Alla ricerca della giustizia e della pace nell’India centro-orientale – Felix Padel

Dentro e fuori dall’India diverse persone iniziano a essere al corrente del fatto che ci sono migliaia di movimenti locali che stanno lottando per salvare le loro terre dall’invasione e dall’acquisto da parte di grandi società, appaltatori, subappaltatori, ONG, società dei media, società di biocarburanti e sementi, banche, fondi di investimento/fondi di investimento privati, e altri che servono e finanziano le imprese minerarie. Vivendo in India, torna alla mente il titolo di Anthony Sampson dalla sua collana Anatomy of Britain (Anatomia della Britannia): Chi governa questo posto? I governi o le imprese e le banche?

La gente dei villaggi (tribali e non) sta cercando non solo di restare aggrappata alle loro terre e case, comunità e sistemi di coltivazione tradizionale, ma anche, poiché fa parte della stessa cosa, di prevenire l’ecocidio: la distruzione a lungo termine di tutti gli aspetti della terra e dell’ambiente in cui hanno vissuto per secoli (http://www.thisisecocide.com/hotsports/). Le statistiche della Banca Mondiale mostrano che se gli abitanti dei villaggi accettassero la delocalizzazione, i loro standard di vita diminuirebbero drasticamente (in India come in tutto il mondo), e difficilmente riuscirebbero a riguadagnarli, se lasciati soli a implementarli (obiettivo che, secondo le direttive della Banca Mondiale, è un requisito chiave di tutti i progetti). Questi movimenti mirano a salvare le persone e il loro ambiente – “che futuro avranno i nostri nipoti se le montagne e i ruscelli saranno distrutti?”. Questa è la terra dei loro antenati da più di mille anni.

Inoltre è anche una zona centrale popolata da tigri, leopardi, orsi ed elefanti – tutti i personaggi del “Libro della giungla” di Kipling. Tuttavia la mafia della caccia esige una ingente tangente, e questi animali sopravvivono al meglio che possono, mantenendosi più lontano possibile dagli uomini. Anche i santuari di fauna protetta causano conflitto, provocando uno spostamento di un numero ancora maggiore di abitanti tribali dei villaggi dalle loro foreste. La gente tribale e la foresta sono un tutt’uno, danneggiando questo legame, verranno lentamente, ma sicuramente, annientati la cultura e l’ambiente, insieme: genocidio culturale ed ecocidio.

Diversi geologi britannici, negli anni 1990, chiamarono questi basamenti rocciosi delle montagne del sud dell’Orissa ricoperti da cappe di bauxite “Khondalite”, dal nome di quelle “belle popolazioni delle colline, i Khond”. Queste montagne sono classificate come uno dei migliori depositi al mondo per fabbricare l’alluminio – materiale strategico e primario per l’industria delle armi (‘Mining as a Fuel for War‘ pubblicato in The Broken Rifle, della War Resisters International al link: http://www.wri-irg.org/system/files/public_files/br77-en.pdf ).

I movimenti stanno cercando di prevenire un’intera serie di progetti di estrazione. La guerra contro i maoisti, “l’operazione Green Hunt”, agisce come uno schermo per distogliere l’attenzione e ridurre consenso a questi movimenti, mentre la situazione si aggrava nella direzione di una classica guerra per le risorse.

2.270 anni fa, il “primo evento registrato nella storia dell’India” fu il massiccio attacco alla popolazione Kalinga nell’Orissa, da parte di Ashoka. Per sua stessa ammissione – era realmente pentito, o stava semplicemente cercando di fare pubbliche relazioni per la storia? – uccise 100.000 persone e ne imprigionò 150.000, mentre molte di più morirono per malattie e fame. La popolazione Kalinga non aveva governanti che potessero mediare, per questo motivo nacque un terribile scontro per cercare di mantenere la propria libertà. Due epigrafi di Ashoka minacciano la “gente della foresta” nella zona dell’Orissa: i Kalinga che poterono si ritirarono sulle montagne e nelle foreste per preservare la loro indipendenza; lì vivono ancora oggi.

I Konda per loro sono Kuwinga, e non c’è dubbio che rappresentino essenzialmente la stessa popolazione. Per questo motivo il continuo appropriarsi delle terre tribali rischia di rendere strutturale la memoria della terribile violenza di Ashoka.

Il rischio ora è grande. “Kalinganagar” è il nome del complesso industriale dell’acciaio che comprende una dozzina di nuovi insediamenti in varie fasi di progettazione e funzionamnto, che hanno già causato lo spostamento di migliaia di Adivasi delle tribù degli Ho e dei Munda (la cui terra natia è il Jharkhand) proprio dietro le miniere di cromite di Sukinda, nel distretto Jajpur dell’Orissa, caratterizzato dall’essere “uno dei luoghi più inquinati del mondo” (secondo l’Istituto Blacksmith, USA).

Kalinganagar è il luogo che gli Adivasi, che hanno rifiutato di spostarsi per far posto a una nuova vasta acciaieria di Tata, hanno ottenuto insieme come People’s Platform Against Displacement (Piattaforma delle Persone Contrarie al Dislocamento). Il 2 gennaio 2006 sono state uccise 14 persone sotto i colpi di arma da fuoco, quando la polizia e gli appaltatori cercarono di sgombrare la zona per iniziare la costruzione dell’insediamento. Nel novembre 2009, il ministro dell’Orissa ha comunicato il suo pubblico ringraziamento alle compagnie estrattive per l’edificazione di una nuova stazione di polizia hi-tech a Kalinganagar (rendendo implicitamente chiari i propri intenti, raramente esplicitati).

Il 30 marzo 2010 la polizia, insieme a squadre di picchiatori (goondas), ha lanciato un attacco contro i villaggi ribelli, distruggendo case, rubando beni privati, ferendo molte persone con un nuovo tipo di pallottola di gomma e occupando la terra della popolazione e i villaggi con la scusa della costruzione di una grande strada in quell’area. La People’s Platform Against Displacement ha dichiarato chiaramente di non far parte dei maoisti, e ha mantenuto il carattere nonviolento del movimento (vedi: http://orissamatters.com/2010/04/11/foul-play-exposed). Gli eventi che si verificano nel Kalinganagar e la mancata informazione da parte dei media sono una disgrazia nazionale e una grave macchia sul nome di Tata.

Chi ha riferito, al summit sul cambiamento climatico di Copenhagen, delle 40 nuove acciaierie nell’Orissa e delle emissioni di carbone generate dalla produzione di 60 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, – l’obiettivo fissato per l’Orissa? O questo obiettivo è essenziale per lo “sviluppo dell’India?” Come può essere definito sviluppo la distruzione di ecosistemi e di comunità di persone, i cui stili di vita si basano su una sostenibilità a lungo termine – che hanno saputo difendere dal periodo dell’assalto di Ashoka e della Compagnia delle Indie Orientali (EIC, East India Company) sino ai giorni nostri, e che stanno lottando contro questi progetti con tutto ciò che comportano?

Conoscendo la storia del nostro paese, quello che constatiamo è un ritorno della Compagnia delle Indie Orientali. Essa conquistò il potere nella zona orientale dell’India, in Bengala e a Madras, nel XVIII secolo, e si insediò nell’Orissa dal 1803 in poi. Fondarono una compagnia sussidiaria che fu chiamata il “Governo dell’India”, basata sulla raccolta di tributi e sull’implementazione di leggi fatte appositamente per facilitarne l’espansione in tutto il Paese. L’amministratore di grado più elevato di un distretto dell’India è ancora chiamato esattore o magistrato distrettuale.

Analizzando le cause del conflitto attuale e le ragioni per cui molte popolazioni tribali si sono unite ai maoisti, i punti principali sono i seguenti:

1- Il sistema endemico di sfruttamento delle popolazioni tribali, unito a una radicata mancanza di rispetto della cultura tribale.

2- La crescente espropriazione delle popolazioni tribali della loro terra e delle loro risorse da parte di numerosi progetti industriali, ma anche a causa della guerra stessa. Nessuno contesta i dati dei 644 villaggi tribali bruciati da Salwa Judum (milizia tribale creata da una sezione del governo) e la stima di 200.000 tribali rifugiati fuggiti dai loro villaggi bruciati.

3- Le atrocità perpetrate sui villaggi tribali da Salwa Judum e dalle forze di sicurezza, e l’impossibilità di fare giustizia attraverso i giudici. Il caso di Sodhi (una delle dodici donne del villaggio schierate in prima linea contro le quali cui la polizia ha sparato. E’ sopravvissuta, ma dopo essere comparsa come testimone di questo caso davanti alla corte suprema indiana, è ora tenuta sotto “protezione della polizia”) e gli abitanti del villaggio uccisi a Gompad, hanno sottolineato questa impossibilità di garantire sicurezza a coloro che raccontano le atrocità subite; l’appello dei maoisti nasce direttamente da questa impunità. Numerosi rapporti sui diritti umani e coraggiosi giornalisti hanno denunciato un preciso schema di attacco ai villaggi tribali, dai quali la maggior parte della popolazione scappa, mentre le donne, i vecchi e i giovani che rimangono, vengono rapiti, uccisi, torturati o deportati. Il miglior aspetto dell’articolo di Arundhati Roy “walking with the comrades” (www.outlookindia.com/article.aspx?264738; traduzione italiana: “Nella giungla con i maoisti”, «Internazionale», n. 851, 18/24 giugno 2010 http://www.puntorosso.it/images/saperi/roy.pdf ) è che mette in risalto le voci di giovani uomini e donne maoisti. Queste voci hanno bisogno di essere ascoltate. Tutti i loro testimoni, amici intimi e famigliari sono stati rapiti e uccisi, e proprio a causa di queste atrocità hanno deciso di unirsi ai maoisti. Avendo sofferto queste perdite e testimoniato tali orrori, se non c’è la possibilità di portare i colpevoli davanti alla giustizia, mentre i maoisti offrono cameratismo e fucili – chi non andrebbe con loro?

4- Tuttavia, l’ideologia e la leadership maoista credono nella guerra, esattamente come molti fanno secondo l’opinione prevalente e tra i militari. La guerra ha un’attrazione, e tutti dobbiamo combattere lotte sia interne sia esterne per resistere a questa attrazione. Quello che sta accadendo è una polarizzazione in due fazioni, entrambe propense alla guerra, che non lascia spazio alla neutralità, alla verità e alla pace. Il recente attacco è una deliberata scalata alla guerra. Non dobbiamo accusare i singoli maoisti più dei singoli uomini del CRPF (Central Reserve Police Force): entrambi sono pedine di un gioco nel quale, attualmente, i leader credono, sacrificando vite umane, in una scala di violenza crescente. Lo stesso Mao era uno dei peggiori tiranni: durante la sua ascesa al potere così come durante il suo “grande balzo in avanti” (con l’aumento della produzione di acciaio, che causò una enorme carestia) e la rivoluzione culturale, fu responsabile di milioni di morti innocenti compresi molti leali membri del partito. Fu un magnifico oratore e, in questo, molto simile alla macchina di pubbliche relazioni delle compagnie minerarie, che manipolano la verità travisandola a proprio favore. L’ideologia che creò favorì la guerra, e la scalata verso di essa. Non dobbiamo lasciare che ciò accada. Gli attacchi maoisti istigano in modo massiccio le violenze contro gli abitanti dei villaggi. Questa spirale deve avere fine.

5- In altre parole, l’attacco alle comunità tribali, come strategia per cancellare i maoisti, è paradossalmente la causa principale della loro forza crescente. Questo rispecchia la “guerra del terrorismo” che si conduce su scala globale (in Afghanistan, Iraq, ecc.) dove ognuno può vedere come questo attacco ai “terroristi” – e il “danno collaterale” ai numerosi cittadini il cui oltraggio non ha riscontro nei processi giudiziari – ha fatto crescere drasticamente il numero dei terroristi. Nel Dantewara, gli attacchi sistematici ai villaggi tribali sono una campagna del terrore. In altre parole, i primi perpetratori del terrore sono le forze di sicurezza piuttosto che i maoisti. Le persone uccise, nei recenti attacchi, facenti parte della CRPF sono anch’essi uomini e la loro morte è comunque un fatto grave. In quell’area, la polizia vive nella paura di un attacco. La differenza è che i poliziotti armati hanno firmato un contratto per un lavoro che include un alto rischio di essere uccisi. Le popolazioni tribali non hanno firmato nessun contratto per subire tali violenze. Le recenti notizie dipingono gli attacchi maoisti come attentati, e i poliziotti armati uccisi dai maoisti come “martiri”. Cosa dire allora delle numerose persone dei villaggi che sono state uccise e terrorizzate dalla CRPF e dalle altre “forze di sicurezza”? Gli abitanti tribali che vivono nell’occhio del conflitto sono essenzialmente innocenti. Se supportano spesso i maoisti, è perché hanno vissuto un’esperienza di invasione e atrocità nella quale hanno perso terre, cibo, famiglie, cultura – tutto. Si ha notizia solo di una piccolissima percentuale delle atrocità commesse dalle forze di sicurezza nei villaggi, mentre ogni individuo ucciso dai maoisti ottiene molta pubblicità. (Per alcuni esempi di questo giornalismo, pubblicati nel New Indian Express, come: “Operation Tribal Hunt?” dell’11 novembre 2009, si veda il link http://moonchasing.files.wordpress.com)

Gli scritti di Arundhati Roy hanno suscitato aspre critiche, ma lei si dimostra a sua volta critica anche verso i maoisti. Infatti contesta le caratteristiche non democratiche di come i maoisti operano in termini di consiglio popolare e di riunioni dove nessuno può o deve parlare; la scrittrice commenta anche la fase attuale che potrebbe essere benissimo paragonata a una luna di miele dove i maoisti stanno corteggiando la gente, ma la storia mostra come questa luna di miele non sia destinata a durare. Le voci dei tribali maoisti e il racconto delle atrocità hanno bisogno di essere ascoltate molto più approfonditamente se si vuole evitare una situazione di guerra e genocidi come quella in Sri Lanka e l’articolo di Roy si è dimostrato esemplare nella denuncia.

Per compiere un effettivo passo verso la pace, una condizione essenziale sarà l’abrogazione dell’ Armed Forces Special Powers Act (AFSPA)- che è stato spesso chiamato in causa, specialmente nel Nord Est e nel Kashmir ed è diventato essenziale per la guerra nel Dantewara. Se chi commette le atrocità venisse denunciato e punito, si scoraggerebbe automaticamente la partecipazione al movimento maoista.

Il lavoro dei diritti umani è un prerequisito per la pace. La cultura tribale attribuisce un grande valore alla giustizia e alla verità. Bisogna attivare un processo per la Verità e per la Riconciliazione se si vuole fermare la scalata verso la guerra. La responsabilità sta in entrambe le parti, ma non nelle comunità tribali, e quando esse sapranno di poter ottenere giustizia, la pace prevarrà.

 

Felix Padel è un antropologo che ha vissuto in India per 30 anni. Il suo ultimo libro, con Samarendra Das, Out of This Earth: East India Adivasis and the Aluminium Cartel è pubblicato da Orient Black Swan, 2010.

Traduzione di Nicole Vallet per il Centro Studi Sereno Regis
Titolo originale:
Searching for justice and peace in Eastern Central India
http://gandhifoundation.org/2010/07/12/searching-for-justice-and-peace-in-eastern-central-india-by-felix-padel/

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