Storia: il nazismo e noi. Chi fa il male? Quali idee ci comandano? – Recensione di Enrico Peyretti

In Ausmerzen (i capi deboli, che non reggerebbero alla transumanza di marzo, da eliminare), il monologo di Marco Paolini sull’eutanasia nazista pianificata, trasmesso da La7 il 26 gennaio, non c’è nulla di storicamente nuovo, ma è narrato con efficacia grande, e fa vivere storie singole. Emozionante, coinvolgente. Speriamo che i testi siano pubblicati.

Molti i temi profondi. Chi fa il male? Il singolo, oppure le idee dominanti e pervasive che conducono il singolo? Se è così, ha massima importanza la battaglia delle idee. E la libertà delle idee, cioè la personale libertà di pensiero. Le idee collettive sono assai peggiori e oppressive del collettivismo economico. È sana l’individualità della coscienza, pur fallibile, non l’individualismo degli interessi. Le coscienze eterodirette dai fanatismi, nazionalismi, conformismi, distruggono le persone, sono “disastro antropologico”, come quello inflitto oggi all’Italia dall’impero lubrificato dei modelli facili, bassi e corruttori, per mezzo dei media corrivi, dell’accumulo incostituzionale di poteri e interessi che devono, invece, limitarsi a vicenda nella separazione e bilanciamento, sotto la legge uguale per tutti e sotto la giurisdizione senza esenzioni dei potenti.

È sfuggito alla intellettualità ben piazzata, ma non alla cultura dei movimenti, il tema di estrema importanza posto da Giuliano Pontara con L’antibarbarie. La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo (Ed Gruppo Abele, 2006). Pontara individua, riassuntivamente, otto componenti delle vecchie e nuove “tendenze naziste”: 1. la visione del mondo come teatro di una spietata lotta per la supremazia; 2. il diritto assoluto del più forte; 3. lo svincolamento da ogni limite morale; 4. l’elitismo (diritto di dominio che una élite si attribuisce in quanto “superiore”); 5. il disprezzo per il debole; 6. la glorificazione della violenza; 7. il dovere assoluto di obbedienza; 8. il dogmatismo fanatico. Le nuove violenze del XXI secolo sono espressione di queste precise tendenze. È impressionante l’analisi di questa affermazione, nel libro.

Ma Pontara vede in parallelo, nel 10° capitolo, Uscire dalla barbarie, otto antidoti gandiani al nazismo odierno, che enumera, con formule altrettanto brevi, poi sviluppate, nell’elenco seguente: 1. Il mondo come teatro delle forze costruttive; 2. Il primato della democrazia; 3. La subordinazione della politica all’etica; 4. L’ umiltà dell’egualitarismo; 5. Il rafforzamento dei deboli; 6. La dissacrazione della violenza; 7. La responsabilità della disobbedienza; 8. Il fallibilismo.

Domanda somma, che il lavoro di Paolini propone: per cosa vale la vita (almeno quella umana)? C’è qualcuno che può giudicarla indegna di vivere? Possiamo stabilire parametri di valore tra una vita e l’altra?

La domanda sconfina nel mistero, dove non possiamo metter mano. Non possiamo toccare il sole, ma viviamo del suo fuoco, grazie a giusta distanza e vicinanza. Trascendenza del “non uccidere”, indipendentemente da una fede religiosa. Viene da lì la difesa del debole, senza motivo dimostrabile. Tutt’altra è la questione del non accanirsi nelle cure, e di lasciar morire chi muore per esaurimento della sua vita. Altra questione ancora il rispetto per chi vuole morire.

Paolini ha detto troppo poco sui resistenti e oppositori all’operazione T4, salvo il vescovo von Galen. Nel libro di Jacques Sémelin, (Senz’armi di fronte a Hitler, Sonda 1993, tradotto anche in tedesco) troviamo qualche altro dettaglio. Egli osserva che la società tedesca tollerò la persecuzione degli ebrei, non l’eutanasia dei malati di mente. Questa seconda opposizione fu efficace perché ci fu un movimento di opinione che invece non sorse contro la persecuzione degli ebrei. Il primo settembre 1939 (giorno di inizio della guerra!), cominciò l’operazione T4 per l’uccisione degli incurabili. Subito ci fu resistenza da parte di alcuni istituti psichiatrici e di alcuni medici. Reagirono le famiglie che però fecero molto fatica a trovare portavoci istituzionali. Si ebbero agitazioni di magistrati che dichiararono la completa illegalità dell’operazione, ma poi, convocati in conferenza, non fecero alcuna rilevante opposizione. Si opposero anche i militari. È evidente che si può temere, in guerra, di diventare invalidi incurabili, mentre non si può diventare ebrei… La base delle chiese protestò prima delle autorità religiose. Finalmente quando vescovi protestanti e cattolici decisero di intervenire pubblicamente dando voce a quelle reazioni, il governo dovette interrompere il programma. Il vescovo di Münster, Von Galen, il 3 agosto 1941, arrivò a chiamare i cristiani alla resistenza, alla non-collaborazione, usando l’espressione «sottrarci alla loro influenza». Poteva nascere un movimento di disobbedienza civile. Altri vescovi si associarono. Si associò l’aviatore Werner Molders, eroe decorato della Croce di Ferro.

Sorgono divisioni sul da farsi all’interno del governo. Il 24 agosto la Cancelleria lascia intendere che, per decisione del Führer, l’operazione T4 è interrotta. Hitler sentì questo come una sconfitta personale e intendeva saldare i conti con le chiese dopo la guerra, perché ora gli erano utili. Fu il suo primo smacco importante.

L’operazione T4 fece da 70.000 a 100.000 vittime, tra il settembre 1939 e l’agosto 1941, come ha ricordato anche Paolini. Sémelin segnala i limiti di questa azione di resistenza, la cui importanza tuttavia consiste nell’esserci stata e nell’aver dimostrato la sua potenzialità inespressa. C’è un giudizio severo di Adenauer in questo senso. Interrotta la T4, il primo settembre 1941 gli ebrei vennero obbligati a portare la stella gialla.

Anna Bravo, invece, in A colpi di cuore (Laterza 2008), un libro sul Sessantotto, ricorda un caso inquietante avvenuto in Francia nel 1968, riferito freddamente sulla rivista di Sartre «Les Temps Modernes»: l’uccisione collettiva, decisa da un gruppo di donne, di un neonato di due mesi down, perché giudicarono che non gli conveniva una vita non felice. Questo caso chiamava in causa le donne, ma non ci fu risposta. Forse si è avuto paura dell’etica. «C’era bisogno di una fede per dire no all’uccisione di quel bambino?», si chiede la Bravo. «È un atto di guerra dei grandi/sani/uniti contro l’imperfetto/piccolo/solo». Non è questo il nazismo in mezzo a noi?

Enrico Peyretti

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