Economia di guerra e di pace (seconda parte) – Dietrich M. Fischer

VI. RIFORMA DELLE NAZIONI UNITE

Secondo il principio di sussidiarità, ogni tematica dovrebbe essere decisa al livello più basso che coinvolga tutti coloro che ne sono toccati. Alcuni problemi sono di natura globale e non possono essere risolti efficacemente a livelli inferiori a quello mondiale. Un esempio è la prevenzione della proliferazione di armi nucleari. Se anche un solo paese vende tecnologia per armi nucleari a chiunque sia disposto a pagarla, il mondo intero corre un grave pericolo. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) di Vienna, una delle molte organizzazioni dell’ONU, fu creata per contribuire ad attuare il Trattato di Non-Proliferazione del 1970, che cerca di prevenire la diffusione delle armi nucleari. Attualmente, può ispezionare impianti sospettati di produrre armi nucleari solo con il permesso dei governi che li ospitano. Se un sospetto contrabbandiere di droga potesse dire a una guardia confinaria “Può controllare il mio comparto porta-oggetti ma non aprire il baule”, tale “ispezione” sarebbe senza senso. Il mandato della IAEA dovrebbe comprendere il diritto di fare ispezioni casuali non annunciate senza diritto di veto del governo interessato.

Oggi, molti governi s’oppongono a tali ispezioni casuali come violazioni della propria sovranità nazionale. Analogamente, quando i servizi di sicurezza delle compagnie aeree cominciarono a frugare nei bagagli dei passeggeri in cerca di armi da fuoco ed esplosivi dopo una serie di dirottamenti fatali, molti si opposero considerando queste ispezioni una violazione del proprio diritto alla privacy. Ma oggi gran parte dei passeggeri sono favorevoli a tali precauzioni, sapendo di potere essere al sicuro solo se si ispeziona il bagaglio di tutti, compreso il proprio. I governi arriveranno alle stesse conclusioni prima o solo dopo che esploda la prima bomba nucleare terroristica?

Lo scopo principale per cui fu fondata l’ONU nel 1945 era di evitare un’altra guerra mondiale prevenendo aggressioni oltre confine. L’ONU è ammirevolmente riuscita in tale impresa, anche se lo si riconosce di rado nei media, pronti a concentrarsi su qualunque fiasco ma non sulle buone notizie “in quanto non notizie”. Secondo il SIPRI, il numero di guerre nel mondo è calato da 31 nel 1991 a 17 nel 2005, quasi tutte guerre civili. (Questa tendenza è sostanzialmente confermata anche negli anni seguenti, ndt.)

L’ONU è stata gravemente limitata nell’evitare guerre civili dalla clausola nella sua carta costitutiva per cui non deve interferire negli affari interni di qualunque stato membro. Se vogliamo ridurre l’insorgere di guerre, intra- come pure inter-statali, può essere necessario rivedere tale clausola. Secondo il diritto romano il capo-famiglia, “pater familias,” aveva assoluta sovranità sulla propria famiglia. Poteva vendere schiavi i suoi figli o picchiarli a morte, e lo stato non aveva diritto d’intervenire nei suoi affari interni di famiglia. Oggi consideriamo assurdo tale concetto, eppure rimaniamo attaccati alla nozione di assoluta sovranità statale.

È irrealistico aspettarsi che i cittadini possano sempre trovare giustizia nel proprio paese, particolarmente se perseguiti dal loro stesso governo e se esso controlla i tribunali. Per questa ragione, una recente importante aggiunta alla famiglia delle organizzazioni ONU è stato il Tribunale Penale Internazionale, fondato il 17 luglio 1998 a Roma, al quale possono appellarsi se necessario cittadini o minoranze etniche oppresse dal loro governo. La precedente Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja (detta anche “Tribunale Mondiale”), subentrata alla Corte Permanente di Giustizia Internazionale insediata nel 1921, può solo trattare casi addotti da un governo contro un altro, non da singoli cittadini.

Molte fra le organizzazioni internazionali affiliate all’ONU forniscono prestiti (come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale) o consulenza tecnica o di altro genere (come l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, l’Organizzazione per lo Sviuppo Industriale, e molte altre). Queste funzioni hanno un ruolo prezioso nel promuovere lo sviluppo e nell’aiutare a ridurre la diseguaglianza economica come fonte di conflitto. Ma talora i problemi hanno radici più profonde che una semplice mancanza di conoscenza o di risorse, e si possono far risalire a sistemi legali inadeguati e a una mancanza di responsabilità.

Un sistema legale affidabile e ben funzionante è una delle condizioni più importanti per la pace e lo sviluppo. Se la gente non può trovare giustizia con mezzi legali, sarà spesso tentata di ricorrere alla violenza. E così, se i profitti aziendali possono essere sottratti impunemente da funzionari corrotti, si scoraggia l’investimento e la crescita economica. Se è più facile arricchirsi controllando l’esercito o la polizia che producendo merci che la gente sia interessata a comprare, i più ambiziosi complotteranno per afferrare il potere con la forza anziché programmare di avviare imprese economiche.

Per risolvere questo problema può essere utile istituire una nuova agenzia ONU: un Centro per l’Istruzione e la Ricerca Legale (Center for Legal Education and Research, CLEAR). I più autorevoli studiosi di diritto e i legislatori di tutto il mondo potrebbero operare insieme per scambiarsi opinioni e studiare quali costituzioni e codici legali abbiano funzionato bene, a quali condizioni, quali problemi e insidie abbiano incontrato, e perché. Potrebbero rendere disponibili a livello mondiale le proprie considerazioni e formare alcuni fra i migliori studenti di legge. In tal modo i paesi potrebbero imparare dai reciproci successi e fallimenti senza dover ripetere tutti gli errori e patimenti già sopportati da altri.

Un’altra agenzia che può essere utile per promuovere la responsabilità democratica è l’Istituto Internazionale per la Democrazia e l’Assistenza Elettorale (International Institute for Democracy and Electoral Assistance, IDEA) fondato nel 1995 a Stoccolma con 14 paesi membri iniziali, che assiste i paesi che chiedano aiuto a monitorare le elezioni e a stampare le schede. Merita di essere rafforzato ed espanso. L’ex-presidente USA Jimmy Carter, che ha partecipato a molti sforzi per mediare e porre fine a varie guerre e per monitorare le elezioni, ha fatto notare che in una guerra civile, entrambi i contendenti sono di solito convinti che la gran maggioranza della gente sia dalla loro parte. Se li si può rassicurare su elezioni libere ed eque, che si aspettino di vincere, entrambi saranno spesso disposti a deporre le armi e risolvere la disputa con schede elettorali anziché proiettili. È importante accertarsi che non ci siano frodi elettorali e che tutti i partiti abbiano accesso equo agli elettori mediante i media prima delle elezioni. Ugualmente importante è garantire che i risultati elettorali siano poi onorati da tutti i partiti. Se chi rovescia con la forza un governo legalmente eletto, o gli impedisce di assumere le funzioni, dovesse automaticamente trovarsi di fronte a forti sanzioni della comunità internazionale, ci sarebbero meno colpi di stato militari. Una tale istituzione può avere un ruolo importante nel prevenire o far terminare guerre civili.

Amartya Sen ha osservato che nelle democrazie non sono avvenute gravi carestie perché un governo che permettesse una carestia non verrebbe rieletto. Inoltre si sono scoperti livelli di inquinamento tra i peggiori nelle ex-economie a programmazione centrale, dove si puniva qualunque critica della condotta ufficiale. Una stampa libera, che denunci sistematicamente situazioni negative affinché possano venire corrette, è un aspetto essenziale della democrazia. Essa svolge un ruolo analogo a quello dei globuli bianchi nel corpo umano, costantemente alla ricerca di germi da eliminare prima che possano moltiplicarsi e diffondersi per tutto il corpo.

 

Immanuel Kant predisse nel 1795 che se le persone che devono combattere e morire in caso di guerra potessero votare, sceglierebbero governi che non entrino in guerra. Questo non si è dimostrato vero: anche le democrazie hanno fatto molte guerre. Ma è notevole che finora non ci siano state guerre fra due democrazie. Il che lascia aperta la speranza che con la diffusione della democrazia in tutto il mondo le guerre calino parecchio, se non spariscano del tutto.

Se scoppia la guerra nonostante i migliori sforzi per evitarla, può intervenire una forza di peacekeeping ONU per far cessare i combattimenti. Durante la guerra fredda ebbero luogo poche operazioni di peacekeeping perché il Consiglio di Sicurezza ONU, che deve autorizzare tali operazioni, veniva di solito paralizzato dal veto di una delle due superpotenze. Dal 1989, si sono realizzate più operazioni di peacekeeping che durante i 44 anni precedenti.

Si sono generalmente introdotte forze di peacekeeping solo per rispettare tregue dopo la conclusione di un accordo di cessate il fuoco su invito di ambo le parti di un conflitto; ruolo utile ma limitato. Se si ha il potere di fermare un criminale che picchia una vittima solo se “ambo le parti” sono d’accordo, si sarà effettivamente impotenti. C’è bisogno anche di un’imposizione di pace ONU a richiesta di un solo contendente di intervenire sul proprio territorio, in caso d’aggressione o di percezione di una minaccia d’aggressione.

 

VII. FINANZIAMENTO DEL SISTEMA ONU

Tinbergen osservava che per quasi ciascun ministero a livello nazionale esiste un’organizzazione internazionale corrispondente: la FAO equivale a un ministero dell’agricoltura, la WHO/OMS a un ministero della sanità, l’UNESCO a un ministero della pubblica istruzione, e così via. Quasi tutti i governi ben gestiti hanno anche tre principali istituzioni finanziarie: una banca d’investimenti, una banca per la riserva valutaria e un ministero del tesoro. Alla banca d’investimenti corrisponde la Banca Mondiale; alla banca di riserva, in senso limitato, il Fondo Monetario Internazionale; ma non c’è nulla che corrisponda a un ministero del tesoro, che pure, raccogliendo redditi per finanziare tutte le altre operazioni di un governo nazionale, è il settore più essenziale. Senza un ministero del tesoro qualunque governo nazionale crollerebbe presto. Tinbergen perciò chiedeva la creazione di una sorta di Tesoreria Mondiale (World Treasury).

L’assetto odierno, in cui si valutano i paesi in base a quote di contribuzione per l’ONU, ma senza sanzioni per tardivi o mancati pagamenti, funziona malamente. Anche se il bilancio ONU è modesto (1,8 miliardi di dollari, circa metà dei 3,3 miliardi del bilancio annuo del dipartimento di polizia di New York City), l’organizzazione è prossima all’insolvenza. Molti paesi sono in ritardo con i pagamenti, particolarmente gli USA, che nel 2007 dovevano 785 milioni di dollari di arretrati, ossia 58% di tutto il dovuto in sofferenza. I bilanci combinati dell’ONU e delle sue agenzie specializzate, comprese le operazioni di peacekeeping, ammontano a 20 miliardi di dollari annui, meno del 2% delle spese militari mondiali.

Qualcuno ha criticato l’ONU come organismo burocratico ipertrofico e inefficiente. Altri fanno notare che, ad esempio, nel 2007 il Pentagono aveva un bilancio di 532,8 miliardi di dollari USA. Con un personale relativamente modesto, l’ONU serve 192 nazioni-membro, non solo un paese, e fa parecchio per promuovere la pace, lo sviluppo, l’istruzione, i diritti umani e la protezione ambientale.

James Tobin ha proposto una piccola tassa sulle transazioni in valuta estera per contenere i mercati valutari molto volatili e per dare ai governi più autonomia nel perseguire politiche socialmente desiderabili —come abbassare i tassi d’interesse per superare una recessione o una rigorosa politica monetaria per combattere l’ inflazione — senza dover affrontare reazioni contrarie dai mercati finanziari mondiali. Se i tassi di cambio valutario fossero meno erratici e più prevedibili, ciò incoraggerebbe un maggior commercio internazionale e un maggior investimento estero giovando molto all’intera economia mondiale. Come vantaggio collaterale, tale tassa, raccolta dai governi nazionali sul proprio territorio, potrebbe venire in parte usata per contribuire al finanziamento della famiglia di organizzazioni ONU. Ogni anno si scambiano da una valuta all’altra circa 500 trilioni di dollari, oltre 10 volte il valore stimato del prodotto economico annuo globale di 46.6 trilioni di $ nel 2006. Una tassa sugli scambi dello 0,1%, per esempio, pur dimezzando il volume di transazioni valutarie, renderebbe approssimativamente 250 miliardi di $ annui. Se anche i governi nazionali ne tenessero il 90% contribuendo solo con il 10% a una Tesoreria Mondiale, sarebbe più che sufficiente per finanzare l’ONU e tutti i suoi enti specialistici, permettendone una sostanziale espansione finanziaria per uno sviluppo sostenibile e il peacekeeping. Questa tassa non è mai stata sperimentata, ma sarebbe un’idea eccellente, dato che contribuirebbe a stabilizzare i tassi di cambio, facilitando così il commercio internazionale, e per di più sostituirebbe i contributi nazionali al sistema ONU dando ancora gettiti aggiuntivi ai singoli governi.

Un’analoga piccola tassa sulle transazioni di capitale azionario potrebbe aiutare a stabilizzare le borse valori dalle fluttuazioni incontrollate, senza impedire l’aggiustamento dei prezzi azionari alle realtà di mercato, e contribuirebbe a incrementare il gettito fiscale o a ridurre altri tributi.

Un’altra potenziale fonte di gettito sono i dazi sulle emissioni di gas climalteranti, per esempio la carbon tax. Essa servirebbe a scoraggiare la combustione di combustibili fossili e a risparmiare al nostro pianeta il riscaldamento globale, che può portare alla fusione dei ghiacci delle calotte polari e inondare le zone costiere, comprese alcune megalopoli. Una tassa sui gas distruttivi dell’ozono servirebbe a ridurne l’uso, salvando lo strato d’ozono che ci protegge dalle radiazioni ultraviolette cancerogene.

Paradossalmente, imporre una tassa sugli inquinanti non aumenterebbe le tasse in generale ma anzi contribuirebbe a ridurle. È facile a vedersi con il seguente esperimento mentale: se la benzina fosse gratis al distributore, finiremmo per pagarla di più, non di meno, perché molti comincerebbero a sprecarla e alla fine i contribuenti dovrebbero coprirne comunque i costi, indipendentemente da quanta benzina abbiano effettivamente usato. In questo stesso modo abbiamo generalmente gestito l’aria pulita e l’acqua pura: fingendo che siano gratis, ne abbiamo incoraggiato lo spreco pagandone un prezzo decisamente troppo alto — se non sempre finanziariamente, di certo con la nostra salute.

Un’altra fonte potenziale di gettito per una Tesoreria Mondiale sono le aste sulle risorse globali. Un’asta del Tesoro USA del 1995 su una piccola porzione dello spettro di frequenze elettromagnetiche nazionali rivolta alle aziende proponenti servizi di telefonia mobile produsse un introito di quasi 8 miliardi di dollari. Analogamente, si potrebbe assegnare ai maggiori offerenti il numero limitato di 180 posizioni dei satelliti geo-stazionari. Altre risorse sono i diritti minerari sul fondo marino al di fuori della giurisdizione di qualunque paese.

Tali aste potrebbero anche evitare dei conflitti. Quando si scoprì il petrolio nel XIX secolo in Texas, non c’erano regole. Appena qualcuno ne scopriva un po’, altre aziende si precipitavano in loco a perforare per procurarsene una parte. Si resero conto ben presto che in tal modo non avrebbero mai potuto fare dei guadagni. E oggi apprezzano che il governo USA conceda diritti esclusivi di perforazione al maggior offerente per un lotto di territorio. Pagano qualcosa, ma in cambio godono la sicurezza e la serenità di esplorare senza timore che se trovano petrolio qualcuno glielo possa portare via.

Serve un analogo servizio anche a livello globale per evitare guerre future per le risorse globali. Nessun governo nazionale può far valere il diritto di assegnare all’asta tali risorse globali ad altri paesi. Solo l’ONU, o una Tesoreria Mondiale investita di questo compito, sarebbe accettata da tutti i paesi come banditore legittimo e imparziale. Tali aste aiuterebbero anche a ottenere fondi quanto mai necessari per affrontare problemi globali. Ovviamente, un consiglio internazionale di personalità autorevoli, o in ultima istanza un parlamento mondiale eletto, dovrebbe sovrintendere all’uso proprio di questi finanziamenti per assicurarne un uso responsabile.

Ai paesi in via di sviluppo che non possono ancora competere su una base uguale in tali aste può essere data una quota equa, ad esempio allocando 50% delle risorse globali secondo l’attuale popolazione e vendendo il resto all’asta. Questi paesi si avvantaggerebbero ulteriormente da tali aste poiché si renderebbero disponibili maggiori risorse per finanziare progetti di sviluppo.

Questo metodo per finanziare lo sviluppo globale, la protezione dell’ambiente, e il peacekeeping ha vari vantaggi: primo, libera i governi dal pagamento di contributi; secondo, dà all’ONU e alla sua costellazione di otganizzazioni internazionali una fonte più affidabile di fondi per far fronte ai bisogni globali urgenti; terzo, evita negoziati difficili e che creano divisioni su come ogni paese dovrebbe contribuire, dato che le aziende nei paesi più ricchi saranno naturalmente in grado di pagare di più; quarto, utilizza principi di mercato per migliorare l’efficienza di allocazione di risorse scarse; quinto, incoraggia la conservazione delle risorse; e sesto, aiuta a evitare eventuali guerre future per tali risorse.

Un altro approccio per finanziare il peacekeeping internazionale, proposto da Hazel Henderson e Alan F. Kay, consiste nell’offrire una copertura assicurativa contro l’aggressione. I paesi più interessati probabilmente sarebbero inzialmente quelli più piccoli, a mala pena in grado di mantenere forze militari alla pari di potenziali avversari. Quest’idea sfrutta il concetto delle economie di scala: che ogni paese mantenga proprie forze difensive è altrettanto dissipativo che se ogni casa di una comunità mantenesse il proprio camion dei pompieri.

I paesi che prendono precauzioni extra per evitare la guerra, come accettare di risolvere dispute con la mediazione o l’arbitrato, potrebbero venire assicurati a tassi ridotti, proprio come case costruite con materiali ignifughi e provviste di estintore possono ottenere premi assicurativi antincendio più bassi.

Un grande vantaggio di un’Agenzia Assicurativa ONU rispetto alla situazione attuale in cui il Segretario Generale ONU deve appellarsi a paesi membri riluttanti affinché contribuiscano con truppe per operazioni di peacekeeping, è che sarebbe del tutto opzionale. A nessun paese verrebbe richiesto di pagare tale assicurazione, ma quelli che lo facessero acquisirebbero il vantaggio che chiunque li minacciasse si troverebbe di fronte una forza internazionale permanente che verrebbe automaticamente impegnata nella difesa del paese e sarebbe pronta con un breve preavviso. Una tale reazione rapida e certa dovrebbe decisamente dissuadere potenziali aggressori e pertanto potrebbe essere necessario farvi ricorso raramente.

Una forza ONU permanente di peacekeeping consistente di volontari reclutati individualmente avrebbe vari altri vantaggi sui contingenti militari forniti da membri ONU: la reazione sarebbe rapida, il che potrebbe salvare molte vite umane in caso di emergenze come quella del genocidio del 1994 in Rwanda. La loro lealtà primaria sarebbe rivolta all’ONU stessa anziché alla propria struttura nazionale di comando, e si addestrerebbero insieme agendo in modo più efficace. Verrebbero addestrati per far cessare i combattimenti e aiuterebbero a evitare la guerra anziché a vincere battaglie, come nella formazione degli eserciti tradizionali.

Oltre ad aiutare a proteggere paesi contro le aggressioni e a mantenere le tregue nelle guerre civili, una tale forza di pronto intervento potrebbe anche essere impiegata velocemente per assistere i profughi e intervenire in caso di disastri naturali o industriali, come terremoti, alluvioni, incidenti a centrali nucleari, perdite di sostanze chimiche velenose, o altre emergenze ovunque al mondo.

Tutti questi modi di aiutare a finanziare il sistema ONU fornirebbero un utile servizio alla comunità mondiale e contribuirebbero ulteriormente alla ricerca fondi.

 

VIII. SANZIONI ECONOMICHE

Data la grande distruttività delle armi moderne e al tempo stesso la crescente interdipendenza economica di tutti i paesi, è sorto un rinnovato interesse a esplorare le sanzioni economiche come alternativa all’utilizzo della forza militare per esercitare pressione sui governi affinché desistano dall’aggressione o da gravi violazioni dei diritti umani. I successi ottenuti sono stati parziali. Su 103 casi di sanzioni esaminati da Hufbauer e Schott, solo circa il 30% hanno avuto successo. Le sanzioni imposte da un solo paese sono riuscite di rado. Comunque, dei 10 casi di sanzioni internazionali approvate dal Consiglio di Sicurezza ONU, tutte quante sono state efficaci, comprea quelle contro il Sud Africa, che persuase gli imprenditori locali a unirsi alle forze contrarie all’apartheid.

Per rendere efficaci le sanzioni, bisogna realizzare varie condizioni.

1. Prevedibilità: se le sanzioni sono imposte arbitrariamente, senza precise condizioni applicative, la popolazione che le subisce attribuirà la responsabilità alle potenze straniere che le impongono, non al proprio governo che le ha provocate con le sue politiche. Galtung ha ammonito che sanzioni arbitrarie possono provocare sentimenti nazionalisti e unire la gente attorno al proprio governo assediato.

2. Ampio sostegno: per essere efficaci, le sanzioni devono essere stringenti. Anche pochi paesi che rifiutino di partecipare approfittando degli alti prezzi del mercato nero possono minare l’effetto delle sanzioni. Può essere necessario imporre sanzioni anche a paesi che ne violino l’applicazione, per far rispettare la partecipazione universale. Al tempo stesso, può essere necessario compensare in qualche misura i paesi vicini che soffrono sproporzionatamente per l’interruzione degli scambi commerciali da parte della comunità internazionale.

3. Bassi costi: se le sanzioni impongono un alto prezzo interno, come una grossa perdita di posti di lavoro, sono difficili da sostenere politicamente.

4. Compassione: un regime che non si cura del benessere della sua gente è difficilmente influenzato da sanzioni economiche che colpiscono i poveri. Si dovrebbero programmare con cura le sanzioni affinché colpiscano solo le élite decisionali, per esempio congelandone i conti presso banche estere e rifiutando alla loro compagnia aerea di bandiera i diritti di atterraggio all’estero. In passato, le sanzioni hanno spesso colpito gente innocente, come forze d’opposizione democratica e bambini, causando grosse perdite di vite umane. Punire un’intera nazione indiscriminatamente si può paragonare a far saltare per aria un intero aereo per uccidere il dirottatore.

 

IX. NUOVI ASPETTI DI SICUREZZA INTERNAZIONALE: LA RICERCA PER LA PACE

Nel 1988 fu fondata da Robert J. Schwartz l’organizzazione “Economisti per la Pace e la Sicurezza” (già Economisti Contro la Corsa agli Armamenti). Oggi essa è presente in paesi dei cinque continenti con oltre un migliaio di aderenti, compresi vari premi Nobel in economia. Suo obiettivo è tener conto dei contributi specifici che sanno dare gli economisti alla ricerca per la pace. I rappresentanti di ogni professione hanno il compito e la responsabilità di fare quel che possono per aiutare ad assicurare la sopravvivenza umana, pur non essendo direttamente responsabili dei problemi globali.

L’economia è forse la più sviluppata fra le scienze sociali, in quanto usa dati empirici, metodi quantitativi, modelli matematici, ragionamento scientifico, e modelli di ottimizzazione. Il concetto di benessere umano, centrale all’economia, deve comprendere la sicurezza per essere completo. Gli economisti dovrebbero preoccuparsi meno dei tassi di crescita economica e dei valori di borsa, che avvantaggiano sproporzionatamente una piccola minoranza di superricchi, e più della soddisfazione dei bisogni umani, specialmente dei più bisognosi. Quando una natura generosa come la nostra e un’umanità che lavora così sodo si trovano di fronte a un mondo con livelli tanto elevati di degrado ambientale, negazione dei bisogni umani fondamentali, diseguaglianza e crisi economiche, c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato.

Gli economisti possono applicare i loro strumenti analitici per indagare le cause della guerra ed esplorare le strategie non-militari per il mantenimento della pace. Essi hanno famigliarità con il concetto dei grandi sistemi in cui interagiscono molte variabili che possono rafforzarsi o indebolirsi a vicenda. Attualmente viviamo in quel che possiamo chiamare un “sistema di guerra”, dove una serie di andamenti intrecciati, come la povertà, i disastri ecologici, le dittature, l’assenza di diritto internazionale effettivamente applicabile e la redditività del commercio di armamenti, hanno portato a una lunga serie di guerre chiuse in circoli viziosi. In certe parti del mondo, ci sono elementi emergenti di un “sistema di pace”, come l’espansione della cooperazione economica fra nazioni e modalità di comporre dispute mediante negoziati e procedure legali vincolanti. I possibili esempi comprendono l’Unione Europea e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Anche l’ONU ha un ruolo importante in tale sistema di pace globale in costruzione.

Quali sono le condizioni necessarie a garantire la pace, la prosperità, e un ambiente vivibile per le future generazioni? Pochi propugnano la guerra, la povertà, l’inquinamento, o le violazioni di diritti umani. Perché allora ne constatiamo tante? È dovuto all’egoismo umano, alla miopia e all’ignoranza, oppure a un sistema legale inadeguato? Tutti questi fattori e altri ancora entrano in gioco. Possono essere considerati come disfunzioni di sistemi regolatori di retroazione (feedback). Qualunque sistema in grado di funzionare, sia in natura sia nella società umana, ha bisogno di una serie di meccanismi di feedback per mantenerlo in uno stato di salute o ripristinarne le condizioni in presenza di deviazioni.

Un sistema regolatorio di feedback ha tre componenti principali: accordo su un obiettivo desiderabile, metodi d’identificazione di deviazioni dall’obiettivo, e meccanismi per riavvicinare il sistema all’obiettivo in caso di deviazione. Un esempio è il sistema legale in cui le leggi definiscono un comportamento accettabile, i tribunali determinano se qualcuno ha violato una legge, e polizia e carcere adempiono alla funzione di fare rispettare le leggi.

Un tale sistema di feedback può fallire in sei modi possibili: (1) non si trova nessun accordo sull’obiettivo (una questione di risoluzione del conflitto); (2) anche se gli obiettivi sono chiari, si possono non notare deviazioni da essi (una questione di osservazione); (3) anche se un problema è chiaro, quelli che debbono correggerlo possono non avere interesse a farlo perché le conseguenze ricadono su altri (una questione d’incentivi e anche di etica: se ci occupiamo gli uni degli altri o solo di noi stessi); (4) sebbene, alla fine, coloro che causano un problema ne subiscano le conseguenze anch’essi, possono non intervenire per tempo se le conseguenze sono tardive (una questione di programmazione futura); (5) anche se le conseguenze di un errore si sentono immediatamente, talvolta le persone agiscono irrazionalmente, contro i loro migliori interessi, per odio o pregiudizio (una questione di psicologia e di cultura); (6) forse la più frequente causa di problemi è che anche se se si è pienamente consapevoli e si desidera intervenire, può darsi che non si sappia come fare o che non si disponga delle risorse necessarie (una questione di scienza, tecnologia, educazione, e teoria economica). Consideriamo ciascuno di questi sei difetti vedendo quale ragionamento economico può contribuire a superarli.

1. Raggiungere un accordo: i metodi degli economisti per raggiungere un accordo consistono in negoziati per trovare scambi e trattati vicendevolmente vantaggiosi. L’uso della forza armata di solito non è uno strumento del comportamento economico. Un buon esempio di approccio economico alla soluzione di dispute internazionali è il Piano Marshall. Durante i negoziati di pace di Versailles dopo la prima guerra mondiale, Lord Keynes, in qualità di membro della delegazione britannica, ammonì che l’imposizione di enormi pagamenti riparatori alla Germania avrebbe creato risentimento e posto i semi per un’altra guerra. Si dimise quando il suo consiglio venne ignorato. Il trattato di Versailles effettivamente aiutò Hitler a salire al potere con la promessa di abrogarlo. Dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti impararono quella lezione. Dando assistenza economica ai paesi devastati dalla guerra, compresi gli ex-nemici, Germania e Giappone, li trasformò in suoi alleati.

2. Capacità di osservare: gli economisti sono ben consci che una precondizione per la formulazione e l’attuazione di politiche valide è avere dati affidabili. Se non siamo consapevoli di un problema, non si farà nulla per correggerlo. Quasi tutti i governi raccolgono vaste statistiche economiche per individuare qualunque deviazione da una condizione desiderata, quali un aumento della disoccupazione o dell’inflazione, così da essere in grado di prendere contromisure. C’è bisogno dello stesso tipo di occhi attenti per preservare la pace. Alla Prima Sessione Speciale dell’Assemblea Generale ONU sul Disarmo nel 1978, la Francia propose la creazione di un’Agenzia Internazionale di Monitoraggio dei Satelliti che potesse individuare le violazioni ad accordi sul controllo degli armamenti o preparativi d’aggressione. Fu sostenuta da 123 dei 125 paesi partecipanti, ma contrastata dalle due superpotenze. A guerra fredda finita, dovrebbe essere ripresa. Una tale agenzia potrebbe anche fornire avvisi precoci su siccità e altri disastri naturali. Un altro modo non dispendioso di individuare presto minacce alla pace potrebbe essere di avere dei centri di controllo delle crisi dove cittadini volontari riferirebbero di segni di pericolo o di sospette violazioni di diritti umani o di accordi internazionali, che potrebbero quindi essere indagati e trattati, se necessario, allo stesso modo in cui le città gestiscono numeri d’emergenza per denunce d’incendi o di delitti.

3. Incentivi: una nozione centrale dell’economia è che si agisce nel proprio interesse. Oskar Morgenstern diceva che se i politici e i generali che prendono decisioni sulla guerra e sulla pace dovessero combattere essi stessi al fronte in caso di guerra invece di mandare incontro alla morte dei giovani e sempre più anche delle giovani, avremmo meno guerre. La dottrina economica suggerisce anch’essa un approccio non-militare alla difesa: la ricerca della sicurezza comune per rendere più attraente la pace. Se altri ci percepiscono come una minaccia, cercheranno naturalmente di contrastare tale minaccia, la qual cosa a sua volta ci rende meno sicuri. Se vogliamo essere sicuri, dovremmo avere un ruolo utile, preferibilmente indispensabile ad altri paesi, in modo che sia nel loro stesso interesse mantenere buone relazioni con noi.

4. Programmazione futura: gli economisti sottolineano la necessità di investimenti. Un piccolo esborso adesso può rendere grossi benefici in futuro. Due esempi possono illustrare che lo stesso vale per una politica di sicurezza. Alexander Yakovlev, che divenne poi stretto consulente di Gorbachev e un architetto chiave della perestroika, che pose fine alla guerra fredda, era nel primo gruppo di 30 studenti sovietici che vennero negli Stati Uniti con una borsa di studio Fulbright nel 1958. Le poche migliaia di dollari per tale borsa di studio possono aver contribuito di più ad aiutare a porre fine al confronto nucleare fra le superpotenze che i miliardi di dollari in spese militari, con i quali si aggravò solo la tensione.

Un altro esempio mostra i benefici dell’intervento precoce. Nel 1992-93, tre membri di una organizzazione non-governativa, il Progetto sulle Relazioni Etniche con sede a Princeton, furono in grado di mediare un accordo fra il governo rumeno e i rappresentanti della minoranza ungherese in Romania, che pose fine al loro conflitto riconoscendo a tale minoranza il diritto di usare di nuovo la propria lingua nelle scuole e nei giornali locali in cambio della promessa di non volere la secessione. Quell’ accordo, raggiunto in due incontri di tre giorni ciascuno, può davvero aver evitato una guerra come quella che si verificò nell’ex-Jugoslavia. È molto più facile evitare i combattimenti prima che comincino piuttosto che fermarli dopo. Ci vollero quasi quattro anni e alla fine 60.000 truppe straniere per far cessare i combattimenti in Bosnia. Il che equivale a più di 10.000 volte le persone impiegate nel processo di mediazione, per un periodo oltre 100 volte più lungo, e a un costo che supera di un milione di volte la spesa delle sessioni di mediazione rumene. E, cosa di massima importanza, prevenire la guerra prima che scoppi salva delle vite umane.

I governi sono generalmente talmente sovraccarichi che tendono a reagire ai problemi solo dopo che hanno raggiunto livelli di crisi, invece di prevederli e prevenirli. Questo è come se dovessimo guidare a occhi chiusi, aspettando di sbattere contro un ostacolo e poi chiamare un’ambulanza invece di anticipare ed evitare i pericoli. Gorbachev propose la creazione di una commissione internazionale di ex-capi di stato ed eminenti scienziati e pensatori che potessero studiare i potenziali pericoli alla sopravvivenza umana e i modi per superarli, liberi dalla pressione di reagire quotidianamente all’ultima crisi.

5. Comportamento razionale: gli economisti consigliano di soppesare attentamente costi e benefici di varie linee d’azione, non di agire impulsivamente guidati dalle emozioni. Un’azienda che pratichi il razzismo o il sessismo non riuscirà ad assumere le persone più qualificate per un dato posto di lavoro. Analogamente, il nazionalismo e il razzismo possono portare un paese a perseguire politiche disastrose, con la Germania nazista come esempio primario. L’istruzione globale, in cui i bambini imparano a capire e rispettare altre culture, può essere uno dei modi migliori per superare il pregiudizio e il pensiero irrazionale.

6. Risorse: gli economisti si sono resi conto da tempo che quelle umane sono una delle risorse più preziose. Robert Muller, preside dell’Università ONU per la Pace in Costa Rica, ha proposto la creazione di un “Servizio di Pace Globale” per utilizzare il talento e la dedizione di persone disposte ad aiutare a risolvere problemi globali. Volontari di tutte le età e di diversi paesi potrebbero lavorare insieme per assistere vari enti ONU, come l’Alto Commissariato per i Rifugiati, la FAO, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Programma Ambientale ONU, l’Alto Commissariato per i Diritti Umani, o una futura ipotetica Agenzia ONU per la Mediazione e l’Arbitrato. Potrebbero anche lavorare per le migliaia di organizzazioni non-governative attive nel promuovere la pace, lo sviluppo, i diritti umani, e un ambiente pulito. Muller ha proposto che i giovani possano partecipare a questo Servizio Globale per la Pace invece del servizio militare, con finanziamento dai propri governi. Le amicizie che nascono fra giovani di diversi paesi tendono a durare per tutta la vita e possono successivamente fornire preziosi legami comunicativi utili per risolvere le crisi internazionali.

La scienza e la tecnologia moderne hanno dato all’umanità poteri senza precedenti. Possiamo comunicare istantaneamente da una parte all’altra del mondo, e l’automazione ha grandemente aumentato il potenziale per la produzione. Tali poteri possono essere usati per superare la miseria e la scarsità, fra le più antiche cause di guerra, ma hanno anche permesso di sviluppare armi con cui possiamo distruggerci. La scelta tocca a tutti noi.

 

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Dietrich Fischer, nato nel 1941 a Münsingen, Svizzera, è direttore della World Peace Academy (www.world-peace-academy.ch ) a Basel, Svizzera. Fa parte della rete TRANSCEND e dirige la TRANSCEND University Press (www.transcend.org/tup ).

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis
Titolo originale:
Economics of War and Peace, Overview
da: Encyclopedia of Violence, Peace and Conflict, a cura di Lester Kurtz, Academic Press, San Diego, California, seconda edizione 2008.

Una replica a “Economia di guerra e di pace (seconda parte) – Dietrich M. Fischer”

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