Estate 1943. Il gioco degli inganni – Recensione di Dario Cambiano

Riccardo Rossotto, Estate 1943. Il gioco degli inganni. Cronaca, misfatti, protagonisti meno conosciuti di un imbroglio diventato tragedia, La Torre d’Avorio, Fogola Editore, Torino 2009

Se: se le cose fossero andate in modo diverso, quei giorni di settembre del ’43, l’Italia si sarebbe risparmiata, verosimilmente, altri 20 mesi di guerra, le deportazioni, gli arresti, i morti di una guerra che ormai nessuno voleva, forse neanche più Mussolini.

Se: se le cose si fossero gestite in modo diverso, i tedeschi avrebbero ripiegato a nord del Po, liberando di fatto il centro Italia: e forse non si sarebbero fermati fino al Brennero. E forse Roma non sarebbe stata occupata, e gli Alleati sarebbero sbarcati molto più a nord di Salerno.

Se.

E invece.

Invece il documentato ed enciclopedico libro di Rossotto, che si addentra in un vero e proprio ginepraio di dichiarazioni incrociate, di smentite, di false piste e di capri espiatori, cerca di far luce sui “ma”. Poteva andare diversamente. Ma l’Italia nel giro di 48 ore è stata abbandonata dai vertici militari, dal Re, da chiunque potesse e dovesse dare ordini all’esercito e agli italiani.

Fu viltà? Fu incapacità? O piuttosto fu calcolo, mercato, mediazione?

E’ sconcertante che dopo 67 anni ancora la verità sia difficile da accertare: i piani si intrecciano, i livelli di competenza e di informazione si sovrappongono: il lavoro certosino di Rossotto cerca la verità, ma il panorama da ricostruire è così vasto da non permettere di fare piena luce sulle decine di zone d’ombra. Ci fu un complotto? Kesselring fu contattato e gli fu consegnata Roma e l’Esercito italiano in cambio della fuga del Re?

Il libro di Rossotto è uno studio prezioso per chiunque si occupi di pace. Come si esce da una guerra? Come si risparmiano vite umane, e a che prezzo? Come si contrattano privilegi e libertà, e in cambio di cosa? Qual è il limite tra dovere morale e interesse personale? I fatti che vanno dal luglio al settembre 1943 di fatto costituiscono un episodio di “gestione nonviolenta dei conflitti”: ambasciatori e portavoce, generali e comandanti di corpo d’armata si spostavano lungo tutta l’Europa discutendo, parlamentando, contrattando. Mentre altrove, migliaia di soldati, burattini nelle mani di quei signori, macchiavano di sangue l’Italia, l’Africa, l’Albania.

A volte, la violenza nasce da una firma su un foglio, da una stretta di mano tra generali nemici. Senza che si sparga una sola goccia di sangue, anzi, spesso con lieti brindisi in fin di incontro.

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