La grammatica dei conflitti – Recensione di Nanni Salio

Daniele Novara, La grammatica dei conflitti. L’arte maieutica di trasformare le contrarietà in risorse, Sonda, Casale Monferrato 2011.

Da tempo l’educazione alla pace è andata assumendo sempre più la forma di educazione alla trasformazione nonviolenta dei conflitti. E’ ormai largamente acquisito sia nella ricerca per la pace sia nel campo educativo che il conflitto non è sinonimo né di violenza né tantomeno di guerra, sebbene tale identificazione sia ancora largamente presente nei media, ma è invece una condizione esistenziale comune, dal micro al macro, che bisogna imparare ad affrontare positivamente.

Fin qui siamo grosso modo tutti, o quasi, d’accordo, almeno tra coloro che si occupano di cultura della nonviolenza. Ma lo siamo meno quando ci addentriamo nelle diverse scuole di pensiero e nelle diverse esperienze che sono state realizzate.

Una di queste è proposta da tempo da Daniele Novara, il quale si ispira all’importante contributo dato da Danilo Dolci nel campo della maieutica, con il suo lavoro iniziato negli anni 1950 tra i più diseredati contadini e braccianti della Sicilia, che proseguì nel corso di tutta la sua vita in moltissime iniziative educative in varie parti d’Italia.

Oltre al testo scritto da Daniele Novara, il libro raccoglie altri contributi di alcuni dei suoi collaboratori del Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti di Piacenza, frutto di sperimentazioni ed esperienze condotte nel corso degli ultimi decenni: diario dei conflitti, quadrante dei conflitti; negoziazione; mediazione.

Ma c’è un punto che mi pare importante sottolineare: le scuole di pensiero sono molte ed è buona norma per chi voglia fare ricerca/educazione e azione per la pace, confrontarsi criticamente con i fautori di altri approcci. Le esperienze sono ormai assai numerose, in tutto il mondo. Tuttavia, possiamo limitarci in questa sede a prendere in considerazione due tra le più note, oltre a quella proposta da Daniele Novara, che sono state oggetto di diffusione e applicazione anche in Italia, oltre che in molti altri paesi. La prima è la proposta di Pat Patfoort, centrata sul modello “maggiore-minore”. La seconda è quella del modello “ABC” del metodo Transcend di Johan Galtung.

Il modello della Patfoort si presta ad affrontare conflitti di scala micro e meso, ma molto meno di scala più ampia, il che vale anche per il metodo proposto da Daniele Novara.

Il modello di Galtung ha invece la “pretesa”, o l’ambizione, di applicarsi a tutti i conflitti dal micro al macro. Di recente, oltre ai testi elaborati direttamente da Galtung, è stato pubblicato un libriccino, che speriamo di vedere presto in edizione italiana, sull’esperienza di Sabona (Transcend University Press 2011), con la quale si cerca di applicare il metodo Transcend nel contesto della scuola, della famiglia e del lavoro.

I lavori di Novara e Patfoort sono centrati soprattutto sulle dimensioni relazionali, affettive, interiori (i vertici A, atteggiamenti, e B, dialogo e nonviolenza, del modello Galtung), ma non si dice praticamente nulla sul terzo vertice C (creatività) sul quale invece insiste molto la proposta di Galtung, avvalorata dalle numerose esperienze, esempi e casi di studio che presenta nei suoi scritti.

Ciascuno degli autori citati ignora totalmente i lavori degli altri. Perché?

Si riuscirà un giorno a uscire dai limiti autoreferenziali e fare un lavoro che permetta di acquisire conoscenze e competenze realmente utili per la trasformazione dei conflitti?

Ne abbiamo un enorme bisogno, perché se è vero che i conflitti sono una potenziale risorsa, è anche altrettanto vero che sono un potenziale pericolo, quando non siamo capaci di affrontarli positivamente e creativamente e lasciamo che degenerino verso la violenza. Questo è purtroppo vero, a maggior ragione, oggi, poiché l’intera umanità è coinvolta nel gigaconflitto planetario creato dal modello imperante del neoliberismo e del complesso militare-industriale-scientifico-corporativo-mediatico che ci sta trascinando nel gorgo della insostenibilità e instabilità globale. Bisogna agire prima che sia troppo tardi, ma per farlo occorre perfezionare e affinare gli strumenti di cui disponiamo per la trasformazione nonviolenta dei conflitti.

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