Insegnare il potere della gente (People power) – Jesse Walker intervista Gene Sharp

Gene Sharp parla del conflitto nonviolento, del Medio Oriente, e del perché dobbiamo ripensare la politica

The Daily Beast chiama Gene Sharp “l’83enne che rovesciò l’Egitto”.

The New York Times riferisce che “per i despoti del mondo, le sue idee possono essere fatali”. Il mese scorso è stato lodato in varie sedi, dal Scientific American alla BBC. È un livello di attenzione senza precedenti per uno studioso le cui opere sono sempre circolate ai margini dei nostri dibattiti politici, influenzando il dibattito ma non in modo decisivo. “È stato effettivamente alquanto sorprendente” dice Sharp dell’improvvisa ondata di attenzione dei media. “Non è mai successo prima”.

Sharp non ha rovesciato Mubarak, ovviamente. L’hanno fatto gli egiziani. Lui si è limitato a scrivere libri che gli attivisti in Egitto — come anche in altri paesi, dalla Serbia alla Birmania e dagli stati Baltici all’Iran — hanno trovato utili per organizzare le proprie rivoluzioni. In epoche precedenti, i ribelli in cerca di conoscenze strategiche e tattiche avrebbero potuto trovare suggerimenti da Che Guevara o Vo Nguyen Giap. Oggi è più probabile che leggano Gene Sharp. Le differenze fra il Che e Sharp sono molte, ma la più importante potrebbe essere la seguente: mentre Guevara tenterebbe di istruire gli insorti nell’arte della lotta armata, Sharp si richiama alla tradizione gandhiana della non-cooperazione organizzata, nonviolenta.

L’opera principale di Sharp, i tre volumi di The Politics of Nonviolent Action del 1973 (tr. it., Politica dell’azione nonviolenta, 3 voll., Edizioni Gruppo Abele, Torino 1985-1997, fuori commercio, si può richiedere al Centro Sereno Regis, ndt) consiste di oltre 800 dense pagine, quindi non cercherò di ridurle a poche frasette. Ma si stagliano tre principali filoni della sua opera. Il primo è il suo attento esame di casi storici per cercare esempi empirici di resistenza civile, che non solo racconta ma riordina in utili categorie, da “gesti irriverenti” e “lettere di opposizione o di sostegno” a scioperi, ammutinamenti, e creazione di governi paralleli dei movimenti di base. Il secondo è la sua teoria del potere politico, che intende spiegare come tali tattiche possano funzionare in un mondo dove lo stato dispone di molte più armi che i cittadini. Attingendo a varie fonti — Gandhi, Arendt, gli anarchici — Sharp conclude che il governo si basa sulla cooperazione del pubblico e ne esplora quindi le diverse sfaccettature, analizzando i modi in cui tali forme abitudinarie di lealtà e obbedienza possano essere rafforzate o indebolite.

Il terzo filone è uno stile di analisi che accentua l’efficacia strategica più che i richiami etici. Per molti, la parola nonviolenza richiama uno scaffale in una libreria New Age. Ma Sharp scrive per realisti intenzionati a porre fine a dittature oppressive, non per potenziali mahatma.

Sharp vive a Boston, dove il minuscolo Albert Einstein Institution (www.aeinstein.org ) gli serve da base operativa. L’ho intervistato telefonicamente mercoledì scorso, quando l’incendio della rivoluzione accesosi in Tunisia in dicembre si espandeva al Medio Oriente e in Africa.

REASON: Conosci qualche parallelo storico con quanto successo in Tunisia?

Gene Sharp: Jamila Raqib [direttrice esecutiva dell’ Albert Einstein Institution] sta ancora lavorando a un resoconto dello sviluppo del caso tunisino, che sembra un evento alquanto speciale. E’ stato innescato da un fatto avvenuto in una parte piuttosto periferica del paese relativamente arretrata economicamente e politicamente. Era su scala molto modesta — una persona che subì gravi torti dai funzionari locali — per poi intensificarsi fino a tutto ciò che è successo. Non so di altri casi cominciati in quel modo.

R: Subito dopo la Tunisia, molti indicarono l’Egitto dicendo che però lì non sarebbe potuto avvenire. Qual era il tuo livello di ottimismo o pessimismo all’inizio delle proteste?

GS: Beh, speravo che facessero qualcosa di ben fatto. Ma non mi aspettavo quanto è avvenuto. È stato considerevole sotto almeno due aspetti importanti.

Uno, che abbiano spazzato via la loro paura. Hanno continuato a dirselo l’uno dopo l’altro, reporter dopo reporter, di non aver più paura. Il che è molto pericoloso per una dittatura. I dittatori vogliono sempre instillare paura, ottenere conformità, obbedienza e cooperazione obbligate. Quando ci si libera della paura, il dittatore ha ormai pochissimi mezzi di controllo.

E poi hanno mantenuto una disciplina nonviolenta. Non perfettamente, ma relativamente molto bene. Perfino quando erano un milione in un giorno di lotta e protesta di massa, quando c’era tensione che avrebbe potuto traformarsi in violenza, ho sentito che continuavano a dire: “Pacifici, pacifici!” Questa è una gran conquista con tutta quella gente in un breve lasso di tempo.

La violenza è uno strumento di cui la dittatura dispone più di te. Sono attrezzati a usare la violenza e reprimere sommosse e forme di resistenza violenta. Non sono bene attrezzati a controllare un movimento nonviolento. In questo caso si ha una possibilità di vincere.

R: Quanto sei ottimista circa il governo militare a interim, o supposto tale? Hai la sensazione che sia più probabile una transizione all’auto-governo oppure una variante di dittatura?

GS: Non so abbastanza della situazione in Egitto per essere pessimista o ottimista. Ho notato che gli egiziani stessi sono molto cauti al riguardo. Dopo la caduta di Milosevic, i serbi affissero grandi manifesti: “Vi teniamo gli occhi addosso”. Bisogna fare altrettanto.

C’è il pericolo di un colpo di stato nel periodo di transizione. Potrebbe essere facilmente un golpe militare, come quelli a cui gli egiziani sono stati abituati in passato. Potrebbe essere qualche gruppo esterno, come fecero i bolscevichi nel 1917 dopo che una lotta nonviolenta era riuscita ad abbattere il vecchio sistema zarista. Noi abbiamo un manuale intitolato The Anti-Coup [L’anti-golpe] che è un resoconto dettagliato di quanto si può fare e non si deve fare durante quel periodo.

R: Sul Bahrain, una cosa che si continua a sentire è che in questo caso è difficile immaginare defezioni di truppe, perché si tratta di persone introdotte da altri paesi che non sono inserite nelle comunità locali come i coscritti in Egitto. Eppure al momento, l’iniziativa è nelle mani dei contestatori.

GS: In quasi tutti i casi, non si hanno truppe che si rifiutino di far fuoco, si conta sull’obbedienza agli ordini da parte della polizia e delle truppe e si conduce la lotta di conseguenza. In gran parte degli scioperi generali, ad esempio — non solo quelli britannici del 1926 — si dà per scontato che le truppe obbediscano agli ordini, e allora i resistenti devono fare i conti con le conseguenze pratiche da aspettarsi in tal caso, comprese le uccisioni.

R: Quale sarebbe un esempio di rivolta nonviolenta riuscita contro un dittatore a livello di Gheddafi per brutalità?

GS: C’è l’Iran nel 1979. Lo scià fu parecchio brutale nella sua repressione, eppure la gente mantenne bene una disciplina nonviolenta, mettendo addirittura fiori nelle canne dei fucili dei soldati minandone il senso d’affidabilità.

R: In Libia mi sa che ci sia stata molta più violenza da parte dei dimostranti.

GS: Non so di un altro caso proprio come questo. Ci sono tanti mercenari portati lì da altri paesi, che non provano alcuna simpatia per la gente del posto, badano solo a quelli che li pagano. In tali circostanze c’è una gran tentazione per qualche resistente di passare alla violenza, come è già successo in Libia.

Ciò può essere quasi fatale per la resistenza. Può forse non annichilirla, ma è certamente molto pregiudizievole. Ecco perché questi regimi infiltrano loro agenti nel movimento di resistenza affinché vengano commesse violenze.

R: Che cosa pensi degli appelli perché la NATO faccia rispettare una zona di non-volo sulla Libia?

GS: Una zona di non-volo è un metodo unico, giacché non c’è intervento diretto sul terreno. Ma in generale consiglierei che gli Stati Uniti se ne stiano fuori da queste situazioni: non sanno che cosa c’è in moto; è una lotta di altri. L’aiuto – cosiddetto – USA potrebbe favorire indirettamente il regime: “Gli stranieri cercano di occuparsi dei nostri affari!” diventa un sentimento nazionalista.

R: Alcuni, diffidenti di qualunque cosa sappia d’intervento militare, hanno suggerito di congelare i conti bancari, d’intervenire a quel livello. Pensi che sia una buona idea? O alimenterebbe la stessa possibilità di dire “Siamo attaccati dagli stranieri!” ?

GS: Penso sia diverso, del tutto fattibile; toccherebbe solo qualcuno. I più, anche dalla parte del regime, non avrebbero grossi conti di cui preoccuparsi. Alcuni in alto invece sì, il che potrebbe contribuire a renderli meno disposti a esercitare le azioni di controllo del regime.

R: Qual è il tuo senso generale del rapporto fra lotta nonviolenta e nuovi media, come Internet e l’invio di messaggi?

GS: Sono validi strumenti di comunicazione. Non determinano quello che si dirà. Questo richiede qualcosa in più che la tecnologia. Alcuni non se ne rendono conto.

R: Pensi che un’organizzazione in rete di persone che interagiscono online si presti particolarmente bene alla resistenza organizzata mediante la rete?

GS: Non necessariamente. Possono anche non sapere di cosa stanno parlando o cosa stanno facendo.

R: C’è da tempo un dibattito fra quelli influenzati dalla tua opera per quanto riguarda il sabotaggio: è una tattica nonviolenta, violenta, o qualcosa d’intermedio?. Se ricordo bene, tu escludevi il sabotaggio dall’elenco delle azioni nonviolente.

GS: Giusto. Benché il termine venga definito diversamente da varie persone, non parliamo sempre della stessa cosa.

R: Vedo i contorni di un dibattito del genere su quanto Anonymous sta facendo da qualche tempo e in generale sulla pirateria informatica (hacking) come tattica. Che cosa hai da aggiungere in proposito?

GS: Ho pochissime informazioni in merito, quindi non saprei commentare.

R: Vari dipendenti pubblici che stanno protestando in Wisconsin hanno paragonato il loro movimento alla sollevazione egiziana. All’estremo opposto dello spettro politico convenzionale, qualche Tea Party ha asserito lo stesso di sé. Vedi sostanziose analogie di sorta in un caso o nell’altro?

GS: È molto interessante se ambo i versanti, come nel caso del Wisconsin, cercano di usare mezzi nonviolenti. Anche se sono lì per una causa che non si condivide, è meglio che usino mezzi nonviolenti che violenti. È un progresso.

Ma dovrei saperne molto di più, delle lotte in Wisconsin. Conosco solo gli aspetti più superficiali.

R: Una delle cose che mi hanno colpito in Politica dell’azione nonviolenta fu il modo in cui cercavi tattiche da apprendere da qualcuno indipendentemente da che cosa se ne pensa. Tiravi fuori esempi non solo dal movimento dei diritti civili ma anche dai segregazionisti. Ci sono altri esempi degli ultimi decenni di utilizzo di tattiche nonviolente da ambo i versanti?

GS: Non necessariamente degli ultimi decenni, ma di esempi ce ne sono. In India, i contestatori stavano marciando quando gli si fece incontro la polizia; allora i contestatori si sedettero sulla strada e la polizia fece altrettanto.

Nel caso dei segregazionisti, le banche revocarono i prestiti a coloro implicati in attività per i diritti civili; è un progresso: è un lasciar perdere il linciaggio, per esempio, o altre modalità di violenza terribile. Non è soddisfacente a lungo termine, ma si deve poi imparare come dimostrare la fondatezza della giustizia perseguita da qualunque sia la propria prospettiva, e come condurre la propria lotta più abilmente.

R: Quando hai cominciato a lavorare al tuo testo sulla Politica dell’azione nonviolenta?

GS: Ben prima di saperlo.

C’erano tre componenti principali in Politica dell’azione nonviolenta. Il primo volume era l’analisi del potere. Quella ricerca fu fatta a Oxford nel 1962-’64, ma mi documentavo sulla teoria del potere di Gandhi da molto prima. Trovai degli spunti anche in Gustav Landauer in Germania e in Lev Tolstoy in Russia, ma solo in generalizzazioni molto ampie. Scrivevano tutti quanti che il governo dipende dalla cooperazione e obbedienza del popolo.

Il secondo volume elenca 198 tecniche d’azione nonviolenta. Il primo elenco, che compilai quando vivevo in Norvegia, ne conteneva 18, credo. Con gli anni arrivò a 198, e sono sicuro che ce ne debbano essere molte di più che sono state usate in seguito.

Il terzo volume, sulle dinamiche, è di 350 pagine o più; originariamente consisteva di 7 pagine di appunti per una conferenza in Norvegia.

R: Quando sei stato in Norvegia?

GS: Sono stato in Norvegia e Inghilterra per circa 10 anni, dal 1955 al 1965.

R: Che cosa ti ha portato lì?

GS: Dapprima lavoravo a Peace News, il settimanale pacifista. E poi fui invitato in Norvegia, all’inizio per brevi periodi e alla fine per ulteriori ricerche. Ero all’Università di Oslo e poi all’Istituto di Ricerca Sociale. Ma inizialmente non riuscii a comprendere la struttura del potere. Per quella teoria fui molto fortunato tornando all’Oxford University, dove scrissi la mia tesi di dottorato.

Stavo sviluppando i miei studi e strutturandoli a poco a poco. Non mi capitò di imbattermi in qualche personaggio importante, leader o pensatore, che mi desse l’impressione di aver risolto tutti i problemi. Imparavo a spizzichi qua e là sviluppando nuove intuizioni, scoprendo nuove fonti d’informazione e di conoscenza. Solo così riuscii ad arrivare alle questioni che mi servivano e padroneggiarle concentrandomi sul passo successivo.

R: Molti sono abituati a pensare a Gandhi come figura spirituale carismatica. Tu l’hai analizzato come abile politico. Qualcun altro aveva tale approccio quando hai cominciato a scriverne, o ti sentivi isolato?

GS: C’ erano altri. Un buon libro su Gandhi era quello di Krishnalal Shridharani, un indiano che si stava laureando alla Columbia University. Egli scrisse uno studio acuto ma limitato su Gandhi intitolato War Without Violence [Guerra senza violenza]. C’era un pensatore olandese, anarchico e sindacalista di nome Bart de Ligt. Il suo studio The Conquest of Violence [La conquista della violenza] si concentrava su casi storici, fra i quali la resistenza delle isole Samoa al dominio della Nuova Zelanda. O la resistenza coreana all’occupazione giapponese.

Non che tutti quei casi fossero entusiasmanti. La gente in Corea certamente non conosceva davvero quello che peraltro stava facendo benissimo — usando solo un simbolismo e non queste modalità di applicazione del potere. Ma comunque imparavo da altri, sì.

R: Hai attinto molto alla tua esperienza come attivista?

GS: La mia esperienza come attivista si limitava a un sit-in a una tavola calda di Columbus, nell’ Ohio, e la mia disobbedienza civile alla coscrizione, che non contribuì granché a liberarsi dal sistema di guerra. Mantenni solo la mia integrità. Mi accingevo ad andare oltre.

R: Hai criticato quelli che considerano la nonviolenza più uno stile di vita che un mezzo per cercare di realizzare qualcosa. Quando collaboravi a Peace News, ti sentivi progredire verso i tuoi obiettivi politici, o ti pareva di sbattere contro un muro?

GS: Un muro di pacifisti, intendi?

R: Sì.

GS: Non condanno chi crede alla nonviolenza come modo di vivere. Per loro, può essere il meglio che riescono a fare. E ci sono altri che sono stati testimoni e contestatori, fedeli a quanto credevano, che vogliono sapere come riuscire ad agire in modo più efficace. Ma non afferrano sempre l’importanza di fare più di quanto fanno. Non solo essere testimoni contro la malvagità del mondo, ma come cambiarlo.

Gandhi viene spesso citato da persone con l’approccio del modo di vivere. E in effetti lui ha fatto quelle affermazioni. Ma più avanti negli anni operava a due livelli contemporaneamente. Agiva a livello di convinzione nell’ahimsa quale forte principio morale e religioso. Ma agiva anche a livello politico con persone dell’Indian National Congress che non condividevano tale visione né mai l’avrebbero fatto, e lavorò con loro a stendere piani strategici e mettere in campo lotte efficaci contro i britannici per far uscire l’India dal loro impero. Non pensava di entrare in compromesso con le sue convinzioni agendo a quei due livelli. Questo è estremamente importante.

R: Ti pare che ci siano più lotte nonviolente — e più riuscite — nel mondo adesso rispetto a quando eri giovane? O si tratta solo di maggiore visibilità?

GS: Ne avvengono di più. Guarda l’indipendenza dei tre paesi baltici precedentemente incorporati nell’URSS, come sono stati capaci di uscirne in così breve tempo con poche, pochissime perdite. Guarda tutto quanto il 1989. L’emigrazione e le proteste nella Germania dell’Est. La resistenza cecoslovacca già nel 1969 contro l’invasione del Patto di Varsavia, che ha tenuto testa per otto mesi al potere sovietico — ben più di quanto avrebbero mai potuto fare con un esercito. E ora tutti questi movimenti che si stanno sviluppando nel mondo musulmano e arabo.

È pur vero che non siamo sempre stati a conoscenza di quanto era già avvenuto. La lotta ungherese contro il dominio austriaco fu molto importante alla metà del XIX secolo, e non ce lo ricordiamo mai. Spesso i resoconti storici sono difficilmente reperibili. Molta ricerca del genere non è stata fatta; o è stata fatta ma non pubblicata. La mancanza di attenzione verso queste lotte è sconvolgente.

R: Quando osservi una sollevazione, che speranza hai per il suo risultato ultimo? Se si conclude con una società migliore, quale aspetto avrà tale società?

GS: Non ci sarà un risultato definitivo che risolva la gran parte dei grossi problemi. Ci si arriverà poco a poco, gradualmente, talvolta con scatti importanti e talvolta con disastri, piazza Tiananmen, per esempio.

Io non scelgo di identificarmi con un qualunque punto di vista politico standard o filosofia o programma. Il primo capitolo del mio libro Social Power and Political Freedom [Potere sociale e libertà politica] si chiama “Ripensare la politica”. Penso che le vecchie analisi della politica — socialisti, comunisti, anarchici, conservatori, liberal-progressisti — non siano più adeguate.

R: Pensi che tenda ad esserci un nesso naturale fra strategie basate su attività nonviolente, decentralizzate e un interesse per sistemi politici relativamente nonviolenti e decentralizzati? O sono solo categorie distinte, e se si sovrappongono in un diagramma Venn è per coincidenza?

GS: Non mi sono mai focalizzato su questa specifica questione, purtroppo, benché sia molto rilevante. Forse qualcun altro riprenderà il problema per esaminarlo. Sarebbe importante. La strategia nonviolenta è molto compatibile con la decentralizzazione e il governo di piccole dimensioni. Ma non so se sia sempre così.

25 febbraio 2011

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale: Teaching People Power

http://reason.com/archives/2011/02/25/teaching-people-power

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