Tutti i bambini che «tu» puoi salvare – Peter Singer


Immaginate di passare davanti a uno stagno e vedere un bambino che sta per affogare; potreste salvarlo senza difficoltà, ma al prezzo di rovinare le vostre scarpe di lusso. Ora, tirare dritto lasciando che anneghi pur di non dover comprare un nuovo paio di scarpe sarebbe una cosa sbagliata, per non dire mostruosa: la vita di un bambino vale infinitamente di più di un paio di scarpe!

Tuttavia, anche se siamo tutti d’accordo nel dire che sarebbe sbagliato tirare dritto, al mondo ci sono altri bambini le cui vite potrebbero essere salvate con altrettanta facilità, e di fronte a questi non facciamo nulla. Secondo le stime dell’Unicef, ogni anno quasi nove milioni di bambini di meno di cinque anni muoiono per cause legate alla povertà. Sono 24mila al giorno, l’equivalente di uno stadio pieno (e questo senza contare i bambini più grandi e gli adulti). Alcuni muoiono per mancanza di cibo o di acqua potabile; molti altri a causa del morbillo, della malaria, della diarrea o della polmonite, tutte malattie che nelle nazioni sviluppate non esistono neppure, o che possono comunque essere curate con facilità.
Raccontando un episodio avvenuto in Ghana, un uomo ha detto a un ricercatore della Banca mondiale: «Prendiamo questo bambino, per esempio. È morto stamattina di morbillo. Sappiamo tutti che all’ospedale avrebbero potuto curarlo, ma i suoi genitori non avevano soldi; la causa della sua morte – lenta e dolorosa – quindi, non è stata il morbillo, bensì la povertà».
Molte organizzazioni sono al lavoro per combattere la miseria e garantire l’accesso all’acqua potabile e all’assistenza sanitaria di base; se ricevessero più donazioni, potrebbero salvare un maggior numero di vite. Nei Paesi ricchi, la maggioranza dei cittadini comprano generi di lusso – vestiti di cui non hanno bisogno, vacanze in luoghi esotici o anche solo acqua in bottiglia quando potrebbero bere quella del rubinetto – spendendo soldi che potrebbero invece dare a una di queste organizzazioni, salvando così la vita di un bambino.
Certo, le due situazioni – tuffarsi nello stagno e fare una donazione – non sono esattamente identiche. Nel primo caso c’è un solo bambino e, una volta che l’abbiamo salvato, abbiamo risolto il problema e non dobbiamo pensarci più; nello stagno della povertà, invece, ci sono milioni di bambini, e salvarne uno non risolve il problema. Spesso la sensazione per cui qualunque nostro gesto sarebbe soltanto una “goccia nell’oceano” ci spinge a ritenere inutile ogni tentativo di fare qualcosa, ma si tratta di un errore: salvare anche un solo bambino è sempre un risultato importante, anche se ne rimangono molti altri per cui non siamo riusciti a fare nulla. Avremmo pur sempre salvato una vita, e avremmo risparmiato ai suoi genitori il dolore di quelli del ragazzino morto in Ghana.
Salvare un bambino che sta affogando in uno stagno è facile, ridurre la povertà globale no. Sotto alcuni aspetti, però, anche salvare delle vite umane su larga scala non è un problema troppo complesso: sappiamo, per esempio, che è possibile farlo tramite la diffusione dei servizi igienici e la fornitura di acqua potabile (cosa che spesso, inoltre, permette alle donne di risparmiare le ore che avrebbero dovuto altrimenti spendere ogni giorno per andare a prendere l’acqua e farla bollire); sappiamo che l’uso delle reti antizanzare da letto riduce la diffusione della malaria, e che con le vaccinazioni è possibile salvare i bambini dal morbillo; sappiamo che l’educazione sessuale aiuta le ragazze a controllare la loro fertilità e le porta ad avere meno figli.
In
Salvare una vita si può analizzo questo tema più in profondità, considerando le possibili obiezioni e discutendo dell’efficacia degli aiuti e di come possiamo esseri sicuri che le nostre donazioni facciano una differenza.
Per esempio, alcuni diranno che non posso essere certo che la mia donazione a un’organizzazione umanitaria salverà una vita o aiuterà la gente a uscire dalla miseria. Spesso questi argomenti si basano su presupposti falsi, come la convinzione che le organizzazioni usino la maggior parte del denaro ricevuto per far fronte ai loro stessi costi amministrativi (riservandone solo una piccola frazione per le persone che ne hanno bisogno), o che nei Paesi in via di sviluppo i soldi finiscano nelle tasche dei governi corrotti. Di fatto, però, le maggiori organizzazioni umanitarie non usano più del 20% dei fondi raccolti per scopi amministrativi, lasciandone almeno l’80% per i programmi di aiuto concreto (e non versano nulla ai governi, ma lavorano direttamente con i poveri o collaborano con realtà locali che possono vantare risultati documentabili).
Misurare l’efficacia di un’organizzazione umanitaria in base alla sua capacità di comprimere i propri costi amministrativi è comunque un errore. Le spese amministrative, infatti, includono anche gli stipendi di esperti in grado di garantirvi che i vostri soldi finanzino dei progetti capaci di portare un vero aiuto – sostenibile e di lungo termine – ai poveri; senza questi esperti, i costi amministrativi potrebbero anche essere più bassi, ma ci sarebbe il rischio di far fruttare di meno le donazioni.
In termini realistici, la mia proposta per le donazioni (illustrata all’indirizzo
www.thelifeyoucansave.com) prevede l’introduzione di una scala progressiva – come quella adottata per le imposte – che parte dal l’1% del reddito e, per il 90% dei contribuenti, non supera il 5 per cento. Si tratta di una cifra del tutto realistica, che le persone si possono tranquillamente permettere di versare senza sacrifici (e spesso, anzi, con un ritorno sul piano personale, dato che molti studi psicologici mostrano che chi dona è più felice di chi non lo fa). Non so dire se la scala da me proposta, nel caso venisse adottata, sarebbe quella in grado di garantire il massimo ammontare complessivo di donazioni; tuttavia, ho calcolato che se tutti i cittadini del mondo ricco versassero quanto previsto da questa scala, si potrebbero raccogliere 1,5 trilioni di dollari l’anno, una cifra otto volte superiore a quella che, secondo la task force dell’Onu guidata dall’economista Jeffrey Sachs, sarebbe necessaria per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo per il nuovo millennio fissati dai leader di tutte le nazioni del mondo durante il Summit del 2000. Tali obiettivi includevano, fra l’altro, il dimezzamento della percentuale delle persone che vivono in condizioni di estrema povertà e di quelle che soffrono la fame, la riduzione di due terzi dei decessi legati alla povertà fra i bambini con meno di cinque anni (salvando così sei milioni di vite all’anno) e la garanzia che ogni bambino abbia pieno accesso a un corso di istruzione elementare.

Non c’è bisogno che i ricchi trasferiscano ai poveri la metà dei loro beni, o nemmeno un quarto o un decimo: se tutti noi – o almeno la maggior parte – donassimo secondo questa scala, nessuno dovrebbe rinunciare a molto. È per questo motivo che ritengo che la mia proposta potrebbe trovare un ampio sostegno. Ciò che dobbiamo fare è cambiare la nostra etica pubblica: dare qualcosa a coloro che si trovano in estrema povertà, cioè, dovrebbe essere visto come un dovere morale elementare per chiunque possa permettersi di comprare generi di lusso (e anche una bottiglia d’acqua è un genere di lusso, se si può bere quella del rubinetto).
Noi che abbiamo la fortuna di possedere più del necessario abbiamo anche l’obbligo morale di aiutare chi, non per sua colpa, si ritrova a vivere in condizioni di miseria estrema. Non si tratta di un obiettivo troppo difficile.

Traduzione di Daniele Didero
http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-06-12/tutti-bambini-puoi-salvare-082253.shtml?uuid=AadBDCfD

 

 

Vizi e virtù di un utilitarista integrale

Sebastiano Maffettone

Peter Singer, australiano di famiglia ebraica emigrata durante il nazismo, educato a Melbourne e Oxford, insegna ora a Princeton e può essere definito un utilitarista integralista. È utilitarista, nella tradizione illustre che va da Bentham a Mill a Hare, suo maestro, perché il primo obiettivo dell’etica e della politica è per lui la rimozione dei mali e la promozione dei beni. È integralista perché questo obiettivo viene perseguito in maniera radicale. In libri come Etica Pratica e Liberazione animale Singer ha fornito argomenti preziosi e coerenti per collegare il valore della vita non con il fatto di essere umani ma con la capacità di provare piacere e dolore. La vita di un primate superiore (come un gorilla) dunque vale più di quella di un feto o di un malato terminale. Per queste implicazioni del suo pensiero Singer non è particolarmente apprezzato dalla Chiesa cattolica, mentre è un beniamino dei fautori dei diritti degli animali non umani. Inoltre ogni volta che viene invitato in Germania succede un putiferio, perché le sue tesi sulla vita fanno venire in mente a molti – erroneamente – le crudeltà del nazismo. Ma forse la sua tesi più importante è proprio quella che discuteremo a Roma, una tesi che Singer difende nel libro Salvare una vita si può (2009) e che riguarda il nostro modo di confrontarci con la povertà nel mondo.
Ogni anno muoiono nel mondo circa venti milioni di persone per fame, e tanti altri muoiono di povertà per non potersi curare o per le cattive condizioni igieniche. Che questo sia causa di scandalo morale e segno di un fallimento politico è difficile dubitare. Ma Singer pretende di più in omaggio. A suo dire, infatti, dato che non siamo responsabili solo di quello che facciamo ma anche delle nostre omissioni, il nostro non portare aiuto a sufficienza è una colpa gravissima. Ogni volta che andiamo in un ristorante alla moda o compriamo un abito costoso, commettiamo un atto grave quanto un omicidio. È questo l’integralismo di Singer che mi fa dubitare delle sue tesi. Sostanzialmente, chi è più liberale tende a sostenere che c’è una bella differenza tra essere riluttanti ad aiutare i poveri (che pure è male) e uccidere qualcuno, come del resto c’è tra la vita di una persona malata e quella del nostro cane. E che dovremmo collettivamente creare istituzioni più giuste. Ma queste sono disquisizioni filosofiche. Perché quello che più conta nella vita e nell’opera di Singer è la capacità di mettere una buona filosofia al servizio di scopi pratici spesso condivisibili. Da questo punto di vista, come lo fu ai suoi tempi Gandhi, Singer ha il merito enorme di impersonare quello in cui crede.

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-06-12/vizi-virtu-utilitarista-integrale-082246_PRN.shtml

 

L’Italia che non aiuta

Armando Massarenti

Le posizioni utilitariste di Peter Singer sono di indubbia efficacia e ci aiutano a uscire da un certo torpore morale diffuso, ma forse si può fare di più. Sono le stesse Ong a mostrare che il mero trasferimento di denaro, persino nel caso in cui l’aiuto nei confronti dei singoli va a buon fine, potrebbe non essere sufficiente. Per fare l’esempio più semplice, se io costruisco un pozzo di acqua potabile o una scuola o un pronto soccorso di base in un villaggio privo di risorse, salvando vite umane, posso ben mostrarlo con orgoglio alle telecamere. Che però non saranno più lì quando il pozzo o la scuola smetteranno di funzionare e mancheranno le abilità locali per la manutenzione o le riparazioni necessarie. Dunque quegli aiuti hanno una probabilità molto alta di diventare inutili in breve tempo. Ben diverso è se si cerca di investire in diritti e abilità locali, perché in questo modo saranno gli stessi abitanti del luogo a coltivare una cultura che li metterà al riparo dalle ingiurie del tempo. Per questo organizzazioni come Actionaid insistono da anni sugli aspetti più istituzionali degli aiuti. Oltre agli aiuti individuali esistono impegni ben precisi presi dagli Stati per l’aiuto pubblico allo sviluppo, ed è importante che si sviluppi una consapevolezza su quanto questi impegni vengono poi effettivamente rispettati. In altre parole, una cultura della accountability, volta a far crescere il senso di responsabilità di cittadini e istituzioni. Le notizie, a questo proposito, non sono confortanti. Una ricerca presentata due settimane fa e realizzata da Concord «traccia un quadro sulle tendenze dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (Aps) per tutti i paesi membri dell’Unione Europea – si legge nel sito di Actionaid – e certifica il primo fallimento di credibilità politica della cooperazione dell’Europa di Lisbona. Il divario che separa l’Aps dei paesi membri dell’Ue dalla quota-obiettivo che l’Europa si era posta per il 2010, è attualmente di 15 miliardi e si prevede aumenterà ogni anno fino al 2015. Anche se solo 9 dei 27 stati membri hanno raggiunto l’obiettivo, l’Italia è responsabile per quasi il 50% (43,8%) di questo deficit. L’Italia rischia di non arrivare allo 0,10% del Pil nel 2015 per i tagli all’aiuto e ha esportato in Europa il suo debito di credibilità internazionale». Italiani, brava gente. Forse. Di certo un po’ meno le loro istituzioni.

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-06-12/litalia-aiuta-082308_PRN.shtml

 

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