L’invecchiamento, non la sovrapopolazione… – Johan Galtung

…sarà la tendenza dominante della demografia del XXI secolo, scrive Gérard François Dumont su Le Monde Diplomatique del giugno 2011 (vedi l’edizione italiana pubblicata da Il Manifesto, pp. 9-10, ndt).

La popolazione mondiale era di 1,6 miliardi nel 1900, 6,1 miliardi nel 2000, diretta verso 9,1 miliardi nel 2050 – ma se anche tutti si spostassero negli USA la densità sarebbe minore che nella regione di Parigi, l’Ile de France. Allora, se si stabilizza la fertilità, può stabilizzarsi pure la popolazione, e con una bassa fertilità – dovuta anche all’invecchiamento – la popolazione mondiale può anche decrescere, come in Portogallo attualmente.

Le percentuali della popolazione mondiale per Cina-Africa-India rispettivamente erano 22%-9%-15% nel 1950. Attualmente sono 20%-15%-18% e si prevedono in 16%-22%-18% per il 2050. L’India supererà la Cina con 1,5 miliardi rispetto a 941 milioni nel 2100 (ONU), il che vuol dire più povertà dato che l’India sembra incapace di gestire le caste.[i] E l’Africa, già oltre un miliardo, supererà entrambe, il che vorrà dire meno povertà se la ricca Africa si libera dal neocolonialismo occidentale, oggi perfino militare, essendo usata la Libia come testa di ponte.

Allora, l’invecchiamento, la “geronto-crescita”, persone sopra i 65 anni: 5.2%-7.6%-16.25% per il 1950-2010-2050 rispettivamente, con l’età media generale che si va spostando da 24 a 29 a 38 anni. Ossia, in cifre assolute: 130-417-1.486 milioni. Ovviamente, il saldo fra la crescita della popolazione generale e degli “anziani” varia da paese a paese, anche per via delle migrazioni; ma la tendenza mondiale è chiara. Già nei primi anni 1960 io stesso osservavo che la norma dei 2 figli era di gran lunga dominante nelle donne in età fertile in luoghi così distanti come la Sicilia in Italia e il Kerala in India. Con il tasso riproduttivo a 2.1 per donna lo scenario di fertilità calante sembra rilevante.

L’invecchiamento è spesso visto come un problema: sempre più pensionati, che non producono nulla, consumano solo, portatori di malattie sempre più costose, che insistono a restare in vita a meno che il dolore sia intollerabile.

Per me – andato in pensione presto, 15 anni fa, e più produttivo che mai – questa è null’altro che la legittimazione di una grottesca violenza strutturale dovuta al “pensionamento” obbligatorio”; la tirannia della classe dell’età di mezzo.

Che i giovani e le persone di mezza età vogliano negare ai più anziani lavori retribuiti che vogliono per sé è come negare alle donne istruzione e lavoro fuori casa. La discriminazione contro gli anziani (ageism nell’originale inglese, neologismo che non ha un corrispondente in italiano, se non si vuole usare il brutto etismo, ndt) funziona come il sessismo e il razzismo. Sì, gli anziani, come le donne, possono essere meno forti fisicamente rispetto a maschi robusti e muscolosi – ma con l’automazione (inclusi i trattori) e la crescita del settore economico simbolico, questo fattore importa meno. Piuttosto, il problema è trovare dei posti per maschi che hanno muscoli ma poco d’altro. Una cattiva soluzione sarebbe il militare, per la guerra, che forse già oggi è una delle ragioni dell’intensificarsi della brutalità e della stupidità di questa istituzione.

L’età media generale è aumentata da 37 anni nel 1900 a 69 nel 2010. La morbilità va spostandosi verso i disordini mentali (depressione uni- e bipolare). Il che tocca il vivo della questione. I posti di lavoro (jobs) sono procedure operative standard, per fare soldi, e possono essere sporchi, pericolosi, umilianti, noiosi; pesanti per corpo-mente-spirito. Il lavoro (work) è invece auto-realizzazione creativa e sviluppo umano interiore, di utilità sociale, in rete con altri per lo sviluppo sociale. L’ imbecille misura della crescita perpetrata su di noi dagli economisti tiene conto solo del valore aggiunto monetario di mercato (PIL/PNL, Prodotto Nazionale/Interno Lordo, che tuttavia è anche un buon indicatore della Distruzione della Natura), e trascura totalmente la crescita umana interiore o sociale esterna, positiva o negativa che sia. Noi basiamo le nostre economie sul lavoro per i pochi che stanno in alto e sui posti di lavoro per i molti più in basso. Spremiamo stanchi limoni umani mediante posti di lavoro alienanti di modo che buttarli via come “pensionati” può sembrare una benedizione.

Ma anche in queste condizioni gli anziani hanno qualcosa che i più giovani non posseggono: l’esperienza. E’ vero, può trasformarsi in conservatorismo; “è come abbiamo sempre fatto”. Ma può anche arricchire le routine standard con un senso di varietà, di diversità nella condizione umana, mettendo in guardia dai pericoli, ma con una apertura alle opportunità. Saggezza.

Quindi la prima conclusione è promuovere un cambiamento da posto di lavoro a lavoro vero e proprio, e l’auto-impiego può avere un ruolo chiave nell’espandere quest’ultimo.

E la seconda conclusione è lavoro per tutti, indipendentemente da razza, genere ed età; con il pensionamento dal posto di lavoro o dal lavoro non come obbligo ma come scelta. Rispetto alla brutalità di un improvviso taglio dal 100% a 0 della vita produttiva da un giorno all’altro si possono ipotizzare tuttie le possibili formule di transizione, e la flessibilità è in aumento in questo campo.  Da cinque a tre giorni alla settimana, e così via. Maggiore è la gamma d’età in un’organizzazione, più è utile il dialogo intergenerazionale fra l’esperienza e la saggezza degli anziani e la conoscenza di neo-laureati e neo-amministratori aziendali. Generali e diplomatici pensionati (retired) spesso emanano più saggezza di coloro che sono solo stanchi (tired); essi usano la libertà d’espressione (ritrovata) per compensare la colpa della loro appartenenza in passato. Qualunque organizzazione trarrà vantaggio dal coltivare tale libertà prima del pensionamento senza avere bisogno di aspettare WikiLeaks.

La terza conclusione è che le persone lavorano per il piacere di farlo, per le sfide alla propria creatività, per una reale partecipazione anziché quella finta manifestata su un campo da golf. Chiavi essenziali per la salute. Privando di lavoro la gente, costringendola a posti di lavoro e al pensionamento, produciamo problemi sanitari che mettono ancor più alla prova le nostre economie in difficoltà.

Il lavoro è una bella modalità di vita; i posti di lavoro possono essere oneri necessari. Si usa il denaro per corromperci ad accettare posti di lavoro per campare. Una società razionale avrebbe un reddito per vivere – per il cibo, l’abbigliamento e l’abitazione – per tutti, e servizi sanitari gratuiti, istruzione gratuita dall’asilo alla laurea; rendendoci liberi di lavorare. Ma la prima infanzia, l’età inoltrata e l’istruzione, ricevere senza dare granché in cambio, sono anch’esse modalità di vita. Allora perché non oscillare fra tutte e quattro, come per l’istruzione della “terza età”, o fruire di anni di pensionamento come gli anni sabbatici dei professori, e poi lavorare finché morte non sopraggiunga? Molti fanno effettivamente così nella Società Civile, alla larga dal Capitale, senza aspettare una riforma di stato. Una modalità che produce salute, finanziata dai fondi per la pensione come reddito di base.

Pensionati di tutto il mondo, unitevi! Avete solo da perdere una morte precoce.

Nota

[i]. In un eccellente articolo, “Quality of Life: India vs China”, sulla New York Review of Books del 12 maggio 2011, Amartya Sen non cita problemi di casta. L’originale è disponibile al link http://www.nybooks.com/articles/archives/2011/may/12/quality-life-india-vs-china/?pagination=false&printpage=true ; per una traduzione si veda: “Non solo Pil: tra Cina e India la sfida ad aumentare la ricchezza ma anche la felicità”, al link

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-05-15/cina-india-crescono-solo-144744.shtml?uuid=AazzfRXD

13.06.2011
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale:
Aging, Not Overpopulation…
http://www.transcend.org/tms/2011/06/aging-not-overpopulation/

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