Organizzare la rivoluzione – Gabriel Carlyle

L’autore esplora le lezioni da imparare dalla lunga storia che sta dietro alla sollevazione egiziana.

Il 23 dicembre, l’attivista del movimento 6 Aprile xxxxxxxxxxxx … denunciava che parecchi partiti e movimenti d’opposizione avevano accettato un piano non scritto per la transizione democratica entro il 2011; siamo dubbiosi su questa asserzione” – messaggio segreto dall’ambasciata USA al Cairo a Washington [1]

L’azione nonviolenta non riguarda solo la nonviolenza, ma anche la gioia e la felicità … [La gente] ha visto in [piazza] Tahrir quel che l’Egitto poteva eventualmente essere in futuro e voleva essere parte di questo nuovo Egitto” – Wael Adel, Accademia per il Cambiamento [2]

Nell’immaginazione popolare, l’azione nonviolenta di massa (“il people power”, potere della gente) è spesso rappresentata come una faccenda ampiamente improvvisata e non programmata. La realtà è di solito alquanto diversa.

Così, il rifiuto di Rosa Parks di cedere il posto a un passeggero bianco e il conseguente boicottaggio dei trasporti in bus a Montgomery vengono (erroneamente) ricordati come l’azione di una donna comune semplicemente “troppo stanca per spostarsi”, e una reazione pubblica spontanea al suo successivo arresto e processo.

In realtà, Parks era segretaria del capitolo di Montgomery dell’Associazione Nazionale per l’Avanzamento delle Persone di Colore (National Advancement of Coloured People, NAACP) e aveva da poco frequentato la leggendaria Scuola Popolare Highlander (Highlander Folk School) – un centro d’addestramento cruciale per attivisti in diritti civili e sidacali. Inoltre il locale Consiglio Politico delle Donne (Women’s Political Council) aveva deciso di indire un boicottaggio almeno nove mesi prima del rifiuto di Parks, e stava proprio aspettando che venisse arrestata la persona giusta. [3]

Notato a mala pena

La recente sollevazione in Egitto – tuttora in corso, avendo rovesciato il dittatore ma non ancora il regime che sta alla base – è un altro esempio.

Gran parte dell’attenzione dei mediai è stata rivolta al ruolo dei media sociali nella rivoluzione, ma assai meno ai molti anni di preparazione, di addestramento e di attivismo apparentemente infruttuoso che hanno contribuito in modo decisivo ai suoi vistosi successi ai primi di quest’anno.

Come scrivono Alex Nunns e Nadia Idle nell’introduzione al loro recente libro “Tweets from Tahrir “ ( Cinguettit da Tahrir): “gli stessi attivisti che hanno fatto un così buon uso di Twitter durante la rivolta … stavano mobilitando, formando gruppi e inscenando piccole proteste di fronte alla brutalità poliziesca almeno dal 2000, ma il mondo l’aveva a mala pena notato”. [4]

Esaminiamo ora brevemente tre importanti gruppi di questa storia: Kefaya (“Basta”); l’Accademia del Cambiamento; e il Movimento Giovanile 6 Aprile. [5]

Basta!

Originato nei comitati di solidarietà sorti durante la seconda Intifada palestinese (iniziata nel settembre 2000) e nel movimento contro l’invasione dell’Iraq del 2003, Kefaya (“Basta”) emerse nel 2004, galvanizzato dai timori che il presidente d’Egitto, Hosni Mubarak, stesse programmando un trasferimento ereditario di potere al figlio Gamal. [6]

Ispirato a un “Appello alla Disobbedienza Civile” scritto dallo stimato ex-giudice Tariq al-Bishri, Kefaya fece la sua prima azione – uno stand-in silenzioso sui gradini dell’Alta Corte del Cairo – nel dicembre 2004. Come prima dimostrazione per chiedere le dimissioni di Mubarak, fu un avvenimento spartiacque.

Un’altra azione di alto profilo, fatta coincidere con un referendum su modifiche alla costituzione egiziana, ebbe luogo sui gradini della sede dell’Unione della Stampa nel maggio 2005. Secondo uno schema poi consueto, i dimostranti furono attaccati dai picchiatori di Mubarak, e molte attiviste furono molestate sessualmente. [7]

Pur avendo ispirato la creazione di molti nuovi gruppi, Kefaya s’infiacchì dopo le elezioni presidenziali del settembre 2005. Benché fosse riuscito a infrangere varie importanti barriere, non aveva organizzato la campagna di disobbedienza civile di massa promessa dai suoi capi.?

Accademia del Cambiamento

Nel novembre 2005, l’espatriato egiziano Wael Adel, residente a Londra, si recò al Cairo per tenere un seminario di tre giorni sulla disobbedienza civile nonviolenta a un pubblico di circa 30 membri di Kefaya. [8]

Ispirato alla “Rivoluzione dei bulldozer” serba dell’ottobre 2000 e agli scritti di Gene Sharp, Wael, suo cugino Ahmed, e il medico Hisham Morsy, usavano lnternet per promuovere l’adozione dell’azione nonviolenta per rovesciare Mubarak.

Definendosi “Accademia del Cambiamento” (Academy of Change, AOC), il trio cominciò a pubblicare libri sulla strategia e la tattica nonviolenta, compresa “Guerra nonviolenta, la terza scelta” (2007) e “Scudi per proteggersi dalla paura” (2008). Quest’ultimo spiegava come usare imbottiture e altro per proteggersi dai colpi di manganello – conoscenza dimostratasi poi molto utile.

Si ebbe una vittoria precoce di tali idee nel dicembre 2006 quando 20.000 operai a Mahalla, una grossa città al centro del delta del Nilo, inscenarono uno sciopero di sei giorni per dei premi non pagati. Apparentemente predisposte dal carattere nonviolento dello sciopero, le autorità accordarono alcune concessioni.

6 Aprile

Un secondo sciopero a Mahalla fu programmato per il 6 aprile 2008, e a marzo 2008 l’attivista di Kefaya Ahmed Maher e l’entusiastico promotore di reti sociali egiziane Esraa Rashid istituirono una pagina su Facebook a suo sostegno. In un solo giorno oltre 3.000 persone avevano sottoscritto e in breve il gruppo attrasse ben 70.000 membri. [9]

Lo sciopero in sé non riuscì – si dissolse nella violenza, in cui almeno tre scioperanti vennero uccisi – come pure le azioni di sostegno programmate su Facebook, poco seguite. Tuttavia come risultato avvennero almeno due cose importanti.

In primo luogo, il formatore alla nonviolenza Saad Bahaar, addestrato all’AOC, ampliò la sua opera, muovendosi più a largo raggio sul campo per aiutare a diffondere le idee e i princìpi della disobbedienza civile nonviolenta fra le zone industriali al di fuori del Cairo. [10]

In secondo luogo, gli attivisti mobilitati su Facebook persistettero fondando il Movimento Giovanile 6 Aprile. Ispirato al gruppo serbo Otpor, che aveva avuto un ruolo chiave nel rovesciamento del presidente serbo Slobodan Milosevic, adottarono un logo col pugno chiuso, e mandarono in Serbia vari membri per una formazione nonviolenta [11].

Aquiloni, mancati appuntamenti e persistenza

Cosa della massima importanza, continuarono a organizzarsi malgrado numerosi fiaschi e sconfitte.

Alla luce dei recenti avvenimenti, è un’esperienza toccante tornare a leggere le notizie relative al manifestarsi di tale attivismo: la protesta firmata on-line da migliaia – per seguire la quale il Washington Post mandò un reporter – ma a cui si presentarono solo 15 persone (3 uomini, 12 donne); l’azione patriottica del “volo degli aquiloni” su una spiaggia ad Alessandria dove gli attivisti furono fermati dalla polizia prima che potessero anche solo dispiegare gli aquiloni; la detenzione, la tortura e i costi personali pagati dagli interessati. [12]

15.000 volontari

Nel febbraio 2010, quando l’ex-direttore dell’Associazione Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) e premio Nobel per la Pace Mohammed El Baradei ritornò al Cairo per la campagna per il cambiamento politico, gli attivisti crearono una pagina pro-Baradei su Facebook rivolgendosi all’ AOC per farsi aiutare ad addestrare i sostenitori.

Entro settembre 2010 l’Associated Press riferiva che 15.000 volontari erano stati addestrati (il solo Saad Behaar ne addestrò oltre 800) e che altri 9.000 stavano aspettando di esserlo o avevano comunque chiesto di unirsi alla campagna. I coordinatori dichiararono apertamente la loro intenzione “di essere un giorno il nucleo di un movimento di disobbedienza civile che affronterà il regime di Mubarak”. [13]

Prove generali di nonviolenza

Frattanto una seconda pagine su Facebook, istituita per protesta contro l’uccisione poliziesca di un giovane egiziano, Khaled Said, attrasse centinaia di migliaia di seguaci diventando un canale chiave di disseminazione – e prova generale – delle strategie nonviolente.

Si organizzarono “folle lampo” (flash mobs), gruppetti in nero che si radunavano in certi punti specifici, ai bordi delle strade e con la schiena volta alla strada, per un certo periodo specificato. [14]

Il 25 gennaio

Il 17 dicembre il veniseienne tunisino Bouazizi si diede fuoco, innescando la rivolta tunisina, e 11 giorni dopo la pagina di Khaled Said promuoveva una marcia nazionale per il 25 gennaio (“Giornata Nazionale della Polizia”) richiedendo lo scioglimento del corpo di sicurezza statale.

Superando le aspettative degli organizzatori, centinaia – anziché decine – di migliaia di persone scesero in strada quel giorno, e il resto è storia.

Mantenere la pace

Il carattere prevalentemente nonviolento delle dimostrazioni – in particolare la decisione dei dimostranti di astenersi dall’impiego di forze letali – ebbe un ruolo chiave per guadagnare il sostegno pubblico ed evitare che l’esercito parteggiasse apertamente per il regime.

Durante scontri d’importanza cruciale sul ponte a quattro corsie Kasr al-Nile il 28 gennaio – probabilmente la giornata più decisiva della rivoluzione, in cui furono uccisi a centinaia – i manifestanti passarono ore a ricevere le bastonate della polizia prima che essa si dileguasse, permettendo ai rivoltosi di bruciare la sede del partito di governo. “La strategia era che i feriti si spostassero nelle retrovie e che altri li sostituissero; continuavamo a ruotare” spiegò poi Maher. [15]

Gli attivisti usarono sì la forza, per esempio per difendere Piazza Tahrir dagli attacchi dei picchiatori di Mubarak, ma fecero in modo di evitare che tale violenza difensiva sfuggisse al controllo. I dimostranti frugavano chi entrava nella piazza in cerca di armi [16], e un Tweeter annotò che “Quando i rivoltosi catturano delinquenti mercenari che sono lì a UCCIDERLI, li proteggono dalle botte per tutto il tragitto che ci vuole per consegnarli ai militari”. [17]

Tutta quella preparazione era ben valsa la pena.

Tre lezioni

Quali lezioni possono trarne gli attivisti occidentali?

Primo, che la persistenza è condizione necessaria, seppur non sufficiente, alla riuscita, e che si devono magari vivere parecchi anni di insuccessi per riuscire infine. Molti nel movimento per la pace ne saranno sin troppo consapevoli, ma è il caso di sottolinearlo ancora.

Secondo, l’importanza dell’addestramento e della preparazione.

Una delle ragioni per cui il movimento britannico contro la guerra non è stato in grado di intensificare le proprie azioni fino a una disobbedienza civile di massa dopo la storica marcia di un milione di manifestanti del 15 febbraio 2003, fu di non avere predisposto il lavoro di base. Il movimento anti-tagli [di bilancio] dovrebbe prenderne nota.

Tutto è possibile!

Terzo, e ultimo, che possiamo e dobbiamo pensare in grande.

Come ha detto in una recente intervista all’International Centre for Nonviolent Conflict il cofondatore di 6 Aprile, Ahmed Salah, [18]: “È molto importante che, per quanto dure o difficili diventino le cose, si abbia sempre fede nella possibilità dell’impossibile; tutto è possibile. Chi avrebbe creduto che la polizia egiziana, forse la terza maggior polizia al mondo dopo Cina e India, con oltre due milioni e mezzo di addetti, sarebbe stata sconfitta in un giorno o due? È aldilà dell’immaginazione. Eppure è avvenuto; e si guardi che cosa succede in tutto il Medio Oriente con gli arabi che cercano di ottenere la loro libertà allo stesso modo. Tutti vogliono la libertà, e allorché c’è speranza, allorchè non si molla mai, si continua a lottare, ci si arriva”.

PeaceNews invita gruppi in tutto il paese a contrassegnare la Giornata delle Forze Disarmate di quest’anno (25 giugno) tenendo letture pubbliche tratte da “Tweets from Tahrir: Egypt’s revolution as it unfolded, in the words of the people who made it” (Cinguettii da Tahrir: la rivoluzione d’Egitto come si è svolta, nelle parole di chi l’ha fatta” (OR Books, 2010). Si veda http://unarmedforcesday.wordpress.com.

Il co-curatore di Tweets, Alex Nunns, terrà un seminario sulla rivolta egiziana al campo estivo di Peace News di quest’anno, e (tecnologia permettendo) Gabriel cercherà di impostare un seminario basato sul gioco da computer People Power” del Centro Internazionale per i Conflitti Nonviolenti (www.peoplepowergame.com).

Note

[1] “Egypt protests: secret US document discloses support for protesters”, sito del Daily Telegraph, 28 January 2011.

http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/africaandindianocean/egypt/8289698/Egypt-protests-secret-US-document-discloses-support-for-protesters.html

[2] “Egyptian revolution fueled by non-violent activists”, Reuters, 13 April 2011. http://www.reuters.com/article/2011/04/13/us-egypt-revolution-idUSTRE73C18E20110413

[3] Vedi: “Rosa Louise Parks Biography”, http://www.rosaparks.org/index.php?option=com_content&view=article&id=118&Itemid=60; “Rosa Parks at Highlander”, http://www.highlandercenter.org/photo-gallery-rosa-parks.asp; e “Women’s Political Council”, http://mlk-kpp01.stanford.edu/index.php/encyclopedia/encyclopedia/enc_womens_political_council/

[4] Tweets, p.22

[5] Anche altri gruppi aiutarono a gettare i semi della ribellione (prevalentemente) nonviolenta dell’Egitto. Per esempio, la blogger Dalia Ziada ha tradotto in arabo un fumetto sul boicottaggio dei bus a Montgomery che fu distribuito in oltre 2.000 copie (nel sito www.hamsaweb.org/comic si può scaricare il fumetto in inglese, arabo, farsi, NdT); e l’ “International Center for Nonviolent Conflict” di Peter Ackerman ha aiutato ad addestrare gli attivisti al Cairo, comprese molte persone che ebbero un ruolo sia nelle ribellioni tunisine sia in quelle egiziane. Vedi: “Nothing Spontaneous About It”, Sojourners Magazine, May 2011(http://www.sojo.net/index.cfm?action=magazine.article&issue=soj1105&article=nothing-spontaneous-about-it,); “Shy US Intellectual Created Playbook Used in a Revolution”, New York Times, 16 February 2011 (http://www.nytimes.com/2011/02/17/world/middleeast/17sharp.html); e “Response to: “US non-violence centre trained Egypt activists” by Roula Khalaf”, Internationl Centre for Nonviolent Conflict, http://nonviolent-conflict.org/index.php/about-icnc/setting-the-record-straight/1447

[6] “That’s Enough”, Al Ahram, 29 December 2005, http://weekly.ahram.org.eg/2005/775/sc122.htm

[7] “A chronology of dissent”, Al Ahram, http://weekly.ahram.org.eg/2005/748/eg10.htm

[8] Molto materiale sull’AOC è tratto daEgyptian revolution fueled by non-violent activists”, Reuters, 13 April 2011. http://www.reuters.com/article/2011/04/13/us-egypt-revolution-idUSTRE73C18E20110413T. La sezione inglese del sito AOC è http://www.taghier.org/en/news.html.

[9] “Revolution, Facebook-style”, New York Times, 25 January 2009, http://www.nytimes.com/2009/01/25/magazine/25bloggers-t.html?pagewanted=all

[10] Egyptian revolution fueled by non-violent activists”, Reuters, 13 April 2011. http://www.reuters.com/article/2011/04/13/us-egypt-revolution-idUSTRE73C18E20110413T.

[11] “A Tunisian-Egyptian Link That Shook Arab History”, New York Times, 13 February 2011, http://www.nytimes.com/2011/02/14/world/middleeast/14egypt-tunisia-protests.html

[12] Vedi: “Fledgling Rebellion on Facebook Is Struck Down by Force in Egypt”, Washington Post, 18 May 2008 (http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/story/2008/05/17/ST2008051702711.html?hpid=topnews); “Going Underground in Cairo”, Washington Post, 18 May 2008 (http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2008/05/13/AR2008051302197.html); e “Revolution, Facebook-style”, New York Times, 25 January 2009, (http://www.nytimes.com/2009/01/25/magazine/25bloggers-t.html?pagewanted=all). Il gruppo 6 Aprile mobilitò centinaia di attivisti per scendere nelle strade durante l’assalto di Israele a Gaza nel 2008/9 con l’operazione “piombo fuso”.

[13] “Egypt’s Youth Build a New Opposition Movement, Call for Democratic Reform”, Associated Press, 16 September 2010, http://www.cnsnews.com/node/75374

[14] “Egyptian revolution fueled by non-violent activists”, Reuters, 13 April 2011. http://www.reuters.com/article/2011/04/13/us-egypt-revolution-idUSTRE73C18E20110413

[15] “A Tunisian-Egyptian Link That Shook Arab History”, New York Times, 13 February 2011, http://www.nytimes.com/2011/02/14/world/middleeast/14egypt-tunisia-protests.html. Tweets, p.59.

[16] “Egyptian revolution fueled by non-violent activists”, Reuters, 13 April 2011. http://www.reuters.com/article/2011/04/13/us-egypt-revolution-idUSTRE73C18E20110413

[17] Tweets, p.113

[18] “On the Ground” intervista con Ahmad Salah, co-fondatore del movimento giovanile 6 Aprile, 25 February 2011, http://www.nonviolent-conflict.org/index.php/learning-and-resources/on-the-ground/1547-ahmed-salah

 

28.05.11
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis
Titolo originale:
Revolutionary Homework
http://www.peacenewslog.info/2011/05/revolutionary-homework/

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