Una conversazione con Giuliano Pontara – A cura di Federico Oliveri

Il 2011 è iniziato nel segno delle rivolte nel mondo arabo, seguite ora con entusiasmo ora con allarme da un’Europa destabilizzata dalla crisi e attraversata da mobilitazioni contro le politiche di austerità. In Tunisia e in Egitto le proteste sono riuscite in tempi abbastanza rapidi a sostituire i governi autoritari e corrotti in carica da decenni, avviando una faticosa stagione di riforme in nome di maggiore libertà e democrazia. In altri paesi, come la Siria, lo Yemen e il Bahrein, le rivolte popolari non hanno ancora trovato sbocco politico, anzi sono oggetto di repressione da parte dei governi in carica. In Libia la situazione è precipitata in un conflitto armato aperto tra fazioni pro e contro Gheddafi, queste ultime protette militarmente dalle potenze occidentali. Qual è la natura di questi movimenti di rivolta dall’esito così diverso? Si tratta di un unico grande movimento o prevalgono le differenze nazionali?

È ancora troppo presto per rispondere con sicurezza a queste domande. Siamo quotidianamente esposti a notizie contraddittorie, non sempre verificabili da chi, come me, non è stato in loco. Le valutazioni cambiano a seconda di quello che ciascuno di noi ha letto, ascoltato o visto attraverso i media a sua disposizione. Credo che si possa comunque operare una prima distinzione all’interno delle mobilitazioni in corso. Da una parte troviamo dei movimenti di rivolta partiti spontaneamente dal basso, composti in grandissima parte da giovani, molti dei quali forniti di istruzione oltre che di videofonini, di computer e di un accesso a reti di informazione e comunicazione che hanno permesso loro di sviluppare uno sguardo esterno e critico rispetto al proprio mondo. Lo scarto tra aspettative e condizioni di vita, acuito dalla crisi economica e dalla staticità dei regimi autoritari esistenti, ha acceso una sollevazione animata soprattutto dal bisogno di maggiore autonomia e di maggiore controllo sulla propria esistenza e sulle scelte di fondo della società. Non è un caso che la componente studentesca abbia giocato un ruolo importante in queste mobilitazioni: tradizionalmente gli studenti sono tra i primi a muoversi, in quanto più informati, più aperti, e più colpiti dall’assenza di prospettive e di mobilità sociale. Dall’altra parte troviamo una costellazione variegata di forze e soggetti che, in qualche modo, cercano di «cavalcare» il movimento di protesta. Questo secondo aspetto, per ovvie ragioni, è molto meno trasparente, più complesso e più ambivalente del primo.

Mentre la dimensione spontanea delle rivolte mi sembra un tratto unificante, confermato dalla composizione e dalle rivendicazioni del movimento di protesta, la dimensione politica retrostante mi sembra vari molto da paese a paese. Su questa base è possibile distinguere, ad esempio, le rivolte popolari in Tunisia e in Egitto da quelle in Libia che hanno assunto l’aspetto di una guerra civile. Le due dimensioni delle rivolte, quella popolare e spontanea, e quella politica, oggi sono unite sul piano degli intenti e delle controparti, e agiscono di concerto. Ma non è detto che tale convergenza sia duratura: non sarebbe la prima volta che delle mobilitazioni popolari abbiano alla fine un esito politico diverso da quello atteso, soprattutto quando si fa sentire l’influenza di potenze straniere. Qui sta il grande problema e la grande sfida per il futuro di questi paesi, specie quelli come l’Egitto in cui è molto forte il ruolo degli Stati Uniti. Ricordiamoci che, dopo Israele, l’Egitto è il principale beneficiario delle forniture di armi da parte di Washington, e che l’esercito egiziano è da molto tempo vicino agli Stati Uniti, com’è stato fin qui evidente nelle politiche verso Israele. Insomma, i giochi sono ancora tutti aperti. Se io fossi uno dei coraggiosi giovani che ha dato inizio alle rivolte sarei molto prudente, e cercherei di non dare per scontato il successo della transizione democratica.

A proposito della Libia, dove la rivolta assume i tratti preoccupanti di una guerra civile, qual è la composizione dei cosiddetti «ribelli» auto-costituitisi in Consiglio Nazionale Libico e in governo provvisorio, e quanto pesano i loro rapporti con i governi occidentali? L’unica cosa certa che sappiamo è la loro opposizione a Gheddafi e la loro ferma intenzione di arrivare ad un cambio di regime. Ma per il resto le informazioni di prima mano sono poche e le notizie sono spesso di parte e comunque contraddittorie: la verità, come sappiamo, è una delle prime vittime della guerra.

Per rispondere a questa domanda è necessario fare un passo indietro: a sollevare dubbi e domande è stato soprattutto il rapido esito armato della crisi. Anche in Libia, come in Tunisia ed in Egitto, la rivolta è partita in forme sostanzialmente non armate, come movimento abbastanza improvviso e spontaneo. L’onda lunga delle vicine e riuscite sollevazioni popolari è arrivata anche qua, toccando ancora una volta soprattutto i giovani e intrecciandosi con una tradizionale ostilità al regime, radicata soprattutto nella regione di Bengasi. Non credo si possa dire, come qualcuno pure sostiene, che il movimento sia stato fin dall’inizio orchestrato dall’esterno, ossia dalle potenze occidentali. È senz’altro vero, d’altra parte, che queste stesse potenze prime fra tutte la Francia hanno saputo molto velocemente cavalcare il movimento in direzione di un cambio di regime. Anche per questo la fase spontanea e non armata della protesta è durata poco, superata e resa più complessa da altre dinamiche. In Egitto e in Tunisia non c’è stata da parte della popolazione nessuna contro-reazione violenta agli attacchi della polizia, che pure non sono mancati: un grande esempio di lotta nonviolenta. In Libia le cose sono andate diversamente.

Da quello che possiamo capire, la repressione in grande stile di Gheddafi è cominciata quando la rivolta è diventata armata ed ha configurato di fatto la separazione della regione di Bengasi dal resto del paese. Per quale ragione la Francia ha riconosciuto quasi subito il governo alternativo di Bengasi, di cui fanno parte anche alcuni ex sostenitori di Gheddafi? L’ultima ragione a cui penso è quella dell’amore per la democrazia, visto il comportamento assai ambiguo tenuto da Parigi nei confronti della rivolta tunisina contro Ben Alì. Sulla retorica democratica e umanitaria prevalgono decisamente le ragioni di potenza, la ricerca di un rilancio della propria influenza nell’area, il tentativo di ritagliare un ruolo di primo piano per le proprie compagnie petrolifere, insomma argomenti tipici di Realpolitik. Anche l’Italia non ha potuto fare a meno di intervenire dopo le reticenze iniziali, per difendere il proprio ruolo nell’area e per tutelare, ad esempio, la continuità dei contratti dell’ENI. Quello che è certo è che la violenza va crescendo, il numero delle vittime civili sale, creando una situazione che merita tecnicamente e giuridicamente un solo nome: quello di guerra. Con buona pace del Presidente Napolitano.

Quest’analisi implica una critica della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che lo scorso 17 marzo ha istituito una no fly zone sulla Libia allo scopo dichiarato di difendere i civili e di favorire il cessate il fuoco, o almeno una critica dell’applicazione che ne stanno facendo gli Stati che si sono fatti carico di realizzarla. Erano i giorni in cui, nel sostanziale silenzio della diplomazia mondiale, le truppe fedeli a Gheddafi assediavano Bengasi, dopo che le milizie mercenarie avevano sparso il terrore tra la popolazione. L’intervento militare, oltre a impedire agli aerei di Tripoli di alzarsi in volo, ha colpito le forze terrestri fedeli a Gheddafi impedendo loro di proseguire l’assedio e costringendole a ritirarsi. Lo stesso Obama qualche giorno fa ha giustificato l’intervento, affermando che avrebbe permesso di salvare molte vite umane. Il fine giustifica qualsiasi mezzo e rende accettabile qualsiasi effetto?

Per quanto riguarda la valutazione di legittimità della risoluzione 1973, essa dipende dal punto di vista da cui la si guarda. Dalla prospettiva delle grandi potenze, ispirate da ragioni di Realpolitik, la risoluzione ha dato copertura legale ad un intervento militare altrimenti inaccettabile per la comunità internazionale. L’iniziativa è partita soprattutto da due governi «volenterosi», quelli di Nicolas Sarkozy e di David Cameron. Proviamo a chiederci, in maniera disincantata, perché. Il primo è in forte calo di consensi nel suo paese. Il secondo è alle prese con una difficile situazione sociale, ben visibile nelle grandi manifestazioni di piazza della settimana scorsa, contro i tagli allo stato sociale e all’istruzione superiore. Il primo ha da anni annunciato una nuova politica mediterranea, fin qui con modesti risultati. Il secondo ha operato in sostanziale continuità con la politica interventista di Blair. Francia e Gran Bretagna si sono mosse molto rapidamente, anche prima dell’intervento massiccio di Gheddafi contro i rivoltosi. Hanno così avuto il tempo sufficiente per formulare una risoluzione accettabile in sede di Consiglio di Sicurezza, e stendere una fitta nebbia sui rispettivi obiettivi di potenza, anche cooptando nell’azione anche altri soggetti come la Lega Araba e l’Unione Africana. Quali sono stati i giochi di potere all’interno del Consiglio di Sicurezza per arrivare, ad esempio alla determinante astensione della Cina e della Federazione Russa? Cosa è stato offerto alla Lega Araba? Si possono fare delle ipotesi. La Cina in questi anni sta letteralmente comprando pezzi sempre più vasti di territorio africano: il governo di Pechino è molto attento a quello che succede nel continente, ma in questo frangente ha preferito stare a guardare, per tenersi aperte tutte le strade. La Federazione Russa spera forse che le potenze occidentali si impelaghino in una nuova situazione ingestibile, come in Iraq o in Afghanistan, uscendone alla lunga indebolite. Quanto ai paesi della Lega Araba, molti dei quali stanno reprimendo le loro stesse rivolte popolari, la promessa potrebbe essere stata quella di non intervenire nei loro confronti.

Se questa prassi venisse accettata e si consolidasse, non passerebbe nel diritto interazionale il principio innovativo per cui sarebbe lecito intervenire negli affari interni degli Stati per «difendere la pace e la sicurezza»? Quanto è legale, oltre che legittimo, invocare la «responsabilità di proteggere» i civili, specialmente se poi si interviene per determinare un cambio di regime a vantaggio di quelle che vengono identificate come «forze di progresso» meritevoli di sostegno?

In punto di diritto, la vigente Carta delle Nazioni Unite è chiara. Il comma 7 dell’articolo 2 stabilisce che «nessuna disposizione del presente Statuto autorizza le Nazioni Unite ad intervenire in questioni che appartengano alla competenza interna di uno Stato». La risoluzione 1973 invoca la «responsabilità di proteggere» in base al quale il Consiglio di Sicurezza, una volta accertata una grave violazione dei diritti umani da parte di uno Stato, può dichiarare che si tratta di una minaccia della pace e della sicurezza internazionale, ricorrendo a mezzi coercitivi anche militari. Ma se si considera quella in Libia una guerra civile, allora si deve anche ammettere che la risoluzione in questione ha forzato la Carta delle Nazioni Unite. Quanto alla sua applicazione, l’eccedenza rispetto a quanto stabilito dal Consiglio di Sicurezza è abbastanza evidente. All’inizio la no fly zone aveva come finalità quella di impedire che gli aerei libici si alzassero in volo per colpire i civili. In realtà ad essere protetti dall’intervento sono soprattutto le forze anti Gheddafi. Ad essere obiettivo delle azioni militari non sono stati solo i dispositivi aerei dell’esercito libico, ma le sue strutture militari in genere, fino al bunker del rais. Dubito che queste azioni aiuteranno, nel breve periodo, la pacificazione: siamo di fronte ad una escalation della violenza, di cui ignoriamo l’esito. Così si mette in moto soltanto la reciproca sfiducia, la disumanizzazione dell’altro, la criminalizzazione del nemico, rendendo sempre più difficile una soluzione nonviolenta del conflitto.

Detto questo, il problema di come regolamentare a livello di diritto internazionale eventuali azioni per risolvere in modo pacifico i conflitti interni agli Stati, potenzialmente non meno cruenti di quelli tra Stati, resta aperto. Da un lato, si tratta di riprendere la via interrotta della riforma delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza, le cui funzioni non possono essere innovate attraverso la prassi ma richiedono un momento realmente costituente. La stessa Carta delle Nazioni Unite dovrebbe essere applicata integralmente, a partire dalla costituzione di forze proprie di intervento, anche civili, in funzione di interposizione e di mediazione nei conflitti intra- ed inter-statali. Supponiamo ad esempio che questa risoluzione fosse valida, che ci fosse bisogno di intervenire, e che non ci fossero più altre alternative: l’intervento sarebbe stato più credibile se fosse stato condotto da una forza riconosciuta come neutrale, e non dai paesi che lo stanno conducendo attualmente, i cui interessi economico-politici sono ben noti e che sono tra l’altro tra i più grandi produttori e venditori mondiali di armi. In ogni caso, tutte le riforme di tipo tecnico-giuridico delle istituzioni internazionali risulterebbero insufficienti senza una trasformazione della prospettiva politica dei principali attori coinvolti, senza cioè che gli stati più influenti prendessero definitivamente congedo da una politica di potenza, cosa assai problematica nell’attuale contesto di crisi e di esaurimento delle risorse a livello planetario.

Comunque, anche se si arrivasse ad un regime legalizzato di «azioni di polizia internazionale», un punto critico fondamentale resterebbe aperto, a ricordarci la necessità di pensare sempre ad alternative rispetto ad un intervento militare: mi riferisco ai cosiddetti «danni collaterali». Io non accetto la distinzione tra danno diretto e danno collaterale, che per le vittime non fa nessuna differenza. Inoltre, vanno messi in conto anche gli effetti sulle giovani generazioni e sulle generazioni future. Non ci sono solo i morti civili: avendo vissuto da ragazzo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, posso dire anche del trauma che questi attacchi provocano sui più piccoli. Nella prima settimana del conflitto, le navi e i sottomarini occidentali presenti nel Mediterraneo hanno sparato sulla Libia circa 150-200 missili all’uranio impoverito: secondo molti studi, l’uranio impoverito è pericoloso nel lungo periodo anche per la salute dei nascituri, oltre che delle persone già nate. La stessa nozione di danno collaterale va dunque estesa su più generazioni.

Le pratiche di criminalizzazione e di disumanizzazione del nemico sono una costante delle ultime guerre – o forse sono tipiche di ogni guerra che deve giustificare se stessa agli occhi dell’opinione pubblica e che deve stimolare la motivazione dell’esercito. Saddam Hussein è stato spesso presentato come un nuovo Hitler. L’immagine di Gheddafi ha vissuto un repentino processo di trasformazione, da amico affidabile dell’occidente a mostruoso, sanguinario dittatore. Questi meccanismi vengono messi in campo anche contro chi dissente dall’intervento, che viene accusato di difendere un criminale, di essere complice dei suoi massacri, di stare a guardare mentre altrove si lotta e si muore per la libertà. Eppure, ai tempi della guerra in Iraq, il movimento mondiale contro la guerra è riuscito a dare una risposta coerente e di massa, nonostante una analoga campagna denigratoria. Adesso le dimensioni del movimento sembrano molto minori e quello che era il fronte dei pacifisti, soprattutto rispetto ai non militanti, si è molto frammentato. Cos’è cambiato dal 2003, anno delle grandi manifestazioni mondiali contro la guerra in Iraq?

Sul cambiamento di umore ha, con molta probabilità, influito proprio la stagione delle rivolte popolari nel mondo arabo che, anche nel caso della Libia, ha suscitano l’appoggio di gran parte parte dell’opinione pubblica «progressista». Qualcuno presenta la guerra civile in corso come una «guerra di liberazione», ma non sappiamo se lo sarà davvero. A questo vanno aggiunti altri due elementi, altrettanto se non più rilevanti per comprendere la distanza dal 2003. Allora ci si opponeva «senza se e senza ma» alla «guerra di G.W. Bush», a cui mancava l’autorizzazione formale delle Nazioni Unite. Non era presentata né come una «guerra umanitaria» né, in un primo momento almeno, come una «guerra per la democrazia»: era una guerra preventiva per scongiurare la minaccia nucleare di Saddam Hussein, poi rivelatasi infondata. Inoltre, quando ci si mobilitava, la guerra non era ancora iniziata e l’obiettivo del movimento era proprio quello di fermarla dal basso. Adesso la guerra è già partita, e si è creata una situazione internazionale e interna che ha fatto percepire come inesistenti tutte le alternative diplomatiche e nonviolente.

Per tornare alle rivolte popolari, e chiarire la mia nota di scetticismo, voglio dire che quando si parla di libertà occorre essere precisi, a costo di sembrare distaccati dalle mobilitazioni in corso. Di quale libertà stiamo parlando? La domanda è lecita proprio a partire dal grado sempre più basso di libertà di cui godiamo anche nei nostri paesi, in cui i parlamenti nazionali decidono tra alternative determinate dall’esterno e comunque tutte interne alla logica di un mercato iniquo e sregolato, che alimenta la competizione globale e chiede la riduzione dello Stato sociale. Se questo è lo scenario nei nostri paesi, possiamo aspettarci che la libertà nei paesi arabi sarà un progresso rispetto agli attuali regimi di polizia, ma cosa esattamente sarà è molto difficile dirlo. I giovani in lotta non sembrano molto organizzati dal punto di vista politico. Anche per questo è difficile prevedere quale sbocco e quale rappresentanza istituzionale troveranno le loro rivendicazioni. Per quanto riguarda la Libia, è certo che le forniture di petrolio e forse anche il controllo dell’immigrazione a vantaggio dell’Europa continueranno anche con un nuovo regime. La questione è di sistema: senza una modifica profonda delle politiche globali, tale da invertire la rotta rispetto alla crescita esponenziale delle disuguaglianze, allo sfruttamento della mano d’opera a basso costo, alla devastazione dell’ambiente, alla privatizzazione dei beni comuni, allo squilibrio tra Nord e Sud del mondo, così come tra le élites e il resto della popolazione, il cambiamento democratico rischia di essere fragile e superficiale. Da parte nostra, quello che possiamo fare è appoggiare con forza tutti i movimenti democratici nonviolenti interni ai paesi in transizione, promuovendo la loro connessione coi movimenti globali impegnati per la giustizia sociale.

Un importante elemento dell’attuale crisi in Nord Africa è costituito anche dalla questione migratoria. Gestiti in maniera strumentalmente emergenziale dal governo italiano, che prima ha creato il «caso Lampedusa» ed ora impone alle regioni la costruzione di tendopoli-lager propedeutiche ai rimpatri, i flussi migratori di queste settimane ci ricordano che per anni i regimi di Ben Alì e Gheddafi hanno esercitato un pesante «blocco alle partenze», ossia hanno svolto per conto dell’Unione Europea il controllo delle nostre frontiere meridionali. Appare evidente la fragilità e l’insostenibilità storica dell’attuale sistema dei controlli all’immigrazione, funzionali alla divisione del lavoro internazionale. Quanto tempo ancora potrà reggere questo sistema? E quando sarà possibile inserire nell’agenda politica europea e mondiale un diverso governo delle migrazioni, ispirato ad una progressiva libertà di circolazione?

Da decenni ormai l’Unione Europea si è costituita in una fortezza circondata da filo spinato, spostando sempre più in là e fuori dai propri confini il controllo delle migrazioni. Ad essere precisi, non si tratta solo di politiche di respingimento, ma di selezione: nel caso di professionalità altamente qualificate, come medici, ingegneri, ricercatori si sviluppano politiche attive di «attrazione», con effetti negativi di «drenaggio dei cervelli» dai paesi del Sud del mondo che pure hanno speso proprie risorse per formali. Questa gestione delle migrazioni, accompagnato dalla crescita di sentimenti xenofobi e neo-razzisti che la crisi economica rischia di acuire ulteriormente, ha contribuito non poco a spostare a destra l’intero continente: non è un caso che oggi solo due governi, la Spagna e la Grecia, siano di centro-sinistra ma sul punto non si discostino quasi per nulla dagli altri. Anche in Svezia alle ultime elezioni politiche sono entrati per la prima volta in parlamento esponenti di un partito di destra, i democratici svedesi, che ha al primo punto del suo programma la chiusura delle frontiere. Il governo di centro-destra è un governo di minoranza e dunque questo partito è diventato l’ago della bilancia. Anche in Danimarca un partito analogo alla Lega è diventato in grado di condizionare pesantemente l’azione del governo. In questo quadro, un ripensamento delle politiche dell’immigrazione è molto difficile da mettere in agenda. Eppure, l’introduzione graduale e ben regolata di un principio di libera circolazione globale sarebbe auspicabile e persino più praticabile dell’attuale sistema, evidentemente in crisi. D’altra parte, la mobilità dei capitali non conosce più confini, si muove liberamente da paese a paese, da continente a continente, istantaneamente. La mobilità umana, invece, è rigorosamente controllata, e nei suoi riguardi prevale un punto di vista nazionale, quando invece sarebbero necessarie forme macro-regionali e globali di regolazione. Il tema ci impegnerà ancora a lungo, ed avrà ancora effetti negativi sulla tenuta della cultura anti-razzista nei nostri paesi. Prevedo che ci saranno forti migrazioni anche in futuro: è inevitabile, visto che il pianeta è reso sempre più piccolo dalla globalizzazione e gli squilibri continuano a crescere.

Il conflitto in corso in Libia, non a caso un importante produttore di petrolio e gas naturale, si inserisce in un quadro di crisi molteplici: crisi economica e finanziaria, certo, ma anche crisi ambientale e climatica. Questa inedita convergenza di problemi rende molto difficile pensare di poter proseguire sulla strada battuta nel secolo scorso, invocando semplicemente nuova crescita e perseguendo uno sviluppo economico senza aggettivi e senza qualificazioni, ma comunque orientato al profitto invece che alla soddisfazione dei bisogni. Sono temi di portata tale da scoraggiare l’azione politica o un’alternativa di società sta, nonostante tutto, facendosi strada? E come giudicare il livello di consapevolezza collettivo raggiunto su questi temi, sia sui rischi a cui siamo esposti che sull’esistenza di alternative praticabili?

L’esaurimento delle risorse è un tema sempre più ineludibile. Per risolverlo siamo già partiti alla conquista dello spazio: i romanzi di Jules Verne sulla colonizzazione di altri pianeti potrebbero, da qui a qualche decennio, risultare meno visionari di quanto apparivano un secolo e mezzo fa. Il tema è così pressante, anche per le sue connessioni col riscaldamento climatico, che ha in parte messo in ombra il rischio di una guerra collegata alla proliferazione nucleare che, non va dimenticato, prosegue nonostante gli accordi internazionali anche recenti in materia. Se da un lato si mettono via le vecchie armi, dall’altro dispositivi sempre più sofisticati prendono il loro posto. Anche se la probabilità di una guerra nucleare è molto bassa, essa non è pari a zero: il danno, moltiplicato per questa probabilità pur minima, sarebbe comunque elevatissimo.

Su questi problemi il livello generale di consapevolezza non mi pare adeguato alle necessità. Si tratta di questioni angoscianti, che si tende costantemente a rimuovere proprio perché appaiono superiori alle forze individuali. In Occidente poi viviamo in società iper-consumistiche e iper-mediatizzate: tutto concorre a distrarci da questi problemi, come dalle contraddizioni di fondo del nostro modo di vivere. Non dico che ci sia un «piano di distrazione di massa»: si tratta di un effetto di sistema, attraverso cui si impone una manipolazione delle informazioni, delle percezioni e dei bisogni che i marxisti classici avrebbero chiamato «alienazione». Nella vita quotidiana ci viene chiesto essenzialmente di lavorare, quando si trova lavoro, e di consumare. Le nostre solidarietà e le nostre responsabilità generali vengono ridotte al minimo, e soprattutto si oscurano le responsabilità degli attori più potenti, le cui scelte pesano in proporzione di più sull’attuale situazione.

Eppure, non è affatto impossibile estendere la consapevolezza critica da gruppi militanti, già sensibilizzati ed attivi, al resto della popolazione creando movimenti di massa in grado di modificare il senso comune e spingere per un cambiamento radicale di rotta. Non dobbiamo stancarci di sostenere le iniziative e di diffondere i risultati dei movimenti impegnati, su scala locale e globale, a riorganizzare le nostre società sulla base di principi di giustizia sociale, ambientale e intergenerazionale. Tra questi, un ruolo importante va riconosciuto alle mobilitazioni per la difesa dei beni comuni e alla ri-pubblicizzazione della loro gestione, come sta avvenendo in Italia con i movimenti dell’acqua. Anche la nozione di impegno politico sta cambiando, nel senso che c’è spazio anche per chi non è per così dire «militante a tempo pieno»: il sistema delle organizzazioni no profit offrono a tutti la possibilità di un impegno sociale e civile, e contribuiscono a modificare la percezione dei problemi e della modificabilità delle situazioni. Altri luoghi chiave, in questo senso, possono essere le scuole attraverso progetti e iniziative di rilievo sociale che coinvolgano docenti, studenti, genitori, associazioni locali, istituzioni. Certamente, per innescare un cambiamento duraturo è opportuno che questi movimenti trovino il modo di agire anche all’interno della sfera politica, o interagendo alla pari con i partiti ed i sindacati più innovativi e critici, o trasformandosi essi stessi in partito, com’è avvenuto in Germania coi Verdi. Non dobbiamo inoltre dimenticare che un nuovo movimento operaio è in formazione nei paesi del Sud del mondo, dove i lavoratori si organizzano sempre per resistere all’iper-sfruttamento e per arrestare i processi di spoliazione e di distruzione dell’ambiente.

Al tempo stesso, dobbiamo essere consapevoli che «il bastione del capitalismo» è il più difficile da espugnare. Poche multinazionali controllano i mercati e alimentano una spirale apparentemente infinita di produzione e consumo, senza rapporto con gli effettivi bisogni delle popolazioni e con i limiti delle risorse disponibili, soprattutto energetiche. Il mantenimento degli attuali livelli di consumo fa apparire lo stesso ricorso all’energia nucleare, per quei paesi che vi fanno ricorso, come insostituibile. Lo shock di quanto successo a Fukushima ha riportato all’attenzione generale quello che, in fondo, sapevamo già: ossia che i rischi di incidenti, ancorché bassi, sono ineliminabili ma che le grandi potenze industrializzate sono incapaci di pensare ad alternative, tranne che per brevi periodi. Passata l’emozione collettiva, si ritorna alla normalità. In Svezia era stato avviato un percorso di uscita dal nucleare, ma qualche tempo fa questo orientamento è stato rimesso in discussione: quando gli attuali reattori in funzione cesseranno il loro ciclo di vita, saranno sostituiti da nuovi impianti, ma senza finanziamenti pubblici. Voglio essere sincero: allo stato delle attuali tecnologie, non mi sembra che le energie rinnovabili siano in grado di offrire una risposta all’altezza delle necessità. Inoltre, il settore da diverso tempo è preda di nuovi gruppi industriali che speculano sugli incentivi statali messi a disposizione dai governi. Nessuna fonte energetica alternativa mi sembra potrà soddisfare le nostre esigenze se non si metterà in discussione il modello di vita e di produzione attualmente dominante, accompagnando la conversione energetica alla riduzione dei consumi, ad interventi per l’efficienza energetica, a modelli di gestione democratica dell’energia prodotta. Quando penso a questi problemi, mi dico che sarebbe interessante vedere cosa sarà del nostro mondo tra cinquecento anni. Sempre che esista ancora.

Una replica a “Una conversazione con Giuliano Pontara – A cura di Federico Oliveri”

  1. Io, caro Pontara, a proposito del grosso problema di aumentare a livello "di massa" la consapevolezza sui meccanismi del potere economico/politico, e sulle possibili strategie per puntare a modelli più sostenibili di vita per le persone e per il pianeta, penso sempre di più questo:

    oltre a tutte le iniziative di cui parla lei (per esempio il lavoro nelle scuole etc), occorrerebbe istituire un movimento volontario di "traduttori":

    di persone, cioè, che si assumano l'importante compito di acculturarsi il più possibile sulle tematiche dette, e di tradurle in termini il più possibile semplici, leggibili, con un vocabolario e una sintassi non specialistici ma popolari; senza ovviamente sacrificare la sostanza dei contenuti.

    C'è oggigiorno una stretta correlazione tra autenticità e genuinità dei contenuti da un lato, ed estrema lunghezza e complicazione dall'altro. Il risultato è "perverso": le cose più interessanti sono le meno lette.

    Un esempio: i referenda prossimi. Quanta gente sa di che si tratta, quando si vota, che significa votare "sì" etc? Troppo poca. E che cosa fa il "popolo di sinistra" per promuovere i referenda? Semplifico e schematizzo brutalmente: strepita "VOTA SÌ". L'alternativa è l'astrusità più totale. Quali persone, quante persone, crediamo di convincere con queste "strategie"? io penso: nessuna.

    Io credo che occorra fare un grande sforzo per contrastare questa tendenza; uno sforzo di "traduzione" appunto. Penso proprio a squadre di volontari. Penso a un portale che si chiami, per esempio "il traduttore". O altro. Che ne pensa?

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