Delta in rivolta «Suggerimenti da una insurrezione asimmetrica» – pirateria e guerriglia contro le multinazionali del petrolio – Recensione di Lidia Larecchiuta

Pepino D. (a cura di), Delta in rivolta «Suggerimenti da una insurrezione asimmetrica» – pirateria e guerriglia contro le multinazionali del petrolio, Centro di documentazione Porfido, Torino 2009, pp. 142, € 8,00

La Nigeria è il settimo produttore mondiale di petrolio, il primo nel continente africano: oggi l’oro nero costituisce per lo stato nigeriano il 95% degli incassi dovuti alle esportazioni, e l’80% delle entrate totali. Inutile dire che gli unici che beneficiano dell’economia del petrolio in Nigeria sono il corrotto governo locale e le multinazionali del petrolio (primo fra tutti il colosso Shell, seguito dalla nostrana Agip-Eni, e molte altre società come Chevron, Total…). La popolazione locale, costretta a subire sfruttamento e continui saccheggi di risorse naturali da oramai cinque secoli (dal triste fenomeno della tratta degli schiavi nel primo periodo coloniale) rappresenta chi invece non ha ricavato assolutamente nulla dal mercato del petrolio – se non fame, miseria e inquinamento –, in particolare nel caso degli abitanti che vivono presso il delta del fiume Niger, principale area estrattiva della Nigeria (si tratta di 20 – 30 milioni di persone, appartenenti a svariati gruppi etnici).

Ed è proprio dalla scoperta dei primi giacimenti petroliferi, negli anni ’50, che la popolazione della Nigeria lotta contro le multinazionali del petrolio e del gas che depredano le loro terre lasciandosi alle spalle una scia di disastri ambientali, sociali, economici. Le conseguenze dell’attività estrattiva (in primo luogo le perdite di greggio dalle condutture, la costruzione di strade e canali, la deforestazione, la combustione a cielo aperto del gas prodotto nell’estrazione che prosegue senza sosta da decenni) hanno completamente distrutto il fragile ecosistema dell’estuario del Niger. La distruzione degli habitat costieri per far posto ai grossi impianti, e l’inquinamento del suolo e delle falde acquifere ha reso impossibile la sopravvivenza della popolazione locale grazie alle loro tradizionali attività di pesca e agricoltura. Alla catastrofe ambientale si accompagna dunque ciò che l’autore chiama “decomposizione sociale” e quindi economica: dal momento che le multinazionali non offrono nemmeno posti di lavoro per gli abitanti del luogo (il personale specializzato che lavora nell’industria petrolifera viene assunto in “patria” dalle società straniere), la popolazione locale si ritrova costretta ad abbandonare le campagne e la pesca e a migrare altrove o vivere in baraccopoli in cui non c’è luce elettrica (un paradosso se si pensa che la Nigeria è uno dei serbatoi di greggio da cui il mondo ricava energia) né acqua potabile, non ci sono scuole né ospedali.

Ho letto tutto questo nel libro a cura di Daniele Pepino, un testo per comprendere le basi di un conflitto lontano, antico ma tuttora in corso, e gli interessi delle multinazionali coinvolte nella vicenda. Lo scopo dell’indagine non è solo la denuncia, il desiderio di rompere il complice silenzio mediatico che avvolge le lotte del popolo del delta del Niger, ma piuttosto risvegliare i nostri animi intorpiditi e disabituati a schierarsi dalla parte di certi ideali, come viene dichiarato nell’introduzione:

“[…] il suo senso di fondo rimane tale: «qualcosa che vuole provocare gli uomini sdraiati nella menzogna» (Georges Henein); una sassata contro i nostri privilegi, fondati proprio sui massacri e le sofferenze di chi, altrove, paga con il suo sangue per il nostro “benessere”, ma non ha rinunciato a combattere. Mentre la guerra per l’oro nero infuria, infatti, il petrolio del Delta alimenta le nostre automobili, ci accompagna ogni giorno nell’indifferenza; il gas del Delta, attraverso i rigassificatori, accenderà i nostri fornelli e scalderà le nostre case; e il governo italiano intanto continua a rifornire l’esercito nigeriano contribuendo alla repressione degli insorti. Quanto ancora potremo fingere di non essere coinvolti in questa guerra?

Questo testo è un invito a prendere consapevolezza di un conflitto in cui, volenti o nolenti, siamo già parte in causa. È un invito a schierarsi. A portare la guerra in casa, qui, dove ha sede il cuore pulsante delle politiche neocoloniali. Perché l’epoca delle guerriglie anticoloniali non è finita. Quel che è svanito è la nostra disposizione a riconoscerle.” (pag. 10).

Quella che ci viene raccontata nel libro è la storia di un popolo che si oppone alla corruzione del governo, ai signori del petrolio, alle ingiustizie sociali e ambientali. Le prime proteste risalgono agli anni ’70, e sono riconducibili da un lato a manifestazioni non-violente e marce pacifiche, dall’altro a azioni di sabotaggio e danneggiamento delle strutture. Nella maggior parte dei casi il governo rispose con repressioni violente, arresti e torture indicibili. Nel corso di queste violenze presero forma numerosi movimenti per l’autodeterminazione, la smilitarizzazione della regione, i diritti sociali e ambientali, alcuni dei quali guidati da sostenitori della nonviolenza attiva: è il caso della straordinaria figura di Ken Saro-Wiwa, scrittore e attivista del MOSOP (Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni – uno dei gruppi etnici che abitano il delta), venne arrestato, torturato e quindi condannato a morte nel 1995. Questi interventi del governo non servirono a spaventare la popolazione, ormai pronta a tutto pur di difendere la propria terra, la propria vita e i propri diritti, e anzi, spesso contribuirono a diffondere un sentimento di rabbia e frustrazione nel popolo, tanto che i diversi gruppi etnici della zona iniziarono a mettere da parte le rivalità e i vecchi rancori per unirsi tutti insieme nella lotta al “nemico comune”. È in questo clima di resistenza multiforme e di forte partecipazione popolare che, dopo decenni di opposizioni, nasce fra il 2005 e il 2006 il MEND (Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger), cui è dedicata grande attenzione nel testo. Si tratta di un gruppo di militanti mossi da obiettivi precisi come il rilascio degli attivisti e oppositori arrestati dal governo, la liberazione della regione dalle multinazionali del petrolio, il controllo delle risorse naturali da parte delle popolazioni native, il pagamento di risarcimenti al popolo nigeriano per 50 anni di schiavitù e sfruttamento. Questi freedom fighters hanno costituito un movimento fluido, organizzato secondo un modello decentrato, le cui unità agiscono in modo indipendente e autonomo ma coordinato. Tutto ciò, insieme al fatto che i militanti riescono ad avere un forte appoggio da parte del popolo (è difficile trovare un villaggio del delta che non ospiti simpatizzanti del MEND), rende il movimento sfuggente, un bersaglio difficile da colpire. Le azioni del MEND non rientrano propriamente nella definizione di resistenza non-violenta: i ribelli fanno riferimento a tattiche violente come azioni di guerriglia, attacchi a oleodotti e impianti petroliferi (a volte però rimandati a causa dell’elevato rischio di ferire civili presenti sul posto), scontri armati con l’esercito nigeriano, sequestri di personale delle compagnie petrolifere (ricorderete certamente il sequestro dei tre tecnici italiani dell’Eni-Agip fra il 2006 e il 2007, rilasciati dopo circa 100 giorni) – ostaggi peraltro sempre trattati con riguardo e poi rilasciati incolumi, in quanto il principale intento in queste azioni non è quello di ottenere un riscatto, ma di pubblicizzare il problema.

Devo ammettere (con un po’ di imbarazzo, data la mia natura contraria alla violenza e all’uso delle armi) che nella lettura del libro non ho potuto fare a meno di provare una certa simpatia per questo gruppo di ribelli, di non riuscire a condannare del tutto le loro azioni e credo che ogni lettore che abbia la possibilità di prendere in mano questo testo possa condividere tali sensazioni. Userò le parole dell’autore per esprimere la conclusione a cui sono arrivata:

“[…] quanto sappiamo ci è sufficiente per schierarci. Non con questo o quel gruppo o fazione in lotta, ma contro il neo-colonialismo nostrano. Questo dovrebbe essere il nostro compito. Questo è, da sempre, il compito delle forze internazionaliste presenti nei Paesi in cui hanno sede le politiche coloniali.” (pag. 84).

 

 

 

 

 

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