Quando Osama tentò di arruolarmi. Fisk racconta i suoi giorni con lo sceicco – Enrico Franceschini

«Mister Robert – cominciò a dire lo sceicco col turbante – uno dei nostri fratelli ha fatto un sogno, ha sognato che lei veniva a trovarci su un cavallo, che lei aveva la barba e che lei indossava una veste come la nostra. Questo significa che lei è un vero musulmano». Il luogo era un accampamento sulle montagne dell´Afghanistan. La data era il 19 marzo 1997. Lo sceicco col turbante era Osama Bin Laden. E “mister Robert” era Robert Fisk, il più famoso corrispondente estero britannico, seduto sotto una tenda a gambe incrociate davanti al capo di Al Qaeda. «Sogno, cavallo, barba, musulmano, era chiaro dove voleva arrivare», ricorda il giornalista, al telefono dalla sua casa di Beirut, dove vive da oltre un quarto di secolo. «Era una trappola e un invito al tempo stesso. Bin Laden stava cercando di reclutarmi. Voleva che mi unissi alla sua lotta. E compresi immediatamente che cosa poteva significare un occidentale, un inglese bianco, un reporter di un rispettabile quotidiano occidentale, per Osama. Nessuno avrebbe sospettato di me. Avrei potuto diventare un diplomatico, entrare nell´esercito o addirittura – un pensiero che mi venne 4 anni più tardi – imparare a pilotare un aereo di linea. Dovevo rispondergli, ovviamente rifiutando. Ma come l´avrebbero presa? Ero terrorizzato. Fu uno dei momenti più spaventosi della mia vita».
Di spaventi ne ha passati tanti, “mister” Fisk, oggi 65enne, corrispondente di tante guerre in Medio Oriente, inviato del Times e poi dell´Independent, autore di libri, «Il martirio di una nazione», «Cronache mediorientali» sono due dei titoli (in Italia pubblicati da Il Saggiatore), che hanno contribuito a farne un mito del giornalismo. Nessun cronista, o meglio forse nessun occidentale, conosceva Bin Laden bene come lui, che è l´unico ad averlo intervistato 3 volte.
Cosa ha provato alla notizia che lo hanno ucciso?
«Indifferenza. Né piacere né dolore, ma come se un peso si fosse sollevato dalle mie spalle. Osama mi nominava nei suoi discorsi. Venivo chiamato “il giornalista di cui Bin Laden si fida”. Credenziali che non mi avrebbero procurato il tappeto rosso alla Casa Bianca».
Che impressione faceva, trovarselo davanti?
«La gente cambia con l´età: da giovane vestiva in modo semplice, volutamente modesto, appartenendo a una famiglia molto ricca. Alla fine, nei video che distribuiva con i suoi proclami, era addobbato come uno sceicco, con vesti eleganti e fili d´oro. Era diventato vanitoso, e la vanagloria dell´apparenza rifletteva probabilmente quello che pensava di sé».
Le sembrava intelligente?
«Aveva una caratteristica che non ho mai riscontrato in alcun arabo, e ora che ci penso nemmeno in alcun occidentale. Quando gli facevo una domanda, non rispondeva subito: aspettava uno, due, anche tre lunghissimi minuti, masticando un bastoncino, rimuginando, e poi quando apriva finalmente bocca parlava come un libro stampato. Non so se questa si possa definire intelligenza, ma non era certo uno stupido».
Era colto?
«Aveva lacune enormi. Gli ho sentito dire delle incredibili sciocchezze. Non sapeva che cos´era la guerra civile americana, per esempio. Poi era seriamente convinto che, finanziando le guerre, l´America sarebbe andata in bancarotta, sebbene oggi questa profezia possa apparire non del tutto inimmaginabile. Aveva una difettosa concezione della realtà. Mi diceva che siccome lui aveva sconfitto l´Armata Rossa sovietica, avrebbe sconfitto anche l´America. A parte che non aveva sconfitto i russi da soli, provavo a obiettare che l´America era un´altra cosa, ma non voleva sentire ragioni».
Come ha fatto a diventare il capo di Al Qaeda?
«Ci sono varie ragioni ma una su tutte: era alto, bello, bravo a parlare. E diceva le cose sull´Occidente che i leader arabi, i Mubarak, i Ben Ali, non potevano o non volevano dire, cose che eccitavano la parte più povera, ignorante, arrabbiata, delle loro società».
Aveva paura di morire?
«Mi disse varie volte che non si sarebbe mai fatto prendere vivo, che non si sarebbe arreso al nemico. E quando provavo a provocarlo, insinuando che era ormai un uomo braccato, replicava che il pericolo fa parte della nostra vita».
Com´era vivergli vicino?
«Una volta gli scattai una foto. Prese accanto a sé due dei suoi figli, si mise in posa, fece un bel sorriso. Dopo avere rimesso la macchina fotografica nella borsa, domandai, così d´istinto, a uno dei suoi figli: sei felice? E lui rispose di sì. Ma poi anni dopo quel figlio ha scritto un libro, un´autobiografia, “Living with Osama bin Laden”, e ha voluto correggersi: ha scritto che, se Robert Fisk gli avesse ripetuto la stessa domanda, avrebbe risposto di no, che non era felice».
Non deve essere stato facile intervistare Bin Laden. Come faceva a trovarlo?
«No, non è mai stato facile. Ma non ero io a trovare lui. Era lui, in un certo senso, a trovare me. Un giorno ero seduto nel mio ufficio di Beirut quando suonò il telefono. “Mister Robert – mi disse una voce in inglese con pesante accento arabo – un amico che lei ha già incontrato una volta in Sudan vuole vederla”. Chiesi dove voleva vedermi. “Nel posto in cui l´amico si trova ora”. Compresi che alludeva all´Afghanistan, poiché si diceva che Osama, che io avevo intervistato in precedenza in Sudan, si fosse spostato là. “Vada a Jalalabad e qualcuno la contatterà”, continuò la voce. Così feci e finii nell´accampamento sulle montagne sotto una tenda con Bin Laden».
Dove ricevette l´offerta di reclutamento. Come fece a rifiutare senza rischiare di perdere la vita?
«Sceicco Osama, gli dissi, no, io non sono e non diventerò un musulmano. Io sono un giornalista. E il lavoro di un giornalista è raccontare la verità. Lui mi guardava con uno sguardo da falco. Stette zitto un po´, mentre gli altri aspettavano la sua reazione, poi disse: “mister Robert, se lei dice la verità, vuol dire che è un buon musulmano. Tutti gli uomini sotto la tenda annuirono in segno di approvazione per la sua sagacia”. Bin Laden sorrise. E io fui salvo».
E adesso Bin Laden è morto.
«Avrei preferito che lo portassero a New York e lo processassero. Chissà quante cose interessanti avrebbe potuto raccontare: a me ha sempre detto che non collaborò con la Cia durante la resistenza dei mujaheddin afgani all´Armata Rossa, ma non gli credevo. In ogni modo la primavera araba degli ultimi mesi aveva già spento il suo sogno di un grande califfato fondamentalista islamico da Bagdad al Cairo. Osama era già uno sconfitto. Da morto, se sarà trasformato in un martire dai suoi seguaci, potrebbe fare più danni che da vivo».

Fonte: Repubblica, 4 maggio 2011

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