Il satyagraha di Vittorio Arrigoni – Nanni Salio

Non ho conosciuto direttamente Vittorio, anche se ho letto alcuni dei suoi messaggi da Gaza, e in particolare la raccolta curata dal Manifesto che porta il titolo di uno dei suoi slogan ricorrenti “Restiamo umani”.

Nelle molte riflessioni e commenti che sono stati scritti su di lui, manca una puntualizzazione più precisa. Vittorio non era un “pacifista” e in questo ha ragione il commento, per altri aspetti ingeneroso, di Pierluigi Battista (Corriere della Sera 16 aprile 2011) là dove afferma: “Arrigoni non era un pacifista”. Ma quello che segue a questo commento è profondamente sbagliato, quando si sostiene che Vittorio “era il combattente di una guerra sbagliata”.

Vittorio non era un “pacifista” e non combatteva affatto una “guerra”, ma cercava di essere un satyagrahi, nella migliore tradizione gandhiana: disposto a morire ma non a uccidere. Cercatore di una verità che sfugge sempre completamente a tutti noi, ma alla quale possiamo faticosamente avvicinarci. Non combatteva una guerra, ma lottava cercando di usare al meglio i mezzi della lotta nonviolenta, come stanno facendo in molti in Palestina.

È questo ciò che tanti, anche tra coloro che lo hanno ammirato, non sono riusciti a capire pienamente. Chiedeva di “restare umani”, ma in realtà voleva dire superare l’attuale condizione di noi umani che, a differenza degli animali nostri fratelli maggiori (che ci hanno preceduto nel processo evolutivo), ci uccidiamo sistematicamente su larga scala nel “culto della guerra”.

Vittorio ha cercato di tradurre concretamente in pratica, con l’ International Solidarity Movement (ISM), ciò che andiamo da tempo proponendo: la costituzione di Corpi Civili di Pace. E molti degli attivisti e delle attiviste dell’ISM hanno anch’essi seguito la strada dei satyagrahi. Basti ricordare, fra tutte, Rachel Corrie.

Altre e altri in Palestina hanno fatto la stessa scelta, quella che Gandhi chiamava la nonviolenza del forte, del coraggioso, di chi ha sconfitto la paura, anche quella di morire. Juliano Mer-Khamis, anch’egli assassinato quindici giorni prima di Vittorio, è un altro esempio significativo.

La strada del satyagraha è quella seguita sino all’estremo da Gandhi come da Martin Luther King, entrambi assassinati. Insieme a Nelson Mandela essi hanno aggiunto alle tecniche dell’azione nonviolenta pragmatica un obiettivo più impegnativo: amare il proprio nemico (si veda il bel libro di John Carlin, Ama il tuo nemico, Sperling & Kupfer, Milano 2009). Un aspetto che è stato riscoperto anche da Uri Avnery in “La saggezza di Gandhi” (un articolo del settembre 2010 che ripubblichiamo adesso http://serenoregis.org/2011/04/la-saggezza-di-gandhi-uri-avnery/), dove Uri ci invita a compiere questo passo ulteriore per rendere più incisiva ed efficace l’azione nonviolenta.

Ci rattrista che proprio nella cultura dei “giusti” non trovino accoglienza questi nuovi “giusti”, questi bodhisattva, questi satyagrahi, che prendono su di sé il dolore e le ingiustizie del mondo. Eppure un giorno troveranno anch’essi posto nel “giardino dei giusti” a Gerusalemme. Quello sarà sicuramente un gran giorno, nel segno della avvenuta riconciliazione e Gerusalemme tornerà a essere autentica città della pace.

 

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