Economia di guerra e di pace (prima parte) – Dietrich M. Fischer

Il compito chiave della dottrina economica è contribuire a superare la violenza strutturale, la sofferenza e la morte lenta da povertà, la diseguaglianza e le strutture ingiuste della società globale. La teoria economica deve sviluppare metodi per soddisfare i bisogni umani fondamentali di ognuno. La maggior minaccia alla sopravvivenza e al benessere umani è la guerra nucleare. Riduzioni reciproche delle spese militari possono migliorare la sicurezza di ognuno, e rendere disponibili maggiori risorse per il soddisfacimento dei bisogni umani. La teoria economica può contribuire a una migliore comprensione di come possono essere risolti senza violenza i conflitti d’interesse, e di come possiamo costruire un sistema di pace costituito da politiche in reciproco rafforzamento che garantiscano il benessere generale e la trasformazione pacifica dei conflitti.

PRIMA PARTE

I. Risoluzione dei conflitti

II. Conversione economica e dividendo di pace

III. Ingiustizia come violenza

IV. Dinamica delle corse agli armamenti e della stabilità strategica

V. Rischi della guerra nucleare

SECONDA PARTE

VI. Riforma delle Nazioni Unite

VII. Finanziamento del sistema ONU

VIII. Sanzioni economiche

IX. Nuovi aspetti della sicurezza internazionale: ricerca per la pace

 

Parole chiave: bene pubblico, bisogni umani fondamentali, conversione economica, corsa agli armamenti, dilemma del prigioniero, guerra nucleare, ONU, sistema di pace, tassa Tobin, tesoreria mondiale, transarmo, trasformazione dei conflitti, violenza culturale, violenza diretta, violenza strutturale

 

GLOSSARIO

Arbitrato: due parti risolvono un conflitto chiedendo a una terza parte di scegliere un risultato imparziale. La decisione è vincolante.

Bisogni umani fondamentali: sopravvivenza, benessere economico, libertà e identità, contrari di morte, miseria, oppressione e alienazione.

Trasformazione del conflitto: tener conto di tutti gli obiettivi legittimi di tutte le parti in conflitto per trovare risultati reciprocamente accettabili e sostenibili.

Conversione: riorientare forze-lavoro, risorse e attrezzature dal militare al civile.

Violenza culturale: giustificazione della violenza diretta e di quella strutturale nella letteratura, nelle arti, nei media e nell’istruzione.

Violenza diretta: ferire e uccidere persone mediante una forza esercitata intenzionalmente.

Servizio di pace globale: volontari da tutto il mondo che operano insieme per la soluzione di problemi globali.

Mediazione: una parte esterna neutrale aiuta le parti in conflitto a esplorare soluzioni che potrebbero essere reciprocamente accettabili. Le proposte non sono vincolanti.

Ottimizzazione: trovare il risultato più desiderabile secondo un dato criterio, sottoposto a vincoli.

Ottimo paretiano: complesso di risultati in cui nessun interlocutore del negoziato può guadagnare alcunché senza che gli altri perdano qualcosa.

Sistema di pace: insieme di fattori che si rafforzano reciprocamente e promuovono la pace.

Dilemma del prigioniero: situazione in cui due parti agiscono apparentemente per il proprio interesse, ma finiscono per nuocersi tra loro.

Bene pubblico: bene che non può essere vantaggiosamente fornito da imprese private perché chi non paga per usufruirne non può essere escluso dal consumo. Inoltre, i costi per fornire quel bene non dipendono dal numero di utenti.

Violenza strutturale: morte e sofferenza causate da condizioni sociali ingiuste anziché da un’azione militare.

Sviluppo sostenibile: sviluppo economico che conserva la disponibilità di risorse essenziali e un ambiente vivibile per le future generazioni.

Tassa Tobin: tassa sullo scambio di valute estere per stabilizzarne i tassi di cambio.

Transarmo: transizione da un assetto militare offensivo a uno puramente difensivo o di difesa non-militare.

Sistema bellico: insieme di fattori che si rafforzano reciprocamente e promuovono la guerra.

Tesoreria Mondiale: agenzia dell’ONU, proposta da Jan Tinbergen, incaricata di procurare fondi per contribuire al finanziamento del sistema delle Nazioni Unite.

 

Fino a non molto tempo fa, gran parte degli economisti considerava la guerra un evento esterno non suscettibile di analisi economica, che di tanto in tanto sconvolge le condizioni normali entro le quali si applicano le leggi economiche. Ma Tinbergen, co-vincitore del primo premio Nobel in Scienze Economiche nel 1969, ha fatto notare che “La guerra influenza a tal punto il benessere umano che gli economisti devono levare la voce contro di essa”. Nessun problema tradizionalmente trattato dagli economisti minaccia la sopravvivenza dell’umanità in modo così immediato come la guerra nucleare. Per di più, le economie vengono penalizzate non solo dalla forza distruttiva della guerra, ma anche dalle spese militari, che superano i 3 miliardi di dollari al giorno a livello mondiale, quasi metà dei quali dai soli Stati Uniti. In anni recenti un numero crescente di economisti ha studiato le conseguenze economiche della guerra e delle spese militari ed esplorato le cause dei conflitti e la loro risoluzione nonviolenta, esaminando altresì l’allocazione di risorse alternative che contribuiscano alla pace e allo sviluppo sostenibile.

 

I. RISOLUZIONE DEI CONFLITTI

L’economia ha in larga parte a che fare con i metodi per conciliare conflitti di interessi. Per esempio, gli acquirenti preferiscono prezzi bassi, i venditori prezzi alti, e il meccanismo di mercato determina un prezzo equo di equilibrio tra domanda e offerta. Qualunque transazione mercantile volontaria è una soluzione cosiddetta “vinci-vinci” in cui gli acquirenti pagano meno e i venditori guadagnano più di quanto valga per ciascuno di essi l’oggetto della transazione. Tali soluzioni vinci-vinci, dove entrambe le parti guadagnano qualcosa, sono un modello per la risoluzione di conflitti che porti a risultati stabili.

I problemi che pongono maggiori difficoltà in economia non riguardano una semplice ottimizzazione, dove un singolo decisore ha il comando di tutto, ma conflitti d’interesse, dove due o più decisori indipendenti possono cercare di ostacolare i reciproci obiettivi oppure cooperare con reciproco vantaggio. La teoria dei giochi, originariamente sviluppata da John von Neumann e Oskar Morgenstern per spiegare il comportamento economico, è lo strumento principale di analisi dei conflitti e delle loro risoluzioni. Con la fine della guerra fredda l’attenzione principale si è spostata dall’analisi delle strategie per vincere le guerre ai metodi di risoluzione dei conflitti e di cooperazione globale. Si sono studiati i giochi cooperativi in altri contesti, sicché si è creata un’ampia letteratura su cui costruire.

Fisher e Ury sostengono con enfasi che per rendere fruttuosi i negoziati si dovrebbero esprimere chiaramente i propri obiettivi restando però flessibili in quanto ai modi per conseguirli. È importante ascoltare con attenzione i bisogni e gli interessi altrui. Se facciamo proposte unilaterali a nostro favore, non possiamo aspettarci che altri concordino e così danneggiamo i nostri stessi interessi. Essi presentano il seguente esempio per illustrare tale principio: durante i negoziati di pace del 1979 a Camp David, l’Egitto esigeva che l’intera penisola del Sinai gli venisse restituita. Israele era disposto a cederne la maggior parte ma non tutta. I negoziati erano sull’orlo della rottura. Ma esplorando gli interessi sottostanti anziché le posizioni affermate, il presidente Carter e i suoi consiglieri furono in grado di trovare un compromesso accettabile da entrambi. La principale preoccupazione dell’Egitto era la sua sovranità: non voleva cedere territorio a un aggressore straniero dopo secoli di dominazione coloniale. La preoccupazione principale d’Israele era la sicurezza: non voleva carri armati egiziani ai suoi confini. Dando il territorio all’Egitto ma tenendolo sgombro di forze militari nazionali e disponendo una forza internazionale di mantenimento della pace lungo il confine, si soddisfecero entrambe tali preoccupazioni.

Luce e Raiffa proposero che i negoziati non si fermassero appena trovata una soluzione accettabile reciprocamente, continuando la ricerca di ulteriori scambi vantaggiosi a entrambi fino al raggiungimento del limite ottimale di Pareto (o ottimo paretiano, ndt), ove né l’uno né l’altro potevano avere altri guadagni senza che la controparte dovesse cedere qualcosa. Nel negoziare un nuovo contratto fra direzione e dipendenti aziendali, anche dopo il raggiungimento di un accordo iniziale, entrambe le parti possono preferire un’altra soluzione che offra paghe maggiori contro un maggior tempo lavorativo durante un periodo di domanda insolitamente intensa. Analogamente, anche se due paesi hanno ricomposto una disputa territoriale, possono sentirsi entrambi meglio se uno di essi, altrimenti senza sbocchi al mare, ne ottiene uno contro la cessione di una maggiore porzione di territorio altrove. La ricerca sistematica di accordi internazionali nuovi o emendati che possano arrecare benefici a due o più parti può essere un’area molto importante di studi economici.

La cooperazione economica e legami più stretti dovrebbero servire a ridurre la minaccia di guerra e mantenere relazioni di reciproco vantaggio. Dopo la seconda guerra mondiale, l’economista francese Jean Monnet giunse alla conclusione che la cooperazione economica reciprocamente benefica fra Francia e Germania poteva contribuire a superarne l’ostilità secolare. Propose di istituire la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), che man mano si sviluppò sino a dar vita all’Unione Europea, che ha reso effettivamente impensabile un’altra guerra fra Germania e Francia. Da tale esperienza possono imparare altri paesi con relazioni tese. Sviluppare un commercio e imprese congiunte a reciproco vantaggio è qualcosa di relativamente facile da concordare perché i vantaggi sono appunto reciproci e ben visibili. La cooperazione su temi più facili da affrontare può aumentare la mutua fiducia e comprensione e preparare il cammino verso negoziati che in seguito riescano ad avere successo su punti più controversi.

Un modello ampiamente usato per spiegare un comportamento apparentemente irrazionale è il gioco del dilemma del prigioniero. Una semplice esempio è quello della concorrenza dannosa. Se uno di due distributori di carburante sullo stesso incrocio abbassa i prezzi, può aumentare i propri profitti sottraendo clienti all’altro concorrente; ma se abbassano i prezzi entrambi, possono continuare ad avere gli stessi clienti di prima, ma con meno ricavi. Quello che può sembrare vantaggioso se lo fa uno solo, può risultare dannoso agli interessi di entrambi i concorrenti se perseguono la stessa strategia. La vita di tutti i giorni offre numerosi esempi. Se un paese si arma, può ottenere superiorità militare. Ma se due rivali si fanno coinvolgere in una corsa agli armamenti, diventano entrambi meno sicuri e gravati dal peso di ingenti spese militari. Negoziati per un disarmo che conducano ad accordi verificabili e attuabili possono aiutare i due paesi a migliorare la loro sicurezza reciproca e riallocare risorse per far fronte ai bisogni della propria popolazione.

Si cita spesso la difesa nazionale come un esempio da manuale di “bene pubblico” perché protegge tutti i cittadini di un paese, che vi abbiano contribuito o meno. Per tale motivo non può essere fornita vantaggiosamente da imprese private e dev’essere finanziata dai governi con i proventi fiscali. Ma a livello internazionale, la spesa militare è un “male pubblico” perché le acquisizioni in armamenti di un paese minacciano la sicurezza dei suoi vicini.

Raramente si possono eliminare del tutto i conflitti, ma è possibile sviluppare metodi per gestirli senza guerra. Per esempio, c’è stata una lotta intensa fra Netscape e Microsoft sulla fornitura di accesso a Internet, ma non si sarebbero mai sognate di bombardarsi reciprocamente. Competono invece con una migliore qualità, prezzi più bassi, pubblicità, e talvolta cause in tribunale. I governi dovrebbero imparare da questi esempi.

Una volta, un affermato uomo d’affari criticò l’approccio spesso prepotentemente assertivo dei governi alle relazioni internazionali e propose la ricerca di aree di comune interesse come soluzione più fruttuosa invece di focalizzarsi sulle differenze. “Se mi siedo al tavolo negoziale con l’intenzione di raggiungere un accordo, non comincio col rompere i denti al mio interlocutore dirimpetto”, disse.

La trasformazione pacifica del conflitto, sviluppata da Johan Galtung, è un procedimento a tre fasi, che esplora tutti gli obiettivi delle parti mediante dialoghi separati, distingue gli obiettivi legittimi da quelli illegittimi, e trova soluzioni creative che soddisfino tutti gli obiettivi legittimi di tutte le parti coinvolte. Per esempio, l’auto-determinazione è un obiettivo legittimo che non preclude il diritto all’auto-determinazione di nessuna altra parte, mentre non lo è il dominio sugli altri. Un esempio di trasformazione riuscita di conflitto è il seguente. Perù ed Ecuador combatterono una serie di guerre per una regione di confine disabitata, relativamente piccola. Nel 1995, Galtung suggerì di rendere il territorio contestato una zona binazionale, amministrata congiuntamente da ambo i paesi, con un parco naturale per attrarre turisti recando reddito aggiuntivo a entrambi. Questa proposta portò a un accordo di pace nel 1998. I costi di una tale mediazione sono insignificanti rispetto a quelli di operazioni di pacekeeping per porre fine a una guerra dopo che sia scoppiata e, questione ancora più importante, si salvano molte vite umane.

 

II. CONVERSIONE ECONOMICA E DIVIDENDO DI PACE

L’Istituto Internazionale di Ricerche per la Pace di Stoccolma (SIPRI) pubblica un annuario con stime delle spese militari di ogni paese. Durante il culmine della guerra fredda, la spesa militare mondiale raggiunse quasi 1 trilione di dollari all’anno. Dal 1989 al 1998 andò calando, soprattutto nell’ex-URSS, ma da allora è aumentata nuovamente: nel 2005, è stata stimata a 1.118 miliardi, 48% dei quali negli USA, seguiti da Regno Unito, Francia, Giappone e Cina con 4-5% ciascuno. (Attualmente è circa 1,5 trilioni di dollari, ndt.)

Leontief e Duchin hanno usato un modello input/output dell’economia mondiale per analizzare le implicazioni economiche di vari livelli di riduzione delle spese militari. Tutti i paesi avrebbero beneficiato di tassi maggiori di crescita economica con minori spese militari perché potevano permettersi di investire di più nella propria economia civile.

Emile Benoit ha trovato una correlazione positiva fra la spesa militare e i tassi di crescita economica in taluni paesi in via di sviluppo. Altri autori (ad esempio Klein et al.), tenendo conto di altre variabili, hanno rilevato il contrario. Tale questione ha suscitato un lungo concitato dibattito. Alcuni credono che la spesa militare accresca il livello di competenza tecnica della popolazione in generale e spieghi in tal modo i tassi maggiori di crescita economica. Altri sostengono che potrebbe essere una confusione di causa ed effetto. Se qualcuno con redditi crescenti spende di più in consumi alcolici, non se ne può dedurre che il bere aumenti il livello di reddito, ma piuttosto che un maggior reddito permette una maggior spesa. Analogamente, un governo che possa permettersi di spendere di più per scopi militari può essere tentato di farlo.

Alcuni hanno fatto notare che tecnologie originariamente sviluppate per scopi militari hanno in seguito trovato applicazioni civili. Ma se si fosse indirizzato lo stesso talento ingegneristico e scientifico allo sviluppo di nuove tecnologie civili, i benefici sarebbero stati ben maggiori.

Durante la guerra fredda, da un terzo a metà dei fisici e ingegneri del mondo lavorarono allo sviluppo di nuovi sistemi d’arma. Dumas mise in evidenza che i datori di lavoro nel settore della difesa vengono rimborsati dal governo qualunque somma spendano, non esitando quindi a offrire alti stipendi e apparecchiature di ultima generazione ai migliori studiosi di ingegneria e scienze. Le aziende civili orientate al mercato non ottengono automaticamente il rimborso dei propri costi dai contribuenti; sono quindi in svantaggio nella competizione per i “migliori e più brillanti” ingegneri e scienziati. Il che rende anche più grave la perdita per l’economia civile.

Poiché molti governi sono disposti a spendere generosamente per i propri apparati militari, chi prende decisioni su acquisti di armi è meno attento dei consumatori privati, i quali spendono il loro denaro ottenuto con molto impegno. Chiunque arrivi alle tasche quasi senza fondo del denaro pubblico è tentato di spendere allegramente.

La fine della guerra fredda ha suscitato speranze di un grosso dividendo di pace sotto forma di una spesa militare ridotta che potesse venire riallocata per soddisfare bisogni civili. Il processo è stato più lento di quanto molti s’aspettassero per timore di perdita di posti di lavoro fra i dipendenti delle industrie militari. Se però gli stessi fondi in precedenza spesi a scopi militari fossero stati spesi a scopi d’istruzione, sanità, salvaguardia dell’ambiente e sviluppo di fonti d’energia rinnovabili, si sarebbero creati molti più posti di lavoro a parità di spesa. Per esempio, l’ex-segretario alla difesa USA Weinberger sollecitava maggiori spese militari dicendo che ogni miliardo di dollari spesi dal Pentagono creava 30.000 posti di lavoro; ma non diceva che lo stesso miliardo speso nell’istruzione avrebbe creato 70.000 posti di lavoro, sicché l’averli spesi per la difesa in realtà ne fornì 40.000 in meno.

La conversione di posti di lavoro dal settore muilitare a quello civile richiede una programmazione complessiva. Weida ha stimato che il ripristino ambientale di tutti gli impianti di produzione d’armi nucleari creerebbe più posti di lavoro ancora che il loro attuale funzionamento. L’Istituto di Ricerca sul Disarmo dell’ONU ha sponsorizzato uno studio che faceva notare con insistenza che il disarmo può paragonarsi a un processo d’investimento: ci possono essere costi iniziali di riconversione, ma ne scaturiscono futuri benefici sotto forma di maggiori output per l’economia civile.

In presenza di volontà politica, la sfida della riconversione non pone alcun ostacolo al disarmo. Per esempio, come ha fatto notare Kenneth Boulding, dal 1945 al 1946 ben un terzo di tutta l’economia USA fu convertita dal militare al civile, e la disoccupazione non superò mai il 3%. Dimostrando che ciò è possibile, gli economisti possono contribuire a generare un sostegno pubblico alla riconversione.

Anche solo una piccola frazione della spesa militare avrebbe effetti ampiamente benefici se utilizzata per la soluzione di problemi globali. Per esempio, le campagne dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per debellare il vaiolo costano 80 milioni di dollari ossia meno di un’ora di spesa militare mondiale. Il Fondo ONU per l’Infanzia, UNICEF, ha stimato che vaccinare ogni bambino contro le sei malattie infantili fatali più comuni, di cui muoiono ogni anno quasi 3 milioni di bambini sotto i 5 anni, costerebbe 1,50 $ a bambino, ossia circa 200 milioni di dollari all’anno—meno del 10% del costo di un solo bombardiere “invisibile” USA (stealth) da 2,1 miliardi di dollari.

 

III. INGIUSTIZIA COME VIOLENZA

C’è violenza non solo se vengono uccise o ferite persone, ma anche se muoiono bambini di fame o malattie evitabili. Galtung ha introdotto il termine “violenza strutturale” per denotare quelle strutture sociali ingiuste che conducono alla perdita di vite umane o alla sofferenza, anche nel caso in cui questa violenza non sia commessa da nessun individuo specifico.

Zimmerman e Leitenberg hanno stimato che se i redditi pro-capite fossero equamente distribuiti fra tutti i paesi (seppur non altrettanto al loro interno), l’aspettativa di vita dei paesi più ricchi non calerebbe in modo apprezzabile, ma la migliore nutrizione e assistenza sanitaria disponibili nei paesi più poveri salverebbero circa 14 milioni di vite all’anno. Questa cifra è circa 100 volte la media annua di morti di tutte le guerre civili e internazionali; inoltre è come se ogni anno lanciassimo 236 bombe di Hiroshima sulle popolazioni più povere di tutto il mondo. Ma poiché queste morti, peraltro evitabili, non sono concentrate in un singolo momento in un unico luogo, vengono ampiamente ignorate dai media. Se inoltre i redditi fossero anche distribuiti più equamente all’interno dei singoli paesi, il numero di vite risparmiate sarebbe persino maggiore.

Tinbergen ha fatto appello a una maggiore assistenza allo sviluppo, se non per compassione almeno per interesse personale, perché altrimenti i paesi industriali avanzati verrebbero sommersi da maree di profughi economici.

Una delle risorse meno utilizzate per uno sviluppo sostenibile è la conoscenza. A differenza delle risorse materiali o finanziarie, nessuno se ne deve privare per donarla ad altri. La conoscenza, una volta scoperta, può essere riprodotta senza limite a costi aggiuntivi bassissimi. Se fossero disponibili ovunque i metodi di produzione più efficienti noti in qualsiasi parte nel mondo—che sono i meno inquinanti e quelli che utilizzano meno energia, risorse naturali e manodopera—si starebbe molto meglio tutti quanti.

Ovviamente, c’è un dilemma. Se si richiedesse alle aziende che investono in ricerca e sviluppo (R&D) nelle nuove tecnologie di condividere le proprie scoperte con tutti gli altri senza compenso, diminuirebbe molto l’incentivo a investire in questo settore, riducendo il flusso di nuove invenzioni. Una soluzione è il finanziamento pubblico della ricerca con la condivisione totale dei risultati. I paesi europei hanno fondato EUREKA in cui mettono insieme le proprie risorse per la ricerca su nuove tecnologie, in base alla capacità contributive di ogni paese, e condividono i risultati fra i membri contribuenti. Se si estendesse lo stesso principio a livello globale, tutti i paesi potrebbero godere di standard di vita più elevati, e verrebbe gradualmente ridotta la diseguaglianza internazionale.

Tale miglioramento di condizioni di vita contribuirebbe a eliminare un bel po’ di sofferenza umana e ridurrebbe anche le fonti di conflitto. I conflitti per scarsità di risorse e territorio sono fra le cause di guerra più persistenti.

Un tale aumento generale degli standard di vita danneggerebbe senza rimedio il nostro ambiente? Non necessariamente. È del tutto possibile soddisfare i bisogni umani di nutrizione, assistenza sanitaria, abitazione, vestiario, istruzione e comunicazione con un’impronta ecologica molto meno pesante sull’ambiente naturale di quella attuale. Per citare solo un esempio, una fibra di vetro sottile come un capello può trasportare altrettanta informazione che un cavo di rame del diametro di trenta centimetri, utilizzando una minuscola frazione delle risorse materiali ed energetiche richieste nel secondo caso. Se ci prendiamo cura dell’ambiente, si può accedere alla migliore informazione disponibile sui metodi di produzione che preservano salute e risorse. Non è necessario consumare altrettante risorse ed energia che il cittadino medio degli attuali paesi industrialmente avanzati per migliorare considerevolmente sia l’aspettativa di vita sia la qualità della vita.

 

IV. DINAMICA DELLE CORSE AGLI ARMAMENTI E DELLA STABILITÀ STRATEGICA

Un fattore decisivo perché un conflitto si trasformi in guerra è che sia preceduto da una corsa agli armamenti. Michael Wallace ha rilevato che fra 99 casi di “gravi dispute o scontri militari” nel periodo dal 1820 al 1964, su 28 che furono preceduti da una corsa agli armamenti 23 finirono in una guerra, mentre 68 dei 71 non preceduti da una corsa agli armamenti si conclusero senza guerra.

La vendita d’armi è un affare altamente lucrativo, e molte aziende private e governi vendono armi a dittature e regimi instabili. I mercanti d’armi fanno profitti alle spalle delle vite altrui. Sotto questo aspetto, il commercio internazionale di armi assomiglia alla tratta degli schiavi o al traffico di droghe, dichiarate invece da tempo illegali. E’ stato proposto un bando alle esportazioni d’armi.

Una proposta più modesta è stata avanzata nel 1995 dall’ex-presidente del Costa Rica, Oscar Arias Sanchez, che vinse nel 1987 il premio Nobel per la Pace per il suo ruolo nel negoziare la fine della guerra in Nicaragua. Egli propose un bando sulle esportazioni d’armi a paesi coinvolti in aggressioni armate o violenti conflitti interni e a paesi che violano i diritti umani o sono governati da regimi illegittimi. Propose pure di istituire un fondo per la smilitarizzazione utilizzando i contributi che si possono ottenere dalla riduzione delle spese militari. Con questo fondo si potrebbero promuovere progetti di sviluppo economico e realizzare concretamente i benefici del dividendo di pace. Suggerì che le nazioni ricche contribuiscano a tale fondo con un quinto dei propri risparmi ottenuti dai tagli ai bilanci militari, e quelle in via di sviluppo per circa un decimo. Le nazioni che non riducano i propri bilanci militari contribuirebbero comunque con una percentuale dei bilanci stessi da stabilire e versare direttamente al fondo. Alcuni paesi in via di sviluppo spendono molto del loro denaro faticosamente guadagnato con le esportazioni per importare costosi sistemi d’arma, in misura ben maggiore di quanto investono nella spesa complessiva per l’istruzione e l’assistenza sanitaria. Arias propose anche colloqui per il disarmo regionale, dove si possano concordare riduzioni d’armamenti simultanee e reciproche, facendo inoltre appello ai paesi che non si trovano di fronte a nessuna minaccia militare affinché aboliscano i propri eserciti, come fecero il Costa Rica nel 1948, Panama nel 1994, e Haiti nel 1995, unendosi a un gruppo di una trentina di altri paesi smilitarizzati. Il Costa Rica gode di un reddito pro-capite circa doppio dei suoi vicini centro-americani, probabilmente perché investe nella sua economia civile quanto altri spendono per i loro apparati militari; e mentre molte guerre hanno attanagliato i vicini, il Costa Rica è in pace dal 1948.

Le corse agli armamenti sono alimentate da vari fattori, in parte dalla pressione delle industrie militari a favore della vendita di armamenti, in parte da governi dittatoriali timorosi di sommosse popolari, e in parte per paura reciproca. Per eliminare quest’ultimo fattore, qualcuno ha invocato una transizione intermedia a una difesa non-offensiva (o non-provocatoria), che sia sufficiente a resistere a un’aggressione ma non possa essere utilizzata per attuare un’aggressione. Per esempio, mentre i carri armati possono essere usati sia per difesa sia per invadere un altro paese, le barriere anti-carro in posizioni fisse si possono usare solo per difesa.

Misure puramente difensive migliorano la sicurezza del paese che le intraprende senza ridurre la sicurezza degli avversari. Misure puramente offensive riducono la sicurezza degli altri, senza contribuire alla sicurezza del proprio paese. Si possono anche ideare misure “superdifensive” che migliorino simultaneamente la sicurezza di due rivali: per esempio, lo stazionamento di una forza internazionale di peacekeeping lungo un confine contestato. D’altro canto, misure “superoffensive” riducono simultaneamente la sicurezza di entrambi i versanti, come avviene per esempio con una politica di “lancio su allarme” (launch-on warning): un erroneo colpo di “rappresaglia” basato su un falso avvertimento condurrebbe alla distruzione di entrambi. Dal gennaio 1979 al giugno 1980, il sistema di avvertimento precoce USA generò 3804 falsi allarmi di un possibile attacco nucleare sovietico. Dopo il 1984, il Pentagono smise di rilasciare queste statistiche “per non spaventare il pubblico”. Non sono disponibili cifre sovietiche o russe comparabili, ma il 25 gennaio 1995 la Russia fraintese temporaneamente un razzo da ricerca lanciato dalla Norvegia per studiare la luce polare interpretandolo come un possibile attacco nucleare USA e allertò i suoi missili per una rappresaglia.

Un mutamento da misure offensive a puramente difensive, detto “transarmo”, ha il vantaggio di poter essere intrapreso unilateralmente, senza rischi, mentre il disarmo richiede accordi reciproci in quanto se effettuato in modo unilaterale potrebbe rendere vulnerabile un paese e trasformarlo in un bersaglio che favorisca un’aggressione. La Svezia e la Svizzera, che furono in grado di restare neutrali durante la seconda guerra mondiale, deliberatamente evitarono di acquisire armamenti offensivi, concentrandosi invece su una forte difesa territoriale.

In una corsa agli armamenti con armi offensive, ognuna delle parti costituisce una minaccia per la controparte ed entrambe sono sotto pressione per destinare una grossa quota della loro produzione complessiva a scopi militari, il che comporta un’economia civile stagnante. Se tutte e due si dotano di armi soltanto difensive, raggiungono un punto di saturazione che permette loro di difendersi se necessario, ma senza essere in grado di sferrare un attacco. Pertanto, la corsa agli armamenti si ferma, anche senza accordo reciproco.

Fra i sistemi d’arma più destabilizzanti, che stimolano corse agli armamenti in rapida crescita e possono anche condurre allo scoppio di ostilità durante una crisi, ci sono le cosiddette “armi da primo colpo”, vulnerabili ma al tempo stesso molto distruttive. In uno scontro armato, danno un vantaggio a chi colpisce per primo. Un esempio è quello dei bombardieri non protetti che stazionino su campi di volo all’ aperto. Negli anni 1960, il presidente Nasser credeva che acquisire un’aviazione militare al pari di quella di Israele avrebbe reso l’Egitto militarmente più forte e pertanto più sicuro. Spese grosse somme per formare una flotta di bombardieri, che in realtà rese l’Egitto meno sicuro. Entrambi i contendenti sapevano che in caso di guerra, chiunque colpisse per primo poteva distruggere i bombardieri avversari a terra prima che decollassero. Quando l’Egitto bloccò l’accesso al porto di Aqaba alle navi israeliane nel 1967, cosa che Israele aveva ammonito di considerare come atto d’aggressione, Israele ebbe talmente paura di un attacco aereo egiziano che si senti costretta a distruggere la flotta di bombardieri egiziani prima che potessero eventualmente attaccarla.

Altre armi da primo colpo sono i missili a testata multipla, come l’MX USA o l’SS-18 russo. Se uno di essi riesce a distruggere a terra un missile avversario, possono verificarsi situazioni in cui chi colpisce per primo può disarmare l’altro in un attacco a sorpresa. Invece di dare all’avversario il messaggio “Non attaccarci altrimenti hai di fronte la prospettiva di una rappresaglia”, tali armi implicitamente danno il segnale, “Se non fai nulla, puoi correre il pericolo di venire disarmato in un colpo a sorpresa, ma se ci distruggi le armi – facile da farsi – non avrai minacce”. Invece di scoraggiare un attacco, tali armi da primo colpo possono in effetti indurre a un attacco, secondo il principio “usale o perdile”.

Tale instabilità sarebbe aggravata qualora le armi fossero schierate nello spazio esterno, come proposto nell’ambito della Strategic Defense Initiative (“guerre stellari”). Anche se questi sistemi sono stati descritti come difensivi, di fatto creano instabilità perché le stazioni spaziali sono estremamente vulnerabili, ma sarebbero in grado di lanciare centinaia di migliaia di raggi letali o di proiettili. In una situazione tesa, dove si tema imminente una guerra, ambo i contendenti saprebbero che chiunque colpisca per primo può disattivare le stazioni spaziali dell’avversario guadagnando un vantaggio strategico.

 

V. RISCHI DELLA GUERRA NUCLEARE

Con la fine della guerra fredda è molto diminuito il timore di una guerra nucleare fra USA e Russia. Ma l’India e il Pakistan, che si sono combattuti in tre guerre dal 1947, hanno collaudato armi nucleari, e anche Israele possiede armi nucleari. C’è inoltre il pericolo che prima o poi gruppi terroristi possano impossessarsi di un ordigno nucleare e usarlo senza remore. Gli attentatori suicidi non si possono scoraggiare con la minaccia di una rappresaglia. Un altro pericolo è che una carenza di comando o controllo possa indurre un lancio accidentale di missili nucleari, che provocherebbero rappresaglie. Dal 1945 si sono verificati decine di incidenti con armi nucleari.

Ike Jeanes ha stimato la probabilità in termini temporali perché si possa verificare una futura catastrofe nucleare a partire da vari presupposti. Supponiamo che ci siano 10 nazioni che posseggano armi nucleari e che inoltre ciascuna di esse sia pacifica e tecnicamente competente tanto da essere in grado mediamente di evitare per 500 anni un uso, intenzionale o accidentale, di armi nucleari (un periodo più del doppio di quello trascorso dalla dichiarazione di indipendenza USA). Anche con questi presupposti, il ricorso al nucleare sarà pur sempre pericolosamente vicino: la probabilità che si usino armi nucleari entro 50 anni è del 63%, entro 100 anni dell’87%, entro 200 anni del 98%, ed entro 500 anni del 99.99%, pressoché una certezza. A meno che eliminiamo le armi nucleari, sarà solo questione di tempo perché vengano usate.

Lo sviluppo di armi nucleari è stato giustificato sostenendo che sono più economiche di armi convenzionali equivalenti. In termini di potere distruttivo, è vero (producono “più esplosioni a dollaro” o “più macerie a rublo”), ma non per quanto riguarda l’acquisizione di una maggiore sicurezza: tutte le potenze nucleari spendono per la difesa una quota maggiore del proprio reddito rispetto alla media mondiale.

Qualcuno ha sostenuto che le armi nucleari hanno contribuito a evitare la guerra. Ma di fatto dal 1945 gli otto paesi in possesso di armi nucleari sono stati coinvolti in guerra oltre otto volte in più, in media, di quanto non lo siano stati tutti i paesi non-nucleari Qualcuno attribuisce alle armi nucleari di aver evitato la guerra nucleare, il che è grottesco: senza armi nucleari non poteva esserci guerra nucleare. Le perdite nel caso di una guerra nucleare sarebbero così enormi che, anche in caso di bassa probabilità, sono un problema che gli economisti non possono ignorare. L’astronomo Carl Sagan e i suoi collaboratori scoprirono nel 1983, con l’aiuto di un modello dell’atmosfera terrestre, che la distruzione di una guerra nucleare andrebbe ben oltre il solo impatto provocato dall’onda termica, dall’esplosione, e dalle malattie provocate dalle radiazioni. La polvere e il fumo diffusi nella stratosfera permarrebbero per mesi, bloccando la luce solare e raffreddando la superficie terrestre in un “inverno nucleare”. I raccolti sarebbero distrutti e chi sopravvivesse all’impatto immediato potrebbe morire di fame e di freddo. Ciò potrebbe anche porre fine alla civiltà e ipotecare la stessa sopravvivenza dell’umanità. Evitare la guerra nucleare è una precondizione per tutti gli altri obiettivi dell’ umanità.

L’8 luglio 1996, il Tribunale Mondiale dichiarò la minaccia o l’uso di armi nucleari contrari al diritto internazionale in quasi ogni circostanza concepibile e affermò unanimemente che le nazioni nucleari hanno l’obbligo di condurre negoziati che giungano al completo disarmo nucleare. Altre armi di distruzione di massa sono già state bandite da trattati. Un primo passo immediato dovrebbe essere l’adozione di una politica di non primo uso. Se nessuno dovesse usare armi nucleari per primo, esse non sarebbero mai usate. Ma dall’attacco terroristico al World Trade Center e al Pentagono l’11 settembre 2001, gli USA hanno sostenuto il diritto di usare armi nucleari preventivamente anche contro nazioni che non ne siano in possesso. Ironicamente, ciò dà un grosso incentivo a tali nazioni per l’acquisizione di armi nucleari al fine di dissuadere un attacco USA.

Una replica a “Economia di guerra e di pace (prima parte) – Dietrich M. Fischer”

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