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Energia e modelli di sviluppo – Nanni Salio

marzo 17, 2011 Versione stampabile

Questo articolo è stato scritto nel 2009, per un libro non ancora pubblicato, molto prima della catastrofe di Fukushima. Lo riproponiamo tale e quale perché a nostro parere contiene già le risposte a tutti i principali interrogativi posti dall’insieme di crisi che caratterizzano l’attuale fase della storia umana. Inoltre nel 1990, con il film Sogni, Akira Kurosawa fu tristemente profetico.

Siamo in presenza di una crisi energetica permanente, destinata a protrarsi e aggravarsi nel tempo, di cui facciamo fatica a percepire la gravità. Continuiamo a danzare allegramente sul Titanic che affonda, convinti che la questione verrà comunque risolta dalla nostra straordinaria creatività scientifica. Ci siamo abituati a usare l’energia, soprattutto il petrolio e il gas, come se fosse qualcosa di perennemente disponibile, abbondante e a basso costo. Improvvisamente ci troviamo di fronte al venir meno di queste fonti e pensiamo che gli allarmi siano ingiustificati, frutto solo della speculazione, o di errori di valutazione per eccesso di prudenza. Ma ora le cose sono diverse rispetto alla crisi del 1973. La situazione si è enormemente complicata per un insieme di vari fattori: 1. stiamo raggiungendo, o abbiamo già raggiunto, il “picco di produzione geofisica del petrolio”, ovvero la massima capacità produttiva e d’ora in poi crescerà il divario tra domanda, crescente, e offerta, calante. (su questo tema, ignorato sino a poco tempo fa dalla grande stampa, si veda il sito www.aspoitalia.net). Dapprima questo avverrà lentamente, ma poi sempre più rapidamente; 2. l’intenso uso dei combustibili fossili, carbone compreso, ha provocato una crescita di concentrazione di gas serra che, continuando con questo andamento, potrebbe raggiungere un punto di non ritorno che innescherebbe un cambiamento climatico globale con conseguenze imprevedibili ma sicuramente catastrofiche; 3. la crescita della domanda di energia, soprattutto petrolio e gas, da parte dei paesi emergenti (Cina e India) le cui economie crescono con tassi a due cifre sta creando una situazione di tensione nelle relazioni internazionali che facilmente sfocia in guerre per il controllo delle risorse e può degenerare in una guerra su larga scala. D’altro canto, mentre una minoranza del 20-25% dell’umanità dispone dell’80-85% delle risorse energetiche, gli altri tre quarti vivono in condizioni inaccettabili e hanno diritto a una crescita: loro devono crescere, noi dobbiamo decrescere e dimagrire.

Energia o potenza?

Precisiamo subito che per capire bene i termini della questione, dovremmo parlare soprattutto di potenza (flusso di energia nel tempo) più che di energia. Mentre l’energia si misura in joule, la potenza è il rapporto tra joule e secondi e si misura in watt o con i suoi multipli, il kW, pari a mille watt. La potenza delle lampade che usiamo nelle nostre abitazioni varia da poche decine di watt a un centinaio, mentre quella di un’automobile è dell’ordine di qualche kW. Il metabolismo del nostro corpo richiede una potenza di circa 100 W per nutrirci e mantenerci in vita.

Ma la potenza che le società industriali utilizzano varia da un paese all’altro, con disparità notevoli che vanno dai 10 kW pro capite degli USA ai 5-6 dell’UE a 1-2 della Cina a 1 per l’India per un totale di circa 1013 W a livello planetario.

potenza pro-capite

Stati Uniti 10 kW

Unione Europea 4-6 kW

Italia 5-6 kW

Cina 1-2 kW

India 1 kW

Mondo 1,6 kW

Paesi più poveri 0,1-0,5 kW

Queste differenze che nei casi estremi giungono quasi a un fattore cento, si possono considerare una conseguenza dei diversi modelli di sviluppo adottati esplicitamente o implicitamente dai vari paesi, come si può vedere dallo schema di fig. 2.

MDS ENERGIA/POTENZA

ILLIMITATO/10 kW

SOSTENIBILE/2 kW

SEMPLICITA’ VOLONTARIA/1 kW

SUSSISTENZA/ 0,1-0,5 kW

MATTATOIO MONDIALE/ meno di 0,1 kW

Fig.2 Correlazione tra modelli di sviluppo e potenza energetica pro capite

 

Poiché si può ipotizzare una correlazione tra modelli di sviluppo e modelli di difesa, ne risulta anche uno strettissimo legame tra scelte energetiche e modelli di difesa, come è ampiamente argomentato nella letteratura sull’argomento (Michael Klare, Le guerre del petrolio, www.disinformazione.it/guerrepetrolio.htm . Dello stesso autore: L’impero del petrolio, Internazionale, n. 591, 20 maggio 2005, pp.28-35 e i più recenti articoli: Michael Klare, “Is Energo-Fascism in Your Future? The Global Energy Race and Its Consequences” (Part 1), www.truthout.org_2006/011507H.shtmlPetro-Power and the Nuclear Renaissance: Two Faces of an Emerging Energo-Fascism” (Part 2), www.truthout.org/docs_2006/printer_o11707G.shtml dei quali esiste una traduzione parziale con il titolo “Potere nero”, in Internazionale, n. 679, 9/15 febbraio 2007, pp.22-27. Si veda infine: Jonathan Nitzan e Shimshon Bichler, Capitalismo e guerra, www.resistenze.org/sito/os/ec/osec6n22.htm articolo originale all’indirizzo:

www.globalresearch.ca/index.php?context=viewArticle&code=%20NI20061116&articleId=3890).

La dottrina militare USA non fa mistero della necessità di controllare le aree strategiche di produzione del petrolio, ovunque nel mondo, dall’America Latina all’Africa al Medio Oriente. Si può ben dire che gran parte delle guerre contemporanee sono, almeno in prima ma buona approssimazione, “guerre per il petrolio”.

La storia della rivoluzione industriale è sostanzialmente una storia di successive rivoluzioni e innovazioni energetiche: dal carbone all’elettricità, dal petrolio al nucleare, sino a quella tuttora in corso dal nucleare e dai fossili al solare. E’ la straordinaria potenza messa a disposizione dalle fonti energetiche, soprattutto fossili, che ha permesso la crescita esponenziale della popolazione umana, del prodotto globale lordo e dei consumi pro capite, provocando di conseguenza una crescita esponenziale dell’impatto sul pianeta, che si può rappresentare con il modello proposto sin dal 1973 da Barry Commoner, Paul Ehlrich e John Holdren mediante la relazione funzionale I = P x A x T (Per approfondire questo tema, vedi: Pietro Greco e Antonio Pollio Salimbeni, Lo sviluppo insostenibile, Il Saggiatore, Milano 2003).

Secondo questo modello, l’impatto I sul pianeta dipende da tre variabili fondamentali: la popolazione P, lo stile di vita A, ovvero i consumi pro capite, e il fattore tecnologico T. Tale relazione può essere ulteriormente sintetizzata, con discreta approssimazione, in due sole variabili: I = P x E, dove E indica i consumi energetici pro capite.

Per stabilire quanto vale I, si possono utilizzare vari indicatori ambientali, il più noto e diffuso dei quali è l’impronta ecologica, definita come “uno strumento di calcolo che ci permette di stimare il consumo di risorse e la richiesta di assimilazione di rifiuti da parte di una determinata popolazione umana o di una certa economia e di esprimere queste grandezze in termini di superficie di territorio produttivo corrispondente” (Mathis Wackernagel e William E. Rees, L’impronta ecologica, Edizioni Ambiente, Milano 2000, pag.3). Si stima che l’attuale impronta ecologica totale dell’umanità superi del 20% il territorio realmente disponibile. Stiamo quindi intaccando il capitale naturale non rinnovabile e stando alle previsioni del WWF, questa tendenza potrebbe culminare nel 2050 con un’impronta che supererà di quattro volte quella totalmente disponibile. In altre parole, a quella data occorrerebbero quattro pianeti per far fronte alle esigenze dell’umanità (Vedi il rapporto annuale del WWF, Living Planet, www.assets.panda.org/downloads/living_planet_report.pdf ).

Impronta ecologica

(in ettari pro capite)

USA 10

Germania 4,5

Italia 3,8

Cina 1,8

India 0,7

Come si vede dalla tabella, anche i valori dell’impronta ecologica confermano la correlazione già evidenziata tra modelli di sviluppo e potenza energetica. Colpisce inoltre il fatto che i dati numerici dell’impronta e della potenza siano all’incirca gli stessi, sebbene espressi in unità di misura diverse.

Un altro indicatore è quello delle emissioni pro-capite di gas serra. Anche in questo caso, come si vede dai dati riportati in tabella, è evidente l’enorme disparità tra ricchi e poveri.

emissioni pro-capite di gas serra (in tonnellate equivalenti di CO2)

Stati Uniti 23,7

Unione Europea 11

Italia 9,8

Cina 3,2

India 1,2

Mondo 4,5

Paesi poveri meno di-0,5

(Fonte: Vincenzo Ferrara, “La dimensione etica dei cambiamenti climatici”, Energia, ambiente e innovazione, 3/2006, pp. 40-47.)

 

Usi finali

Nell’analisi della questione energetica si distinguono due scuole di pensiero principali. Secondo la prima occorre puntare sulle fonti energetiche, aumentando l’offerta e scoprendo nuove fonti. La seconda scuola sostiene invece che bisogna interrogarsi su quali sono gli usi finali e vedere come soddisfarli nel modo più efficiente. Negli usi finali, abbiamo bisogno soprattutto delle seguenti tipologie di energia: elettricità, che al momento è intorno al 15% del totale finale nei paesi industrializzati, calore a bassa temperatura (per riscaldamento e usi domestici), che costituisce circa il 30% degli usi finali; energia meccanica per i trasporti, un altrettanto 30%, e la parte restante calore a media e alta temperatura prevalentemente per processi industriali.

Limiti della crescita e limiti della biosfera

Se la potenza complessiva utilizzata dall’umanità fosse distribuita in modo equo, ogni abitante della Terra avrebbe a disposizione circa 1,5 kW che moltiplicati per i quasi miliardi di persone danno quella potenza di 1013 W che costituisce un valore massimo, una soglia che non si dovrebbe superare se non si vogliono mettere a repentaglio gli equilibri ecosistemici planetari. Oltre alle due scuole di pensiero che abbiamo citato, ne esiste una terza che mette in evidenza la necessità di porre dei limiti ai consumi e alla crescita quantitativa dell’economia: in un sistema chiuso, come quello del pianeta Terra, nessuna grandezza quantitativa può crescere all’infinito, tanto meno la crescita economica. Ma il dogma della crescita è condiviso da molti economisti, sebbene non da tutti, e da un’altrettanto numerosa schiera di politici e di cittadini/e. Senza modificare questo assunto, è assai improbabile che si possano risolvere i problemi energetici e ambientali su scala planetaria.

Equità e sostenibilità

Come sosteneva Gandhi, sin dall’inizio del secolo scorso, “il nostro pianeta ha risorse sufficienti per soddisfare i bisogni fondamentali di tutti, ma non l’avidità di alcuni”. La nostra civiltà è la più ricca che mai ci sia stata nella storia umana, ma questa ricchezza non è sostenibile, ovvero non è garantita alle generazioni future e neppure a una parte consistente di quelle presenti. I bisogni indotti della società opulenta crescono a dismisura in maniera artificiosa e futile, mentre quelli fondamentali delle popolazioni che vivono in miseria non sono minimamente soddisfatti. E’ illusorio e pericoloso per l’equilibrio ecologico su larga scala pensare di risolvere il problema aumentando ancora la potenza totale impiegata dall’umanità. Occorre invece un progetto di “contrazione e convergenza” (vedi l’omonima campagna promossa nel sito http://www.gci.org.uk/contconv/cc.html e altri documenti in www.gci.org.uk/translations/CandC_Statement(Italian).pdf oppure il par.5.1 “Contrazione e convergenza. Eguaglianza: a quale livello?Benessere e consumo di risorse” neltesto di Wolfganga Sachs e Tilman Santarius, a cura di,Per un futuro equo. Conflitti sulle risorse e giustizia globale. Un report del Wuppertai Institut, Feltrinelli, Milano 2007. Si veda infine l’ampio studio sulle disparità nella distribuzione della ricchezza svolto dalle Nazioni Unite: UNU-WIDER, The World Distribution of Houusehold Wealth,www.wider.unu.edu), ovvero di diminuzione della potenza pro capite delle popolazioni opulente e di crescita di quelle povere, per attestarci verso una potenza prossima al valore di 1,5 kW, come richiesto tra l’altro dal “contratto mondiale per l’energia e il clima” lanciato da numerose organizzazioni di tutto il mondo (AA.VV, Energia, Edizioni Punto Rosso, Milano 2006).

Aritmetica della sostenibilità

Per ridurre l’impatto I e farlo rientrare entro i limiti di sostenibilità ambientale e sociale (giustizia sociale, equa ripartizione delle risorse) si può fare un utile esercizio aritmetico, che si presta a molteplici varianti, ragionando su ciascuna delle tre variabili principali.

Popolazione

Dall’inizio del secolo scorso, la popolazione è cresciuta di un fattore 4 e continuerà a crescere, anche se meno di quanto si prevedesse anni fa. Secondo le stime più attendibili si può prevedere che verso la metà del secolo in corso si assesterà intorno ai 9 miliardi, con un aumento del 50% rispetto al valore attuale, per iniziare poi una lenta decrescita. Per quella data, dunque, I potrebbe aumentare anch’esso di tale entità, se si mantengono invariati gli altri parametri . Si dovrebbe pertanto prevedere una riduzione del prodotto AxT del 70% (un 50% per compensare l’aumento della popolazione e un 20% per ridurre l’impronta attuale).

Consumi e stili di vita

Il reddito pro capite è estremamente diverso da paese a paese e tra il 20% (un quintile) più ricco e quello più povero la disparità è di circa 60 volte, ma giunge sino a 150 volte se si prendono le fasce più ricche e quelle più povere all’interno dei due quintili, come si vede dal grafico seguente, elaborato dalle Nazioni Unite. I consumi pro capite A dipendono da stili di vita e orientamenti economici generali della società.


I1



I2


I3


I4

I5

Prendendo in considerazione i singoli quintili, l’impatto totale è dato dalla sommatoria di ciascuno dei cinque contributi

I = ? I i = I1 + I2 + I3 + I4 + I5

dove ogni Ii si riferisce a una fascia del 20% della popolazione mondiale (un quintile) che contribuisce in misura diversa a seconda del proprio stile di vita e di consumo. A grandi linee possiamo dire che I1 corrisponde a ricchezza, spreco, insostenibilità (per le generazioni future) e a un’ economia della impermanenza. (Può essere interessante, a questo proposito, segnalare il pionieristico lavoro svolto da J.C.Kumarappa, economista che lavorò a fianco di Gandhi. Kumarappa fu tra i primi a parlare di economia della permanenza in uno dei suoi libri: Economy of Permanence, Sarva Seva Sangh Prakashan, Rajghat, Varanasi 1984, prima edizione 1945. Il termine permanenza è ben più appropriato di quello di sviluppo sostenibile, che mantiene le ambiguità tipiche del concetto di sviluppo e di crescita.)

Nelle fasce I2 , I3 , I4 si va dalla parziale sostenibilità (o quasi sostenibilità) alla vera e propria sostenibilità (attuale e futura), con un benessere senza spreco; povertà dignitosa; economia della permanenza; semplicità volontaria.

La fascia I5 corrisponde alla situazione in cui la povertà diventa miseria (Majid Rahnema, Quando la povertà diventa miseria, Einaudi, Torino 2005), con le attuali generazioni che vivono già in condizioni di insostenibilità. E’ il “mattatoio mondiale” della morte per fame, inedia e malattie che potrebbero essere facilmente curabili. Si vive in una drammatica anticamera della morte.

Il riequilibrio ambientale verso la sostenibilità comporta una netta riduzione di I1 per permettere una crescita di I5: una strategia che, come abbiamo già detto, è stata definita contraction and convergence ovvero decrescita nella fascia dei sovraconsumatori e crescita nella fascia di chi consuma troppo poco. Per ridurre una singola Ii è necessario agire su entrambi i fattori A e T. La riduzione di A può avvenire sulla base del “principio di sufficienza”, ovvero cominciando a chiedersi “quanto basta?” per essere felici (Alan Duming, Quanto basta? La società dei consumi e il futuro della Terra, Angeli, Milano 1994). Questa è una domanda imbarazzante ma necessaria, alla quale si può rispondere in modo diverso a seconda della propria filosofia di vita e della propria etica ambientale e sociale.

Fattore tecnologico

La terza variabile, il fattore tecnologico T, è associata ai consumi energetici, e il suo peso può essere ridotto e governato mediante il “principio di efficienza”, come vedremo nel successivo paragrafo.

Progettare la transizione

Per realizzare un programma che appare tanto ambizioso quanto difficile, è necessario progettare una transizione che si basi sui seguenti punti essenziali. Primo, migliorare l’efficienza energetica in tutte le fasi di produzione, distribuzione e uso dell’energia e più in generale delle risorse. Si possono individuare tre tipologie di efficienza.

Efficienza di primo ordine

Si basa sulla applicazione del primo principio della termodinamica, la conservazione dell’energia, al miglioramento del rendimento delle macchine di produzione e di utilizzo di qualsiasi forma di energia (generatori e turbine, elettrodomestici, lampade a basso consumo).

Efficienza di secondo ordine

Consiste nell’applicare il secondo principio della termodinamica (l’energia si conserva ma si degrada nei processi di trasformazione) nella scelta dei singoli impianti di produzione su scala locale. Per rispettare questo principio occorre selezionare la modalità più corretta per produrre un determinato servizio evitando di utilizzare energia pregiata (come l’elettricità) là dove è possibile ricorrere a fonti meno pregiate (collettori termici solari, coibentazione, efficienza degli edifici). Un altro esempio è quello della cogenerazione (sia micro sia macro) per produrre contemporaneamente elettricità e calore per il riscaldamento.

Efficienza di terzo ordine

Con questa espressione, che non viene usata correntemente, si può intendere l’efficienza nel ciclo completo di produzione di un bene o di un servizio, dalla “culla alla tomba”, o meglio ancora dalla “culla alla culla”. Concretamente, consiste nel progettare e riprogettare i beni i servizi che utilizziamo nel sistema economico per renderli meno obsoleti, con un minor contenuto energetico a parità di funzione e con filiere d’uso più corte. Per far questo si dispone di una metodologia generale nota come LCA (life cycle assessement, valutazione del ciclo di vita). Si pensi alla irrazionalità di un sistema di distribuzione alimentare che fa compiere viaggi inutili, superflui e dispendiosi a molti prodotti: l’acqua minerale che dal sud viene inviata al nord e viceversa, l’aglio che arriva dalla Cina e così via. Oppure si pensi alla pratica diffusa dei vuoti a perdere e degli oggetti usa e getta. E’stato valutato che a parità di beni è possibile ridurre di un “fattore 4” e anche più il fabbisogno energetico (Vedi Ernst Ulrich von Weizsäcker, Amory B. Lovins, L. Hunter Lovins, Fattore 4, Edizioni Ambiente, Milano 1998).

Una seconda linea da seguire è quella del decentramento produttivo e in parte abitativo, cercando di realizzare un equilibrio ottimale raggiungibile con una corretta pianificazione, che eviti da un lato i grandi insediamenti urbani insostenibili e dall’altra la diffusione di casette a schiera sul modello nordamericano.

Infine è necessario procedere a un mix energetico di transizione che preveda la graduale ma precisa fuoriuscita programmata dai combustibili fossili e la loro sostituzione mediante fonti energetiche rinnovabili. Già oggi è tecnologicamente possibile costruire case a “costo zero di energia”, ovvero tali da non richiedere alcun apporto energetico attivo dall’esterno, per riscaldamento, raffrescamento ed energia elettrica. Questo permette di ottenere dei risparmi che possono giungere sino al 30-40 % degli usi finali.

Per la produzione di energia elettrica la soluzione alternativa è quella delle fonti di origine solare (eolico, solare termoelettrico, fotovoltaico, idroelettrico su piccola scala) che stanno conoscendo una rapida crescita in termini di potenza installata e di investimenti. Ma l’energia solare è caratterizzata da due fattori ben diversi rispetto alle fonti classiche (nucleare e fossili): varia nel corso del tempo (con le stagioni e con l’alternanza giorno/notte) e giunge sulla superficie terrestre a piccola densità, ovvero a piccola potenza, decentrate (in modo abbastanza “democratico”) su tutto il territorio. Per adattarsi a queste caratteristiche è necessario prevedere sistemi di stoccaggio mediante vettori energetici, tra i quali l’idrogeno sembra il più promettente. I piani di transizione contenuti nel “Libro verde” dell’UE prevedono di giungere a quote significative entro il 2030. Il paese all’avanguardia in questo ciclo virtuoso di transizione è la Germania, il cui esempio dovrebbe essere seguito dagli altri governi europei, a cominciare dal nostro (Hermann Scheer, Il solare e l’economia globale, Edizioni Ambiente, Milano 2004).

Particolarmente problematica è la questione trasporti, che sinora è stata progettata all’insegna della irrazionalità energetica e funzionale. Utilizziamo mezzi potenti ed energivori per viaggiare a velocità medie commerciali di 14 km/h nelle città e di 30-40 km/h negli hinterland. In compenso i pochi mezzi pubblici viaggiano spesso vuoti e comunque è del tutto carente una politica efficiente ed efficace di trasporto pubblico. Alcuni prospettano la transizione a biocombustibili, senza tener conto di quanto petrolio occorre per produrli e della bassa resa energetica di questi i biocombustibili entrerebbero rapidamente in competizione con le produzioni agricole a scopo alimentare (Vedi: George Monbiot, “Il boomerang del biodiesel”, L’Ecologist n.5, L’energia del domani è antica come il mare, settembre 2006, pp. 126-129). Anche in questo caso, razionalità vorrebbe che si riducano gli spostamenti superflui, di persone e merci, che non si consideri la mobilità come un diritto che non conosce limiti, che si ritorni a gustare sia la bassa velocità della bicicletta in città e per piccoli spostamenti (Ivan Illich, Elogio della bicicletta, Bollati Boringhieri, Torino 2006; Jean Robert, Tempo rubato, Red, Como 1992) sia l’arte del camminare, i città e in vacanza (escursionismo). Sui lunghi percorsi occorre invece privilegiare mezzi di trasporto pubblici su rotaia, per i quali l’efficienza significa innanzi tutto puntualità, frequenza del servizio su tutto l’arco del giorno e della notte, capillarità della rete, e solo in ultimo e se compatibile con gli altri criteri, velocità.

Nucleare? No grazie

E il nucleare? Serve a produrre energia elettrica, un vettore energetico altamente pregiato, che al momento riguarda solo una quota relativamente piccola degli usi finali. A parte i problemi, tuttora irrisolti in maniera soddisfacente, di sicurezza (di impianto e di proliferazione nucleare militare) e delle scorie, resta anche in questo caso, come per i fossili, la questione dell’esaurimento del combustibile, dei costi economici e dell’accentramento produttivo. Se si volesse produrre tutta l’energia elettrica attualmente necessaria, e ancor più nell’eventualità di una sostanziale elettrificazione pubblica dei trasporti, la filiera che si basa sull’uranio 235 si esaurirebbe in breve tempo. Occorrerebbe passare all’uranio 238 e alla produzione di plutonio, processo oggi non realizzato su scala commerciale. Ci troviamo ancora una volta di fronte a una strada che pare bloccata.

Tutta l’energia elettrica attualmente necessaria nelle società industriali potrebbe essere prodotta con le varie forme di energia solare decentrate, con reti di autoproduzione locale integrate in una rete complessiva (sulle reti, vedi: Paul M. Grant, Chaungey Starr e Tgomas J. Overbye, “Una nuova rete per l’economia all’idrogeno”, Le Scienze, settembre 2006, pp. 86-93.

Scenari e alternative

Si possono delineare vari scenari, riconducibili sostanzialmente a tre principali. Il primo è l’ipotesi del “collasso” della società industriale così come la conosciamo. Non agiamo in tempo, ci culliamo sul Titanic, sino a quando affonderà (Vedi Jared Diamond, Collasso, Einaudi, Torino 2006). Il secondo è quello della “fibrillazione”. Con scosse e traumi successivi, impariamo giocoforza a cambiare sino a diventare virtuosi. Il terzo, quello ottimale, è “l’atterraggio morbido”, che prevede di intervenire per tempo e con saggezza per dirottare le risorse energetiche e finanziarie verso le soluzioni già oggi praticabili e per costruire una società che impari a ”vivere meglio con meno”. Il FIL invece che il PIL: felicità interna lorda invece che prodotto interno lordo!

Un po’ di precauzione

Il problema in esame è complesso, la posta in gioco altissima e nessuno può avere la pretesa di conoscere esattamente la soluzione. Proprio per questo è necessario agire con precauzione, con scelte quanto più possibile reversibili, che permettano di tornare sui nostri passi se ci accorgiamo di avere sbagliato, per potere imparare dai nostri errori. L’umanità ha superato da tempo le soglie di sostenibilità e deve riorientarsi. Oltre alla dimensione strettamente tecnico scientifica la questione energetica comporta anche aspetti di natura squisitamente etica rispetto allo stile di vita individuale che desideriamo, all’equità nella distribuzione delle risorse, agli equilibri ecologici, alle future generazioni e all’attenzione che dobbiamo avere per tutti gli altri esseri viventi. Per far posto agli altri, dobbiamo ridurre i nostri bisogni e inventarci stili di vita che ci rendano più autenticamente felici. La strada della “semplicità volontaria” è uno di questi, presente da sempre in tutte le principali culture come via maestra dell’autorealizzazione.



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