Indign-azioni – Recensioni di Enrico Peyretti

Stéphane Hessel, Indignatevi!, add editore, Torino 2011, € 5,00 (originale francese Indignez-vous!, Indigène éditions, Montpellier 2010)

Motore della Resistenza fu l’indignazione, perché noi non siamo degni del fascismo, nazismo, e di ogni totalitarismo. L’Autore ha 93 anni, è stato attivo nella Resistenza, il cui programma diceva che «l’interesse generale deve prevalere sull’interesse particolare, e l’equa distribuzione delle ricchezze deve prevalere sul potere del denaro». Hessel, che collaborò alla stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, si rivolge ai giovani: «Ora tocca a voi: non fatevi intimidire dalle dittature dei mercati finanziari che minacciano pace e democrazia». Ogni persona è responsabile. Ripete: «Cercate e troverete» i molti motivi per indignarvi e quindi impegnarvi.

Oggi, la vertigine del «sempre di più» è come un uragano devastatore. Chi comanda? Chi decide? Le grandi sfide sono: l’immenso divario crescente fra molto poveri e molto ricchi; i Diritti Umani proclamati ma non promossi lealmente dall’ipocrisia dei vincitori. Ci indigna il trattamento degli immigrati, dei sans-papiers, dei rom.

Hessel parla della Palestina e specialmente di Gaza (che ha visitato più volte fino al 2009 come diplomatico): «Che degli ebrei possano perpetrare a loro volta dei crimini di guerra, è una cosa insopportabile». «Occorre assolutamente leggere il rapporto del giudice Goldstone, ebreo sudafricano, sulla guerra di Gaza».

Il terrorismo è inaccettabile, non giova neppure a chi lo pratica, ma è frutto di esasperazione, cioè rifiuto della speranza: invece bisogna sperare attivamente. Possiamo comprendere ma non scusare i terroristi. «Sono persuaso che il futuro appartiene alla nonviolenza». In questo mondo violento, la strada è la nonviolenza attiva. Hessel afferma che per far cessare la violenza oppressiva, la nonviolenza è un mezzo più sicuro della violenza-anti-violenza. La violenza volta le spalle alla speranza, che è invece una forza promotrice della storia. Perciò non dobbiamo lasciare che si accumuli troppo odio. «Il messaggio di uomini come Mandela, o Martin Luther King, è assolutamente attuale».

Sui diritti umani non si transige: la loro violazione, non importa per mano di chi, deve provocare la nostra indignazione, la repulsione dell’animo. Occorre un’insurrezione pacifica. Nonostante tutto: nonostante che le autorità israeliane definiscano “terrorismo nonviolento” (!?) la protesta nonviolenta del villaggio palestinese di Bil’in contro il muro, senza lanciare pietre, senza ricorrere alla forza.

Dalla crisi causata dall’ossessione occidentale del «sempre di più», si può uscire con una «insurrezione pacifica» e una rottura della spirale negli ambiti delle finanze, delle scienze, della tecnica. Sono gravissimi i rischi per il pianeta e la sua abitabilità. «Ma bisogna sperare, bisogna sempre sperare». Hessel si rammarica che né Obama né la UE si siano ancora impegnati davvero sugli “Otto obiettivi del millennio per lo sviluppo” (ONU, con Kofi Annan, settembre 2000).

«La minaccia nazista non è scomparsa. Continuiamo a invocare una vera insurrezione pacifica contro i mass-media, che propongono ai giovani come unico orizzonte il consumismo di massa, il disprezzo dei più deboli e della cultura, l’amnesia generalizzata e la competizione a oltranza di tutti contro tutti».

Hessel chiude le dense forti 25 pagine del suo messaggio con queste parole: «A quelli e quelle che faranno il XXI secolo diciamo con affetto: CREARE È RESISTERE. RESISTERE È CREARE».

 

Pietro Ingrao, Indignarsi non basta, con Maria Luisa Boccia e Alberto Olivetti, Aliberti editore, Roma 2011, pp. 63, € 5,00

A Stéphane Hessel (recensione in calce) risponde Pietro Ingrao (si parlano tra coetanei, maestri del tempo precedente a questo impantanato): indignarsi non basta. Occorre il soggetto politico, pur senza illusioni definitive. La forza e vitalità del soggetto politico va tenuta insieme alla varietà dei soggetti umani, perciò alla libertà. La relazione condivisa e attiva nasce dalla indignazione stessa. Ma subito devi cercare con chi agire. La politica non è solo (anche) una tecnica, ma soprattutto è l’agire insieme.

Ingrao non è uomo della regola, ma della «pratica del dubbio», su cui insiste, e che rivendica per sé, proprio nell’appartenenza all’agire collettivo. E lo esprime anche nella poesia.

Per lui, nato nel 1915, l’indignazione scattò davanti alla Spagna 1936 e alla Germania 1940. Dovette chiedersi: «Che faccio io?». È la sofferenza altrui, degli oppressi e sfruttati, che indigna e smuove. Anche se nell’azione va mantenuto un distacco dalla visione utopica.

«Ho imparato in questo secolo l’indicibile dell’umano (…?) che non possiamo mai afferrare fino in fondo. La mia paura è che mi venga tolto non tanto il pane e nemmeno la Costituzione, ma questa idea dell’umano» «Vi prego, non permettete che la domanda sull’essere umano venga cancellata» (p. 11).

Oggi c’è un guasto nella democrazia, è sfigurato il rapporto tra masse e politica che si realizzò nel Novecento. Col pervertirsi della forma partito, i poteri economici e finanziari fanno presa diretta e determinante sulle scelte politiche. Gli interessi privati sono esercitati e perseguiti nell’ambito del pubblico.

Quel che è peggio, «la guerra è tornata». «Cancellata l’antica repulsione per l’uccidere (?) il senso comune non ha tremato. (?) Mi spaventa questa normalizzazione della guerra. L’orrore e il ripudio che ha scosso e impegnato la mia generazione si è come liquefatto» (pp. 28-29). La nuova guerra è celeste, pura, è «arte asettica dell’uccidere». «Sono questioni ineludibili, ma poco o nulla presenti nel confronto politico. Io non ho molto tempo. Chi ne ha deve cominciare a pensarci». È un compito prezioso che può essere assolto anche da piccole minoranze (p. 30-31).

Per Hessel, «il futuro appartiene alla nonviolenza», perché, per far cessare la violenza oppressiva, la nonviolenza è un mezzo più sicuro della violenza-anti-violenza. Ingrao ha fatto la Resistenza armata: «noi siamo stati costretti a rispondere con le armi a un nemico che levava la mano contro popolazioni inermi» (p. 31-32). L’intervistatore osserva che, se «la guerra non può non ricevere adeguata risposta», «l’azione politica di liberazione ed emancipazione non passa attraverso forme violente, militari, terroristiche». Ingrao è d’accordo, ma dice che il problema guerra o non guerra non lo ha turbato, il suo pacifismo non è assoluto: «L’azione armata del nemico costringe a rispondere con le armi». Qui manca proprio, come in generale nelle teorie politiche correnti, la ricerca e la scoperta di alternative, anche nella storia, al subire con rassegnazione l’iniziativa costrittiva della violenza armata.

La nonviolenza come «netto rifiuto di ricorrere alle armi non è presente nella mia esperienza politica, né l’ho mai teorizzata», dice Ingrao. Ha teorizzato invece lo spirito e la lettera dell’art.11, il ripudio della guerra quale mezzo per affrontare e risolvere i conflitti (p. 33). La speranza di Hessel nella nonviolenza è un sentimento, come l’indignazione, ma poi – insiste Ingrao – ci vuole la politica. Eppure, egli ha pur detto che compito della politica è pensare l’impossibile perché «se parliamo di fare il possibile, son capaci tutti». (p. 46).

La speranza di futuro va cercata e verificata nella realtà, nei rapporti concreti di lavoro. «Conoscere l’atto lavorativo significa comprendere il macchinismo e il dominio della tecnica sull’essere umano» (p. 36). Più dell’accumulo di odio (Hessel), Ingrao teme l’indignazione senza politica.

Le ultime battute dell’intervista toccano il silenzio come vita interiore – «il silenzio è sempre più avanti» – il cinema come arte, la poesia come «lettura del silenzio», esame critico dell’accaduto ed espressione della polivalenza dell’esperienza.

In apertura e in chiusura della conversazione, Ingrao ci prega: «Siate gentili con la mia vecchiaia». È la vita di tanti lottatori.

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