Fa male, e fa bene – Recensione di Enrico Peyretti

La donna che canta, regia di Denis Villeneuve, Canada 2010. Tratto dall’omonima pièce teatrale di Wajdi Mouawad.

Questo film fa male, fa soffrire. Qui non parlo della vicenda straordinariamente intricata: la scopra chi va a vederlo o ne vuole leggere una scheda. Sono vite umane sotto i colpi di una guerra, sotto i fendenti dell’odio che squarcia il corpo dell’unica nostra umanità, in un tempo recente, in Medio Oriente. È come un cappio che si stringe attorno al collo, al respiro di quelle persone, e di noi che partecipiamo vedendo.

Fa soffrire come tante storie, di un ieri vicino o lontano, o in corso oggi, in questo momento, mentre noi qui viviamo gli alti e bassi di una vita tutto sommato normale, almeno nel privato; storie che in tanti modi veniamo a conoscere, se non vogliamo girare il capo per non vederle, se non censuriamo le notizie che turbano, per distrarci con le stupidaggini avvelenate.

Fa male, questo film, e fa bene, perché il dolore degli altri, mai assumibile davvero, fino in fondo, è medicina amara per conoscere la nostra umanità. Ed ogni male che avviene è giusto che ci ferisca, perché di tutto siamo tutti in qualche modo responsabili e colpevoli.

Ma non è una storia disperata. C’è il coraggio di chi propone di guardare negli occhi il male umano. C’è la forza profonda della protagonista, che sa cantare stretta tra muri di cemento e di odio, e, coinvolta lei stessa in una ferrea ragnatela di morte, sa uscire dalla vita con un amore silenzioso, più largo e più forte di tutte le offese che la schiacciano ma non la soffocano.

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