Umanitario, o intervento – Johan Galtung

Il problema sta nel termine “intervento umanitario”. “Umanitario” va bene: proteggere le vittime di uccisioni e repressioni autocratiche. Con le due convenzioni sui diritti umani del 16 dicembre 1966 come guida, possiamo anche voler proteggere le vittime dello sfruttamento economico e dell’alienazione culturale. Hanno tutti un diritto umano da proteggere, e “noi”, anche noi sull’altro lato dei confini di qualche stato, abbiamo un dovere umano di fare qualcosa.

Facciamo, cerchiamo di fare, o almeno dovremmo fare così, in paesi democratici impegnati nei diritti umani. Per la violenza della natura – tsunami, terremoti, tornado ed epidemie – ciò funziona bene sia entro sia fra gli stati. Per la violenza diretta di dittatori c’è un ampio consenso a fare qualcosa; per la violenza strutturale del mercato, o per l’indottrinamento culturale, molto meno. Ci sono tendenze verso una regionalizzazione, come la solidarietà UE con i paesi vittima del mercato nei PIG(S) – Portogallo, Irlanda, Grecia, (Spagna). E per le banche perfino una globalizzazione, verso un mondo senza confini che ne limitino la protezione. Fin qui, quindi, va bene.

Poi viene la parte “intervento”; come un intervento medico nel funzionamento di un corpo umano incapace di auto-riparazione, mediante il sistema immunitario, ad esempio. ll parallelo sociale sono rivolte nonviolente auto-correttive del corpo sociale che ristabiliscano o creino un governo del, per e da parte del popolo; che non fanno del male. C’è tuttavia un grosso problema, come s’è visto in Tunisia ed Egitto: l’autocrazia può avere radici al di fuori dei confini. Le rivolte interne possono dimostrarsi insufficienti contro potenti stati che puntellino da fuori o addirittura corrompano le élite militari e commerciali ben radicate. Una risposta sono le rivolte nonviolente in tali stati, ma non siamo arrivati generalmente tanto in là nella solidarietà globale.

E passiamo all’idea dell’intervento chirurgico con la precisione puntuale attribuita ai chirurghi. I corpi umani, come quelli sociali, sono complessi. Una patologia fa parte di una complessa anatomia-fisiologia, e di solito rispettiamo il giudizio medico. La competenza presuppone una conoscenza profonda.

Lo stesso vale per il corpo sociale, ma i militari che sferrano un “colpo chirurgico” per eliminare una patologia sociale possono essere disinformati sulle normali dinamiche sociali.  Sicché creano ad arte la società su cui intervenire in modo da far sì che l’intervento appaia razionale. Hanno un potente martello, e costruiscono un chiodo su cui battere, come ironizzò argutamente Mark Twain.

I paesi Occidentali hanno dei modi bizzarri per farlo, aiutati da media ossequiosi, per poi cadere nella trappola di credere alle loro stesse invenzioni.

Primo, una sociologia con un abitante – Gheddafi, Saddam Hussein o bin Laden (o Milosevic /Karadzic/Mladic-Ho Chi Minh-Mao-Castro) – che viene demonizzato per cui toglierlo di mezzo sembrerà la soluzione.

Secondo, una geografia di un sistema di stati con province e centri di potere, che ignora l’esistenza di clan, nazioni entro le nazioni, religioni e loro suddivisioni, forti autonomie locali sino alla struttura di villaggio. Una realtà molto diversa dalle linee tracciate da stranieri nelle sabbie dei deserti o in territori selvaggi, da governanti sovraccarichi di nozioni geometriche euclidee nella propria formazione, che usano righelli per tracciare linee rette sulle carte geografiche.

Terzo, una storia cieca verso il loro proprio ruolo, anche quando il problema può essere originato da loro stessi, come la costruzione dell’Iraq dalle rovine dell’Impero Ottomano. Ciò diventa ancor più assurdo quando ex-potenze coloniali – che non hanno mai del tutto accettato la fine del colonialismo dopo la seconda guerra mondiale – intervengono nel “loro” vecchio continente, addirittura nella “loro” vecchia colonia, come l’Italia in Libia. O la Francia in Costa d’Avorio, incapaci di ammettere di aver costruito un’assurdità là dove sarebbe stata preferibile una federazione non troppo vincolante fra il Nord musulmano e il Sud cristiano; per poi applicare una democrazia senza radici.

Quando intervengono i militari, la questione in gioco è la vittoria, nessun’altra soluzione; quando decidono i tribunali, la questione è la colpevolezza o l’innocenza, non chiedersi perché. Il successo sta nell’uccidere il demone o condannarlo all’Aja; NATO e Tribunale Penale Internazionale mano nella mano.  Saddam Hussein fu giustiziato senza adeguato processo, bin Laden con modalità extra-giudiziaria nella sua camera da letto, Karadzic-Mladic sono in attesa.

Eppure l’Iraq è più lacerato che mai da divisioni interne, e così pure l’Afghanistan. La Libia è meno complessa? Si presti attenzione a questi sette attori chiave:

Tripoli-Gheddafi: autocratico e brutale senza dubbio; ma cliente di nessuno dopo l’avvento al potere nel 1969 e l’estromissione della base aerea USA; con un suo ruolo per prezzi equi del petrolio, abitazioni per le classi a basso reddito, e per un’Unione Africana.

Bengasi: pro-democrazia; ma la rivolta è violenta, e sostenuta dall’esterno; una vittoria potrebbe facilmente condurre a un’autocrazia clientelare.

Al Qaeda: anti-Tripoli e anti-Bengasi per il loro laicismo, violenta, anti-democratica; ma che resiste contro la repressione dell’ islam.

L’Occidente: a favore di un dovere di protezione, e della democrazia; ma anche interessato a rientrare nel “proprio” vecchio paese/continente, per contratti sul petrolio disponibile a breve distanza, per il controllo di uno spazio mediterraneo contro una forte Unione Africana, per la propria influenza contro quella cinese, ecc.

Il Consiglio di Sicurezza ONU: la risoluzione 1973 autorizzava una zona di non sorvolo e l’applicazione del diritto di protezione (R2P) dei civili, ma non un cambio di regime e l’ occupazione; i paesi BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) + la Germania (50% dell’umanità) si sono astenuti perché il criterio non è stato applicato per Bahrain-Yemen.

La Lega Araba: molto divisa, solo 2 dei 22 membri hanno partecipato.

L’Unione Africana: incapace di agire risolutivamente per una soluzione. Ma si guardi una carta: i libici arrivano ben oltre, nel cuore dell’Africa.

“Confusa” è un eufemismo. Tutti e sette gli attori sono ambigui, e così pure le loro relazioni salvo che per l’odio e la violenza fra Tripoli e Bengasi nella propaganda occidentale.  Quando si rovesciano degli equilibri instabili possono volerci decenni per costruirne di nuovi; probabilmente da parte di libici, Unione Africana, BRIC, ONU, non della NATO.

Siamo ormai da oltre due mesi dentro un qualcosa che può durare vent’anni. I missili da crociera chirurgici lanciati dalle portaerei sugli aerei libici identificati potevano avere un senso, ma la l’Occidente vuole un cambiamento di regime “con ogni mezzo necessario”; non necessariamente umanitario. Il prezzo è l’occupazione, un intervento in profondità.

Ai margini del percorso storico che è stato seguito ci sono tutte le possibili offerte di tregua e di negoziato, le occasioni perse. E una qualche comprensione più profonda che potrebbe portare a risultati più positivi.

 

30.05.11 TRANSCEND Media Service
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale: HUMANITARIAN, Or INTERVENTION
http://www.transcend.org/tms/2011/05/humanitarian-or-intervention/

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