No alla guerra, no al nucleare – Recensione di Cinzia e Sebastiano Velio Picchioni

Rokurõ Haku, No alla guerra, no al nucleare. Le armi all’uranio impoverito che distruggono l’uomo e l’ambiente, I libri di mamma! Roma 2011, pp. 80, € 10,00

A cura di Centro di documentazione “Semi sotto la neve” e di Associazione Altrinformazione, tradotto dal giapponese è un fumetto «manga».

Un sottotitolo del sottotitolo potrebbe essere questo: «Se 15 anni fa, invece di Dragonball (ignoro il titolo originale, ma così è conosciuto qui da noi) si fosse letto Mangaban Rekkaurandan (titolo in giapponese del fumetto presentato)…

Che voglio dire? Che forse non ci sarebbe stata guerra in Afghanistan, né in Iraq e quindi non 11 settembre e via reagendo? E se questo fumetto fosse stato diffuso tempo fa forse non si sarebbero neppure costruite le centrali nucleari, si sarebbe saputo quanto siano «deboli» e quanto i loro componenti siano «dipendenti» gli uni dagli altri nel loro funzionamento. Così basta che succeda qualcosa ad uno di essi e tutto il resto, con «effetto domino» lo seguirà. Possiamo meglio comprendere questa realtà se leggiamo l’Approfondimento per l’edizione italiana (alle pp. 76-80), una specie di glossario per districarsi fra vocaboli e chimica. Scopriremo allora che una centrale nucleare civile produce delle scorie, e che queste scorie risultano utili – nei più svariati modi – per la produzione di materiale bellico.

Questo «Libro fuori mercato ma dentro il dolore» non è solo un fumetto: vi troviamo foto di bambini iracheni, immagini di proiettili (per rendersi conto delle reali dimensioni) e delle conseguenze derivanti dal loro uso (feriti ricoverati in ospedale, ma anche edifici distrutti…). E anche foto trasformate in fumetto (e non si sa dire quale faccia più effetto…).

Se volete non dormire sonni tranquilli, se volete andare a tutti i costi al referendum fra pochi giorni, guardate la paginona centrale del fumetto (pp. 64-5): una mappa mondiale della contaminazione radioattiva (non solo centrali nucleari, ma luoghi di incidenti e test, depositi di proiettili all’uranio impoverito e miniere da cui proviene l’uranio). Perché l’uranio serve per un mucchio di cose di cui non abbiamo neanche l’idea e il libro ci fa capire che lo trattiamo come un qualunque materiale quando invece non lo è per niente. Per esempio in Sardegna (è in cronaca la «scoperta» delle morti per leucemia e degli agnelli deformi!) ci sono dei poligoni di tiro dove non ci si allena al «tiro al piattello», ma le armi utilizzate sparano proiettili all’uranio!

Il linguaggio crudo ma lucido, il bianco e nero totale – che soprattutto negli schemi permette un’estrema chiarezza – e l’utilissimo glossario (di cui abbiamo già parlato, che riempie di significato ogni freccia e a cui rimandano le parole nei «fumetti», quelli che includono le parole dei protagonisti) ne fanno uno strumento adatto anche per le scuole superiori (chimica, fisica, storia, ecologia, sociologia, che altro?). Consiglio cinefilo: la trilogia di Godfrey Reggio, con le musiche di Philip Glass, soprattutto Koyaanisqatsi, la profezia degli indiani Hopi, gli stessi che incontriamo nel nostro fumetto, a p. 35. Mentre a p. 2, nell’Introduzione, troviamo le parole dell’autore che ci invita a leggere il libro, perché dopo:

«[…] potrete capire il legame diretto tra l’uranio, le armi nucleari, le centrali nucleari, la guerra in Afghanistan, la guerra in Iraq e l’attentato dell’11 settembre del 2001 a New York.»


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