con l’intelligenza, ma ottimista con la volontà” (p.426). Ma possiamo aggiungere che oggi, oltre alla buona volontà, abbiamo anche una solida base scientifica su cui poggiare le nostre argomentazioni.

A cominciare da quella che, per me, è la novità assoluta rispetto a quanto sinora pubblicato non solo per gli addetti ai lavori.

Quando ho letto a pagina 44 della “Introduzione” che “Creare una società a 2000 watt è il primo campo di impegno”, ho avuto un balzo al cuore: finalmente ci siamo! Perché? Non solo perché da tempo, insieme al principale studioso e fautore di questa prospettiva, Luigi Sertorio (Cento watt per il prossimo miliardo di anni, Bollati Boringhieri, Torino 2008) presso l’Ecositituto del Piemonte “Pasquale Cavaliere” proponiamo di progettare la transizione energetica a una potenza pro-capite compresa tra 1000 e 2000 watt, ma anche perché riteniamo che questa sia la più rigorosa modalità di impostare i temi della sostenibilità. Ed è stata anche una piacevolissima sorpresa scoprire che per la prima volta se ne parla sui quotidiani (“L’obiettivo possibile? Una società da 2000 watt”, http://www.avvenire.it/Cultura/Economia+etica+ma+solo+se+per+tutti_201106080822036630000.htm ). Non si tratta di una proposta peregrina, ma avanzata da parecchi anni dal prestigioso Politecnico di Zurigo e fatta propria da settori della Pubblica Amministrazione della Svizzera e man mano di altri paesi, a cominciare dalla Germania. Oltre alle note di riferimento, un box alle pagine 63-64 permette di saperne di più su questa proposta. (Per una presentazione più ampia, mi permetto di rinviare al mio contributo: “Energia e modelli di sviluppo”, http://serenoregis.org/2011/03/energia-e-modelli-di-sviluppo-nanni-salio/ .)

Le parti successive della terapia potrebbero essere lette in parallelo con le “parole chiave” dell’economia nonviolenta di matrice gandhiana: self-reliance (che oggi possiamo chiamare anche “kilometro zero”); lavoro per il pane (lavorare tutti, lavorare meno, lavoro creativo e non solo il trabajo di cui parla Illich) e riconoscimento del “lavoro ombra” o “di cura” (ancora Illich, la cui influenza su Wolfgang Sachs è nota); amministrazione fiduciaria (per la gestione dei beni comuni);

non possesso e non attaccamento (cambiamento degli stili di vita orientandoli alla semplicità volontaria); eguaglianza e non sfruttamento (per redistribuire le ricchezze, affrontare il problema della miseria estrema e della morte per fame e malattie curabili). Tutto questo e molto altro ancora, presentato puntualmente, con esempi, buone pratiche, casi di studio, comunità virtuose. In altre parole: un’agenda per cambiare l’ordine delle priorità.

Ma come fare per tradurre la terapia in pratica concreta e avviare la transizione?

Nell’ultimo capitolo, “Prospettive”, si osserva quello che Paul Hawken ha documentato in un altro libro delle Edizioni Ambiente, “Una moltitudine inarrestabile” (Milano 2009): “Negli ultimi decenni è…cresciuto in tutto il mondo un ‘movimento senza nome’ che spazia dall’agricoltura biologica al commercio equo-solidale, dalle abitazioni a energia zero all’industria del solare, dalle iniziative di quartiere alle reti di ricerca globale”. E’ in questo movimento visto come una Nuova Internazionale che risiede la forza per un cambiamento globale, ma a una condizione che bisogna sottolineare con più forza rispetto a quanto si faccia in questo rapporto. La condizione è la settima parola chiave dell’economia nonviolenta, un po’ anomala rispetto al dominio tradizionale dell’economia: il satyagraha, la lotta nonviolenta basata sulla forza della verità e sul potere dal basso, il “potere di tutti” di Aldo Capitini.

Per promuovere il cambiamento non bastano le buone e ottime soluzioni, se non sono condivise e se non si riesce a esercitare la pressione dovuta.

Come hanno documentato molto bene altri autori, da Luciano Gallino (Finanzcapitalismo, Einaudi, Torino 2011) a David Harvey ( Il mistero del capitale, Feltrinelli, Milano 2011) è in atto una “gigantesca lotta di classe”, ma non quella promossa dal movimento dei lavoratori negli anni passati. E’ la lotta dei ricchi contro i poveri, ovunque nel mondo, con i primi che diventano sempre più ricchi a spese di tutti gli altri esseri viventi umani e non, all’insegna di una avidità e di un brutale materialismo senza limiti.

Anche di questo si parla in “Futuro sostenibile”, nelle pagine in cui si sostiene la necessità di una “resistenza contro il capitalismo d’azzardo” (pp. 255-257). Ma perché questa resistenza sia fruttuosa, occorre utilizzare al meglio le nostre conoscenze della lotta nonviolenta e della trasformazione nonviolenta dei conflitti: un cammino già intrapreso, ma che è ancora lungo e irto di ostacoli.

 

30 giugno 2011

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