L’uccisione di Bin Laden. Quando un popolo festeggia la morte – Jean-Marie Muller

Nella tarda serata del 1° maggio. il  Presidente Obama dichiara in televisione: «Sono in grado di annunciare agli Americani e al mondo che gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione che ha ucciso Osama Bin Laden (…) Giustizia è fatta. Justice has been done.». Sì, ma quale giustizia è stata fatta? Il Presidente americano precisa che aveva «autorizzato un’operazione destinata a catturare Osama Bin Laden e a presentarlo alla giustizia». Se questo era l’obiettivo cercato, allora l’operazione condotta dai militari delle forze speciali americane è fallita. Al contrario, la morte di Bin Laden significa che egli non renderà mai conto dei suoi atti alla giustizia. Bin Laden non è stato catturato, è stato ucciso. Non è stato giudicato, è stato colpito da esecuzione. Ci si dice che la foto del suo cadavere è «atroce». La sua uccisione è un atto di violenza, non è un atto di giustizia. La giustizia degli uomini civilizzati è un atto di umanità, non di violenza.

Si può fondatamente pensare che l’obiettivo degli Americani non era catturare Bin Laden, ma ucciderlo. Detenere come prigioniero il leader di Al Qaeda avrebbe posto allo Stato americano dei problemi ingestibili. E come poteva permettersi di istruire un processo di Bin Laden davanti a un tribunale che lui avrebbe usato come una tribuna? Tutto considerato, la sua scomparsa aggiusta bene le cose. Troppo bene. Il 16 marzo 2010, Eric Holder, ministro della giustizia americano, aveva dichiarato davanti al Congresso che Osama Bin Laden non sarebbe «mai stato condotto davanti a un tribunale americano» perché sarebbe stato ucciso al momento del suo arresto. «La realtà, aveva precisato il ministro, è che si leggeranno i suoi diritti [come avviene nei processi, n.d.t.] al cadavere di Osama Bin Laden».

La morte di Bin Laden corrisponde ad una certa logica, ma è soltanto la logica della vendetta. Non è la giustizia che è stata fatta, ma la vendetta. Quale altro motivo per questo omicidio che la sola ricerca della vendetta? Quale altro beneficio può sperare il popolo americano da questa morte se non la soddisfazione del suo desiderio di vendetta? Quando la più grande potenza militare del mondo uccide un uomo disarmato che vive in una casa di campagna, dov’è il progresso della giustizia? O il progresso della libertà? O quello dei diritti dell’Uomo? Dov’è l’avanzata della civiltà? O quella della pace? O quella della democrazia? Uccidere un uomo non è difendere una causa, è uccidere un uomo.

Il fatto che il corpo di Bin Laden sia stato fatto scomparire in mare, quali che siano le precauzioni che han potuto essere prese, è contrario non solo alle regole dell’islam, ma alle regole dell’umanità. Come se la morte del nemico non bastasse, e occorresse provvedere al suo annientamento.

Certo, nessuno può dimenticare l’orrore degli attentati dell’11 settembre 2001, che hanno traumatizzato il popolo americano. Bin Laden, come ha sottolineato Barack Obama, era «responsabile della morte di migliaia di uomini, donne e bambini innocenti». Ma in che modo l’uccisione di Bin Laden rende giustizia alle vittime e alle loro famiglie? Questa uccisione non soddisfa che la giustizia arcaica della legge del taglione, la cui caratteristica è proprio di raddoppiare la violenza. Questa uccisione non fa che banalizzare la morte.

Certo, il terrorismo islamista pesa con una vera minaccia sulle democrazie, e queste hanno il diritto e il dovere di difendersi. Ma l’uccisione di Bin Laden merita di essere salutata come una grande vittoria della democrazia sul terrorismo? È tale da rafforzare la sicurezza delle democrazie? Niente è meno sicuro di ciò. L’eliminazione di Bin Laden non potrà indebolire l’ideologia del terrorismo. Alcuni vorranno certamente vendicare la morte di colui che è stato martirizzato. Non occorre proprio essere un grande esperto per pensare che è molto probabile una radicalizzazione delle reti terroristiche, e che, di conseguenza, i rischi di attentati sono ora più alti. Tutto ciò è conforme alla logica della violenza.

Subito, poco dopo mezzanotte, da Washington a New York, migliaia di Americani sono scesi nelle strade e si sono riuniti per festeggiare questa morte come si festeggia una magnifica vittoria. La televisione americana ci ha mostrato immagini di folle in tripudio che cantavano e ballavano per gridare la loro gioia. «Usa, Usa !», gridavano ridendo a gola spiegata queste donne e questi uomini per esprimere la loro fierezza di essere Americani.

In Francia, tutti quelli che si impegnano a tenere un linguaggio politicamente corretto hanno affermato che si compiacevano della morte di Bin Laden, la quale significava ai loro occhi una vittoria della democrazia sul terrorismo. Sembrano tutti allinearsi al comunicato pubblicato il 2 maggio dalla Presidenza della Repubblica francese: «Giustizia è fatta». E tutti sembrano soddisfarsi di questa giustizia sbrigativa.

Certo, basta un po’ di psicologia per comprendere la soddisfazione e il sollievo sentiti da quegli stessi che sono stati dolorosamente feriti dalle azioni criminali di Bin Laden. È «umano, molto umano». Ma questa comprensione e compatimento non può arrivare a dare ragione alle manifestazioni esagerate che hanno avuto luogo. La decenza avrebbe voluto che quella soddisfazione fosse trattenuta, invece di dare luogo a un’esplosione sbrigliata di gioia. In queste circostanze, bisogna ricordarci delle parole di umanità del poeta: «Solo il silenzio è grande; tutto il resto è debolezza». Oserei aggiungere: ballare, cantare, gridare, è ugualmente vile…

Come può l’uomo festeggiare la morte gridando di gioia? Per far questo non è forse necessario che la violenza sia profondamente radicata nel suo cuore e nel suo spirito? E che la violenza abbia distrutto in lui tutta una parte di umanità? Come può l’uomo rispettare l’umanità in se stesso se non la rispetta nell’altro, sia pure il suo peggiore nemico? Il sangue del nemico è sempre il sangue dell’umanità. L’uccisione è sempre un fallimento, un dramma e una disgrazia. La tragedia della violenza è precisamente nel fatto che essa rinchiude ognuno dei due avversari in un ingranaggio in cui l’uno e l’altro finiscono per perdere il senso sacro della vita. Ciascuno resta prigioniero della logica della violenza che è una logica di morte.

In un testo scritto all’inizio della seconda guerra mondiale, intitolato Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, Freud scrive: «Quando una decisione avrà posto fine al selvaggio scontro di questa guerra, ognuno dei combattenti vittoriosi tornerà felice a casa sua, ritroverà la moglie e i bambini, senza essere preso né turbato dal pensiero dei nemici che avrà ucciso nel corpo a corpo o con un’arma a lunga gittata». Così l’uomo civilizzato non prova alcun senso di colpa di fronte alla morte dei suoi nemici. Freud fa notare che non era così per l’uomo primitivo. «Il selvaggio, egli nota, non è affatto un uccisore impenitente. Quando torna vincitore dal sentiero di guerra, non ha il diritto di entrare nel suo villaggio, né di toccare la sua donna prima di avere espiato le sue uccisioni di guerra con delle penitenze spesso lunghe e penose». Freud conclude sottolineando che l’uomo primitivo dava prova di una «delicatezza morale che è perduta presso di noi, uomini civili».

Il saggio cinese Lao-Tzu esprime, nel capitolo 31 del Tao Teh King, lo stesso obbligo di prendere il lutto per chi ha dovuto, costretto dalla necessità, ricorrere alla violenza contro il suo avversario:

Per quanto siano brillanti,

le armi non sono mai altro che strumenti di disgrazia;

giustamente i viventi le hanno in orrore.

Perciò colui che segue la Via non se ne occupa (…).

Per il nobile, non ci sono armi che siano felici;

lo strumento di sventura non è il suo strumento.

Egli vi ricorre, suo malgrado, solo costretto da necessità,

amando sopra tutto la calma e la pace.

Anche nella vittoria, egli non gioisce,

perché, per gioirne, bisogna amare l’uccidere.

Ma uno che si compiace del massacro di uomini

che cosa può compiere nel mondo degli uomini? (…)

Lutto e lamento per il massacro di uomini,

un rito funebre è ciò che tocca al vincitore.

Queste considerazioni di Lao-Tzu e di Freud sull’obbligo del lutto per l’uomo che ha ucciso il suo avversario non devono essere prese con quella leggera disinvoltura che si riserva volentieri agli aneddoti edificanti sugli usi e costumi del tempo andato. Conviene non solo prenderle sul serio, ma bisogna prenderle alla lettera. L’uomo veramente «civilizzato», se si è trovato nella trappola della necessità che lo ha costretto ad uccidere il suo avversario, non prova gusto a festeggiare una qualche vittoria, non cerca di discolparsi con qualche giustificazione, ma porta il lutto per colui che è morto per mano sua. Le affermazioni di Lao-Tzu e di Freud sono incontrovertibili: dopo la morte del nemico la «civiltà» esige il lutto, mentre la «ferocia selvaggia» spinge a festeggiare la vittoria.

Certo, è probabilmente irragionevole attendersi dal popolo americano che prenda il lutto per la morte di Bin Laden. Tuttavia, bisogna aver chiaro con Lao-Tzu che «per gioirne bisogna amare l’uccidere».

4 maggio 2011

Jean Marie Muller, filosofo e scrittore, è il portavoce del “Mouvement pour une Alternative Non-violente” (MAN: www.nonviolence.fr)

 

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